Pensioni, conto salato nel 2040 con un picco fino al 20,5%

Lo scenario stimato dall’Ufficio parlamentare di bilancio sul rapporto tra spesa e Pil

Pagina a cura di Matteo Barbero

Il peso delle pensioni sul pil crescerà fino al 2040, per poi calare nei successivi 30 anni grazie all’impatto delle riforme varate nell’ultimo ventennio. È questo lo scenario descritto dall’Ufficio parlamentare di bilancio nel recente focus n. 8/2018 dedicato a un tema che, ora più che mai, domina il dibattito politico, dopo l’annuncio, da parte del governo Lega-5stelle, di una revisione della legge «Fornero». L’analisi dell’Upb si mantiene su un livello prettamente tecnico, ma fornisce importanti elementi per valutare il possibile impatto dei correttivi in cantiere.
Le proiezioni della spesa pensionistica sono un elemento determinante per verificare la sostenibilità delle finanze pubbliche nel medio-lungo periodo. Si tratta di una voce di spesa costantemente monitorata, oltre che a livello nazionale, anche dagli osservatori internazionali, Commissione europea e Fondo monetario internazionale in primis. Ovviamente, non rileva solo il peso finanziario delle pensioni, ma anche la sua incidenza sulla ricchezza prodotta dal sistema Paese (misurata dal pil).
Le variabili in gioco, quindi, sono numerose: i calcoli si basano su ipotesi demografiche ed economiche che possono portare a risultati diversi. Basti pensare, sotto il primo profilo, alle stime sull’invecchiamento della popolazione e sulla dimensione dei flussi migratori (altro tema di estrema attualità), ovvero, sotto il secondo profilo, alla dinamica attesa del tasso di occupazione e della produttività. In questa prospettiva, il focus si sofferma su tre «esercizi», condotti dalla Ragioneria generale dello stato (i primi due) e dal Fmi (il terzo). Al di là delle differenze legate alle differenti ipotesi su cui si basano, tutti e tre gli esercizi presentano un andamento dell’incidenza della spesa per pensioni sul pil che, nel medio e lungo periodo, ha caratteristiche di fondo comuni: il rapporto sperimenta dapprima una fase di crescita, che culmina intorno al 2040, e poi una fase di declino.
Come mostra la tabella nella pagina seguente, le uscite per prestazioni previdenziali, che nel 2015 valevano il 15,7% del pil, potrebbero arrivare fino al 20,5% nel 2040, per poi ridursi progressivamente fino a toccare, nello scenario più favorevole, il 13,1% nel 2070.
Alla radice di questo andamento, vi sono principalmente la transizione demografica in corso e il dispiegamento di tutti gli effetti delle passate riforme pensionistiche (innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e progressivo venire meno delle pensioni contenenti una quota di calcolo retributivo). In particolare, la prima fase di crescita è dovuta all’aumento del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati determinato dall’andamento demografico, solo in parte compensato dall’innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento. Tale aumento prevale sull’effetto di contenimento delle pensioni determinato dal graduale passaggio alle regole di calcolo contributivo sull’intera vita lavorativa. La rapida flessione dell’incidenza della spesa pensionistica sul pil nella parte finale dell’orizzonte temporale è determinata, invece, dall’applicazione generalizzata delle regole contributive che si accompagna alla stabilizzazione e successiva inversione di tendenza del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati, grazie al progressivo venire meno delle generazioni del baby boom e all’adeguamento automatico dei requisiti minimi di pensionamento alla speranza di vita. In questi scenari, si inserisce, come detto, la proposta dell’Esecutivo in carica di rivedere le regole pensionistiche vigenti, come ridefinite da ultimo dalla legge «Fornero»: il contratto di governo sottoscritto da Lega e Movimento 5 stelle prospetta, infatti, «l’abolizione degli squilibri del sistema previdenziale introdotti» da tale riforma e l’introduzione della c.d. quota 100 per consentire l’uscita dal mondo del lavoro quando la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore è almeno pari, appunto, a 100, «con l’obiettivo di consentire il raggiungimento dell’età pensionabile con 41 anni di anzianità contributiva, tenuto altresì conto dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti».
L’Upb, per il momento, non si sofferma sull’impatto che un simile intervento avrebbe sugli scenari delineati a legislazione vigente; tuttavia, fa chiaramente capire che il percorso sarà poco agevole, in un contesto in cui gli squilibri macro-economici italiani (specialmente riguardo al rapporto debito/pil) sono tutt’altro che risolti. Al momento, le uniche stime sulle coperture dotate di un minimo di attendibilità sono quelle elaborate dall’ex commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, secondo cui cancellare la «Fornero» potrebbe costare fino a 1,5 punti di pil all’anno.

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