Carige, il futuro passa dall’m&a

di Andrea Montanari

La partita per il controllo e la gestione di Carige è entrata nel vivo. Il futuro dell’istituto ligure si deciderà giovedì 20 settembre, quando è stata convocata l’assemblea straordinaria per il rinnovo del consiglio d’amministrazione decaduto nelle scorse settimane in seguito a frizioni insanabili tra il top management, a partire dall’amministratore delegato Paolo Fiorentino, e l’azionista di riferimento, ovvero la famiglia Malacalza (24%). Al momento si confrontano quattro liste: quella di Malacalza appunto, quella del tandem Mincione-Volpi (appoggiata da Aldo Spinelli), le Coop e Assogestioni. Fuori dai giochi per ora è la Sga (5,4%), che però dovrebbe mantenere un ruolo super partes e non schierarsi in assemblea.
E’ ovvio che la vera sfida si giocherà tra Malacalza, che può salire fino al 28%, e Mincione-Volpi, con la Time&Life del banchiere residente a Londra intenzionata a salire fino al 9,9%, per avere complesivamente il 20%, grazie all’appoggio di Spinelli. E, come rivelato ieri nell’intervista rilasciata a MF-Milano Finanza da Mincione (nella cui lista c’è anche l’ad Fiorentino, oltre ai rappresentanti dei piccoli azionisti), la questione intorno a cui tutto ruota è il futuro di Carige . La famiglia Malacalza, che finora ha messo sul piatto quasi 400 milioni (la perdita potenziale sfiora il 90%), che ha chiamato professionisti del calibro di Pietro Modiano (per la presidenza), Lucrezia Reichlin, Fabio Innocenzi (per il ruolo di ad) e Salvatore Bragantini, è per una strategia stand alone.
L’istituto ligure in questo caso non cercherebbe partner o alleati per definire una fusione. Del tutto opposta la strategia di Mincione e Volpi, convinti che, come ha dichiarato il banchiere a MF-Milano Finanza, in un contesto di mercato come l’attuale un’alleanza strategica con un’altra banca è fondamentale. Mincione, in particolare, ha citato le opzioni «Banco Bpm e Ubi» come «ben posizionate e affiancate». Anche se «esistono altre opzioni di mercato», che potrebbero portare a un coinvolgimento di Bper o Credem . «Nomi che hanno un senso», ha detto al proposito Mincione, che sta giocando la sua partita contro il più forte, dal punto di vista azionario, Malacalza.

Ed è in seguito alle dichiarazioni rilanciate dal banchiere che ieri sono arrivate le risposte di due dei quattro potenziali pretendenti. Dapprima Ubi Banca ha fatto sapere in una nota ufficiale che «è assolutamente destituita di fondamento qualsiasi ipotesi aggregativa con Carige ». Successivamente è arrivata la versione del Banco Bpm (affidata a un portavoce e non a un comunicato stampa), che «smentisce qualsiasi ipotesi di fusione con altri istituti», come appunto la banca ligure. Va detto che Mincione negli anni scorsi aveva provato a entrare negli assetti di governo di Banco Bpm costruendo nel corso dei mesi una partecipazione del 7%.
A prescindere dalle schermaglie pre-assemblea, è vero che, come ha fatto capire anche la Banca Centrale Europea, il consolidamento del settore bancario italiano sembra destinato a proseguire. E, in attesa di capire quale sarà il futuro del Monteapaschi quando il Tesoro uscirà dal capitale, è Carige l’istituto cui tutti guardano quando si ragiona di risiko nel settore.
E se il futuro partner non dovesse rispondere al nome di Ubi, Banco Bpm , Bper o Credem , potrebbe arrivare un pretendente straniero. Come il Crédit Agricole o Bnp Paribas , per fare i nomi di due istituti esteri che in Italia hanno già da tempo costruito posizioni rilevanti. (riproduzione riservata)

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