Blockchain, non solo bitcoin

di Davide Fumagalli
Le performance messe a segno dal bitcoin negli ultimi mesi, accanto alle notizie sull’uso fatto di questa criptovaluta in tutte le truffe e le operazioni illecite commesse su internet, ne hanno fatto per molti quasi il sinonimo di blockchain, la piattaforma tecnologica di cui il bitcoin stesso costituisce la prima ma ormai solo una delle possibili e rivoluzionarie applicazioni. Per comprendere meglio le stesse potenzialità, e i limiti, del bitcoin, occorre invece comprendere bene cosa sia e come funzioni una piattaforma blockchain, che potenzialmente ha una carica innovativa e le potenzialità per trasformare intere industrie paragonabile a quella degli smartphone. Una piattaforma blockchain è costituita da un numero indefinito di computer, collegati via internet, gestiti da singole persone e non da un’unica società o Stato.

In gergo tecnico si definisce una rete distribuita proprio perché non esiste un computer o gruppo di computer centrale che svolge le operazioni, le registra e si fa garante della liceità o identità degli utenti, dal momento che queste operazioni vengono svolte in maniera coordinata da tutti i computer parte della piattaforma. Un modello simile, in ambito biologico, a quanto svolto dai singoli neuroni che formano la mente umana. La caratteristica del blockchain è inoltre insita nel modo in cui registra le operazioni e ne certifica l’autenticità: ogni singola transazione, si tratti dello scambio di bitcoin, della registrazione di un contratto intelligente o dell’invio di un messaggio in forma elettronica, viene registrato sotto forma di codice in un registro in forma criptata. A intervalli di tempo regolari (dieci minuti nel caso dei bitcoin), tutte le transazioni registrate in questo registro distribuito vengono verificate, approvate e racchiuse in un blocco o pagina (block in inglese), che viene quindi archiviato certificandone il momento temporale dopo gli altri, formando così una catena (chain).

Particolare fondamentale: gli algoritmi criptografici alla base del blockchain fanno in modo che l’autenticità di ogni blocco sia intimamente e indissolubilmente legata a tutti i precedenti e successivi blocchi, trasformando ogni singola riga del registro in una sorta di timbro frutto di una formula matematica (hash in gergo tecnico) che certifica la validità e inalterabilità del blocco. È infatti impossibile alterare una singola transazione contenuta in un blocco, in quanto una singola manovra di questo tipo renderebbe invalidi tutti i blocchi precedenti e successivi, i cui timbri sono legati agli altri. Per poter sperare di fare una cosa del genere, ovvero modificare anche una singola operazione fatta, occorrerebbe infatti teoricamente modificare tutti i blocchi dell’intera catena, che sono distribuiti a loro volta su migliaia di computer sparsi per il mondo, portando così la capacità di calcolo necessaria a livelli improponibili per chiunque. Il costo computazionale (e quindi quello economico strettamente legato) per registrare una singola operazione è invece prossimo allo zero, rendendo così le piattaforme blockchain convenienti per la registrazione e certificazione di ogni genere di operazioni, non solo gli scambi di criptovalute come il bitcoin o l’ether, ma anche i miliardi di dati trasmessi dalla moltitudine di oggetti connessi alla rete che formano la cosiddetta internet della cose.

I creatori delle piattaforme di blockchain dedicate alle criptovalute, come bitcoin ed ethereum, hanno infatti impostato un modello matematico che tiene conto anche della sostenibilità economica di una rete distribuita di computer non gestita appunta da società o istituzioni in grado di sostenerne i costi. L’emissione di nuovi bitcoin (chiamata in gergo tecnico mining), come le altre criptovalute, è infatti legata alla capacità di risolvere gli algoritmi necessari a certificare, apponendone il timbro, ogni blocco, che consente all’autore di crearne un altro. In questo modo tutti quanti contribuiscono al funzionamento della piattaforma blockchain, mettendo a disposizione la potenza di calcolo che forma la rete distribuita di computer, viene remunerato attraverso i bitcoin emessi in quantità predeterminata e proporzionale agli sforzi sostenuti. Una soluzione ingegnosa ed efficace che consente così di ovviare anche da un punto di vista economico alla mancanza di un ente centrale.

Forte di queste caratteristiche, la tecnologia blockchain si sta espandendo in settori e campi ben più ampi delle criptovalute. Se il bitcoin è infatti l’esempio più famoso, piattaforme blockchain come ethereum uniscono la gestione di una criptovaluta (ether) ad altre applicazioni come la gestione degli smart contract, ovvero contratti intelligenti registrati su una piattaforma digitale con caratteristiche di certificazione, inalterabilità e indipendenza, che divengono auto-esecutivi al verificarsi delle condizioni fissate in sede di negoziazione. In caso, per esempio, di una commessa assegnata a una società di sviluppo software di un’applicazione, o parte di essa, alla consegna della stessa al committente con le caratteristiche stabilite il compenso stabilito in criptovaluta ether sarà automaticamente trasferito dal conto del committente a quello dell’esecutore. La transazione, così come il contratto, sono inoltre stati registrati nella piattaforma blockchain e resi quindi inalterabili, evitando così ogni genere di contestazione artificiosa o ritardi nei pagamenti, con tutti i risparmi relativi.

Non per niente le enormi potenzialità delle piattaforme blockchain sono state velocemente comprese anche dai colossi tecnologici dal cui peso sempre più ingombrante, in un certo senso, gli stessi creatori di queste tecnologie, tutte open surce, volevano liberarsi. Microsoft ha infatti lanciato proprio settimana scorsa un servizio basato su tecnologia blockchain, Coco, che consente di gestire oltre 1.600 transazioni al secondo ed è facilmente integrabile con altre applicazioni che utilizzano Azure, ovvero la piattaforma cloud del colosso di Seattle. Una mossa che si inserisce nella strategia del ceo di Microsoft, Satya Nadella, che dopo aver definitivamente chiuso la disastrosa avventura della società nel settore degli smartphone sta spostando il focus dai prodotti tradizionali come Windows ai servizi cloud per aziende e professionisti, ma che evidenzia anche le potenzialità del blockchain nei settori più disparati. Ibm, inoltre, ha annunciato la collaborazione con un gruppo di aziende leader che operano nella supply chain alimentare globale per un progetto basato su tecnologia blockchain che ha l’obiettivo di migliorare la trasparenza della filiera alimentare globale.

Il consorzio include Dole, Golden State Foods, Kroger, McCormick and Company, Nestlè, Tyson Foods e Walmart. Nel caso della supply chain alimentare globale, tutti i partecipanti (agricoltori, fornitori, trasformatori, distributori, rivenditori, chi è responsabile delle normative e consumatori) possono accedere alle informazioni note e affidabili relative all’origine e allo stato degli alimenti per le proprie transazioni, registrate in modo indelebile e non modificabile su piattaforma blockchain. Ciò permette ai fornitori di generi alimentari e agli altri membri dell’ecosistema di utilizzare una rete blockchain per tracciare velocemente e all’origine eventuali prodotti contaminati e assicurarne la rimozione sicura dagli scaffali dei negozi, impedendo così la diffusione delle patologie. Un risultato che è possibile ottenere anche con piattaforme blockchain di tipo open source come Ethereum includendo anche i pagamenti e ponendo così le basi per la sostenibilità economica. Una seria minaccia al proseguimento della gestione centralizzata di enormi basi dati, e la relativa estrazione di valore, da parte di pochi colossi tecnologii. (riproduzione riservata)
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