di Luca Gualtieri

A Genova si chiude un’epoca. Dopo 25 anni di regno, Giovanni Berneschi dovrà dire addio alla sua Banca Carige, l’istituto dove entrò nel 1957 come impiegato e che, con ogni probabilità, lascerà presto da presidente. È stato questo l’esito del clamoroso terremoto che tra mercoledì 31 luglio e venerdì 2 agosto ha sconvolto i vertici della banca genovese, determinando la decadenza del consiglio di amministrazione.

Lo tsunami è arrivato in sordina nella notte tra mercoledì e giovedì, quando cinque consiglieri su 15 hanno rassegnato le dimissioni: Piergiorgio Alberti, Luigi Gastaldi, Giovanni Marongiu, Alessandro Repetto (tutti in quota Fondazione Carige, azionista di riferimento della banca al 47%) e Cesare Castelbarco Albani (espressione dei francesi di Bpce). Giovedì pomeriggio un sesto consigliere ha fatto un passo indietro, Guido Pescione, anch’egli espressione dei soci francesi, mentre Philippe Marie Michel Garsuault e Philippe Wattecamps hanno dato forfait venerdì sera. Queste due ultime uscite hanno fatto automaticamente decadere il cda e il presidente, segnando la fine di un regno durato un quarto di secolo.
L’assemblea straordinaria sarà convocata dal prossimo cda e si terrà con ogni probabilità tra settembre e ottobre.

 Fin qui i fatti. Intorno a questi concitati avvenimenti la speculazione ha ricamato le interpretazioni più contrastanti, incoraggiata dal silenzio che avvolge i protagonisti della vicenda. Tanto più che la spiegazione ufficiale fornita mercoledì 31 dalla banca («conferire un nuovo assetto alla governance della banca, in conformità alle generali linee di indirizzo della vigilanza») risulta assai laconica. Qualche delucidazione in più potrebbe arrivare dalle parole che lunedì 5 il presidente Flavio Repetto pronuncerà di fronte ai consiglieri della Fondazione Carige. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, il consiglio di indirizzo dovrebbe riunirsi alle 17,30 in via d’urgenza per un’ampia informativa di Repetto che farà il punto della situazione e fornirà una spiegazione dei fatti degli ultimi giorni. In attesa di ricostruzioni ufficiali, a Genova la speculazione regna sovrana.

In molti si chiedono perché consiglieri espressi da azionisti tanto diversi, quali la Fondazione e il Bpce, si siano mossi all’unisono. Oppure perché le dimissioni non siano avvenute in blocco.

 

Domande che alimentano molte suggestioni, ma che al momento non trovano risposte convincenti. «È stato un fulmine a ciel sereno», ammette un consigliere della Fondazione a MF-Milano Finanza, ricordando però che «da settimane ci aspettavamo qualche movimento improvviso sull’asse Banca-Fondazione». Ed ecco un indizio: la spiegazione del terremoto potrebbe trovarsi nella fitta trama di rapporti e relazioni che lega l’ente genovese alla sua conferitaria. Da qualche tempo la dialettica tra Berneschi e Repetto è piuttosto accesa. Almeno da quando nel febbraio scorso è stato annunciato il piano di rafforzamento patrimoniale che ha guastato i rapporti tra i due dominus della finanza genovese. Per adeguarsi alle richieste della Vigilanza, Carige dovrà trovare in tempi brevi 800 milioni cedendo asset non strategici e lanciando un aumento di capitale per colmare il gap. Una sfida per la Fondazione, che dal 2007 al 2012 ha investito in Carige quasi 700 milioni per mantenerne il controllo. L’ipotesi iniziale di un aumento da 400 milioni avrebbe costretto l’ente guidato da Repetto a sborsare circa 200 milioni per non diluirsi. Per evitare il salasso dell’azionista di maggioranza si è così deciso di dare priorità alle cessioni, riducendo al minimo la ricapitalizzazione. Sul mercato sono finiti così la sgr, le due compagnie Carige Assicurazioni e Carige Vita e il 20% dell’Autostrada dei Fiori. A settembre il management farà il punto su questo piano di dismissioni, ma la sensazione è che lo scoglio dell’aumento di capitale sarà difficilmente aggirabile. Insomma, tutte queste problematiche potrebbero aver avvelenato i rapporti tra la banca e il principale azionista, e la raffica di dimissioni in cda potrebbe essere stata l’ultima, clamorosa tappa di questo confronto. Segno che ormai il tavolo era saltato.

Per quanto concerne il ruolo dei francesi del Bpce, fonti qualificate suggeriscono che tra la Fondazione e il Bpce ci sarebbe «unità di vedute sul futuro della banca» e che l’azione sarebbe stata in qualche modo concordata.

 

Sullo sfondo resta poi il ruolo di Bankitalia. Da tempo Via Nazionale vigila su Carige. A fine 2012 l’istituto genovese, insieme ad altre 19 banche italiane, è stato sottoposto a un’ispezione di sistema focalizzata sui crediti deteriorati. Proprio a febbraio Bankitalia suggerì ai vertici il piano di rafforzamento patrimoniale. In primavera poi l’ispezione straordinaria si trasformò in una verifica ordinaria generale relativa a sistemi informativi, finanza, personale e credito. Gli uomini della Vigilanza avrebbero terminato il loro lavoro soltanto a luglio e il verbale ispettivo potrebbe essere reso noto entro l’autunno. Anche se l’esito della verifica non è ancora noto, la banca ha già compiuto una profonda azione di pulizia e le rettifiche di valore dei crediti sono salite dai 74 milioni del primo semestre 2012 a 240,7 milioni. Non si può escludere che Via Nazionale si sia concentrata anche sulla governance di Carige, dominata da 25 anni dalla figura di Berneschi. Il suggerimento di un ricambio al vertice potrebbe insomma essere arrivato proprio dall’istituto di Vigilanza, anche se l’ipotesi resta ancora tutta da verificare.

Qualunque sia la spiegazione del terremoto, è certo che i nuovi vertici di Carigedovranno affrontare sfide cruciali. Oltre a irrobustire il patrimonio della banca, l’aumento di capitale contribuirà a rivedere gli assetti proprietari, introducendo cambiamenti decisivi. Gli occhi sono puntati soprattutto sulla Fondazione che potrebbe cedere parte dei diritti sul mercato, diluirsi e aprire la strada a nuovi investitori. A Genova insomma il cambiamento è alle porte. (riproduzione riservata)