Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

I risultati dell’impatto sull’indice di solvibilità delle grandi compagnie di assicurazione se i titoli del debito pubblico non fossero più considerati risk free sono stati inviati ad Ivass a fine giugno. L’autorità guidata dal presidente Paolo Angelini sta quindi iniziando a studiare le carte e a breve ci saranno i numeri su cui fare nuove, eventuali, riflessioni. A essere coinvolte dal test, come rivelato da MF-Milano Finanza lo scorso 4 giugno, sono esclusivamente le big, ovvero le compagnie che hanno scelto di utilizzare «il modello interno» di Solvency II, diverso dalla formula standard che è uguale per tutti, in cui i titoli di Stato continueranno in ogni caso a essere considerati risk free. Si tratta di Axa, Allianz, e pure Generali che già da tempo all’estero considerano il rischio legato agli investimenti in titoli di Stato. Ma anche di Unipol, Reale Mutua e Sace Bt e, in prospettiva, Intesa Sanpaolo Assicurazioni e Poste Vita, che hanno avviato i cantieri per passare dalla formula standard al modello interno di Solvency II. Gli impatti, nei casi più estremi, potrebbe arrivare a ridurre di oltre 30 punti percentuali l’indice di solvibilità, ma molto potrebbe dipendere dalle modalità di calcolo del rischio, e proprio su questo aspetto si potrebbe aprire un confronto.
Preoccuparsi per le proprie finanze e per la propria salute sono le principali paure dei consumatori. A seguire quelle relative a come sarà il futuro. Questo quanto emerge dai sondaggi sui consumatori fatti in dieci Paesi e pubblicati in «The Allianz 3am Report 2026». Rispetto all’anno precedente le preoccupazioni finanziarie – che includono quelle per l’aumento del costo della vita e per il reddito insufficiente – sono cresciute in sette degli otto Paesi esaminati, salendo nella classifica delle prime tre preoccupazioni in Brasile, Francia, Germania e Regno Unito, mentre in Italia sono rimaste stabili. Gli aumenti più marcati si osservano in Australia e Indonesia, dove sono rimaste al primo posto, così come in Turchia. Anche nelle due nazioni aggiunte al sondaggio di quest’anno, Spagna e Svizzera, le preoccupazioni finanziarie si collocano tra le prime due posizioni.
Intesa Sanpaolo accelera nel wealth management e protection portando il modello di Fideuram, prima banca in Italia specializzata nella consulenza finanziaria e nella gestione del patrimonio, nei mercati dell’Europa centro-orientale e in Egitto. L’iniziativa rappresenta un pilastro del piano di impresa 2026-29 presentato dal ceo di Ca’ De Sass Carlo Messina e che ha lo scopo di trasformare le banche internazionali del gruppo in un motore di crescita. Il nuovo modello è già operativo in Slovacchia e Ungheria e verrà progressivamente esteso anche ad altri Paesi, tra cui Croazia, Serbia, Slovenia, Romania, Albania, Moldova e Ucraina. L’obiettivo è raggiungere, entro la fine del piano di impresa, circa 1.200 financial advisor e 2.500 relationship manager, così da offrire i servizi a un bacino potenziale di fino a un milione di clienti affluent, ossia persone con redditi e patrimoni superiori alla media, ma non tali da rientrare nella fascia dei grandi patrimoni.
In pratica si tratta di un conto d’investimento per i nati tra il 2025 e il 2028 nel quale saranno caricati una tantum 1.000 dollari forniti dal dipartimento del Tesoro Usa. Sui «Trump Accounts» i fondi crescono con una tassazione agevolata, il denaro sarà investito in diversi fondi azionari americani e i conti saranno inizialmente gestiti dalla Bank of New York Mellon. Secondo le proiezioni di TrumpAccounts.gov, i conti potrebbero raggiungere i 6.000 dollari entro i 18 anni e i 243.000 entro i 55 anni, ipotizzando che il conto riceva il deposito iniziale di 1.000 dollari dal Tesoro e nessun ulteriore contributo. Per adesso sono circa 6 milioni le famiglie che hanno aderito al programma. Il presidente, inoltre, non ha escluso che il Bitcoin entri nei «Trump Accounts».
Nel mese di giugno la raccolta netta di Fineco ha raggiunto quota 1,45 miliardi di euro (+71% annuo). Anche l’acquisizione di nuovi clienti ha registrato un incremento particolarmente robusto, pari al 51%, attestandosi nel mese a 21.698 e portando il totale da inizio anno oltre 125 mila.
Il noleggio consolida il proprio ruolo di pilastro del mercato automobilistico italiano. Nel primo semestre del 2026 il comparto ha rappresentato il 33,4% delle immatricolazioni nazionali, il livello più alto degli ultimi anni e quasi quattro punti percentuali in più rispetto al 29,6% registrato a fine 2025. Tradotto: un’auto nuova su tre immatricolata in Italia passa oggi attraverso il noleggio, confermando come il canale sia diventato determinante tanto per le flotte aziendali quanto per il ricambio del parco circolante. È quanto emerge dall’analisi realizzata da Aniasa e Dataforce sul secondo trimestre dell’anno. Tra aprile e giugno sono stati immatricolati 165.804 veicoli tra autovetture e veicoli commerciali leggeri, in crescita del 3,3% rispetto allo stesso periodo del 2025. L’incremento è stato trainato quasi esclusivamente dal noleggio a breve termine, che ha registrato un balzo del 23,7%, mentre il lungo termine ha evidenziato una flessione del 4,1%. Il risultato complessivo deriva da circa 10 mila immatricolazioni aggiuntive nel breve termine, compensate solo in parte dal calo di quasi 5 mila targhe nel lungo termine.

La liquidazione del danno non patrimoniale derivante da un’esperienza di grave pericolo, come quella vissuta durante il naufragio della Costa Concordia, deve essere sorretta da una motivazione logica, coerente e conforme ai criteri degli artt. 1226 e 2056 del codice civile. Il giudice, anche quando procede in via equitativa, non dispone di un potere libero e incontrollato: la quantificazione del pregiudizio deve poggiare su elementi concreti e su un percorso argomentativo verificabile. Questo principio è stato ribadito dalla Corte di cassazione con l’ordinanza 27 giugno 2026, n. 22092, intervenuta sul risarcimento richiesto da un passeggero coinvolto nel noto naufragio avvenuto presso l’Isola del Giglio. Secondo la Suprema Corte, non è logico riconoscere l’intensità della sofferenza patita e, al tempo stesso, ridurre drasticamente il risarcimento sulla base di circostanze che confermano la gravità dell’esperienza vissuta. Il timore per la propria incolumità e l’angoscia per la sorte della coniuge non possono essere considerati fattori attenuanti del danno; al contrario, possono accrescerne la rilevanza. La Corte ha quindi ricordato che la liquidazione equitativa non equivale ad arbitrio. Quando il danno non può essere misurato con criteri matematici, il giudice può fare ricorso all’equità, ma deve spiegare quali elementi abbia considerato e perché essi giustifichino una determinata somma. La motivazione deve consentire il controllo del percorso logico seguito, evitando valutazioni generiche, sproporzionate o incoerenti.
Le autorità competenti transnazionali possono astenersi dal richiedere la distruzione o il richiamo dei prodotti per affrontare problemi specifici di conformità alla direttiva Ue n. 285/2024 sui Green Claims (le dichiarazioni ambientali o le etichette di sostenibilità) nei casi di vecchio stock. Lo afferma il “Common Understanding Old Stock Situation” pubblicato dalla Commissione Ue a fine giugno e riguardante la prossima entrata in vigore della direttiva Green Claims (ECGT). Infatti, a partire dal prossimo 27/9/2026 tutto quello che è stato prodotto e stampato prima di tale data rischia di essere in contrasto con la nuova disciplina. Quindi, le imprese si troverebbero in forte difficoltà, perché in assenza di un regime transitorio “salvo scorte” fino al loro esaurimento, dovrebbero smaltire tali beni come rifiuti, con un danno economico enorme, spreco alimentare e un impatto ambientale senza precedenti. Secondo il citato “Common Understanding” le autorità dovrebbero considerare una tale misura irragionevole se dovesse comportare costi sproporzionati o danni ambientali inutili. Lo stesso documento sostiene che l’ECGT mantenga l’ambito di applicazione e la logica di intervento dell’attuale direttiva sulle pratiche commerciali sleali, la cui applicazione è affidata alle autorità nazionali competenti, compresi gli organi giurisdizionali.
Dal 1° luglio 2026 cambia l’accesso alla previdenza complementare per i lavoratori del settore privato di prima assunzione. Entrano, infatti, in vigore le nuove disposizioni, introdotte dalla legge 199/2025 (manovra 2026), che riscrivono il meccanismo di destinazione del Tfr ai fondi pensione. In particolare, il termine entro il quale il dipendente può decidere se mantenere il Tfr secondo il regime ordinario o destinarlo a una forma pensionistica complementare si riduce da sei mesi a 60 giorni. Decorso tale periodo senza una scelta espressa, opera l’adesione automatica al fondo pensione individuato dalla contrattazione collettiva applicabile, con effetto dalla data di assunzione. Contestualmente diventano operativi nuovi obblighi informativi a carico del datore di lavoro. Le novità sono contenute nella legge 199/2025, che interviene sul dlgs 252/2005 con l’obiettivo di rafforzare la diffusione della previdenza complementare. Per i lavoratori di prima assunzione del settore privato, esclusi i lavoratori domestici, l’adesione automatica opera verso la forma pensionistica collettiva prevista dal contratto o dall’accordo collettivo, anche territoriale o aziendale. Qualora siano presenti più fondi pensione, resta confermato il criterio della maggiore adesione dei dipendenti dell’impresa, salvo diversa previsione della contrattazione. In assenza di una forma collettiva di riferimento, il Tfr è conferito alla forma pensionistica residuale prevista dalla normativa. Entro 60 giorni dall’assunzione il lavoratore può comunque scegliere una diversa forma pensionistica complementare oppure mantenere il Tfr secondo la disciplina dell’art. 2120, c.c. La scelta non è, tuttavia, irrevocabile e potrà essere modificata secondo le modalità previste dall’attuale normativa.
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