Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

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Dal 1° luglio sono operative le nuove regole sull’adesione automatica alla previdenza integrativa per i lavoratori dipendenti del settore privato. Le nuove regole riguardano la destinazione del Tfr maturando al momento dell’assunzione e distinguono tra lavoratori alla prima assunzione e lavoratori che hanno già avuto precedenti rapporti di lavoro. Se è alla prima assunzione, cioè se non ha avuto precedenti rapporti di lavoro subordinati entro il 30 giugno 2026, il lavoratore è considerato automaticamente un aderente alla previdenza integrativa, salva diversa scelta da esprimere entro 60 giorni. Se non è la prima volta che viene assunto, il lavoratore che abbia già aderito in passato a un fondo pensione e vi ha anche conferito il Tfr, ha sempre 60 giorni per indicare al nuovo datore di lavoro a quale fondo pensione destinare il Tfr maturando. In questo caso non può scegliere di mantenere il Tfr in azienda. Per effettuare questa scelta è necessario utilizzare la forma scritta. La Covip, in tre distinti documenti, ha illustrato le novità della riforma della previdenza integrativa operata dalla legge n. 199/2025 che, oltre a introdurre il nuovo “meccanismo automatico” di adesione per i lavoratori dipendenti (mettendo in soffitta quello del cosiddetto “silenzio assenso”, dopo 19 anni di utilizzo), ha introdotto anche tre nuove prestazioni e ha individuato precise linee d’investimento per il Tfr e per i contributi da parte dei fondi pensione. L’Inserto è una guida alle decisioni e alle scelte, per lavoratori e aziende.
Spento un autovelox su cinque con le nuove regole in vigore da domenica 12 luglio, introdotte dal dm Infrastrutture dell’8/6/2026, pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’11 luglio 2026 n. 159: restano attivi 3.150 dispositivi, perché corrispondono ai 25 prototipi approvati dai Trasporti, mentre 850 risultano ora inattivi e dovranno ottenere l’omologazione, una procedura unica nazionale che richiede test di laboratorio severi. Servono poi verifiche annuali sugli strumenti di rilevamento elettronico della velocità: le tarature vanno realizzate soltanto presso laboratori accreditati. Nel mirino gli errori di misurazione e la violazione della privacy, che va garantita con l’oscuramento automatico dei volti in caso di ripresa frontale dei veicoli. Si chiude, dunque, il lungo iter amministrativo che si è necessario per adeguarsi all’ordinanza n. 10505 del 18/4/2024, emessa dalla seconda sezione civile della Cassazione, che ha stabilito la nullità della multa e del taglio dei punti patente da parte del velox approvato e non omologato.
In autunno è attesa la riapertura del registro dei titolari effettivi. È il portato della pubblicazione nella Gazzetta ufficiale del dlgs 10 giugno 2026, n. 122, che recepisce gli articoli 11, 12, 13 e 15 della direttiva (Ue) 2024/1640 in materia di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo. Il decreto risolve infatti una serie di problemi in tema di libera consultazione del registro, che nel 2024 ne aveva decretato il blocco agli accessi. L’inattività del registro dei titolari effettivi. Nel corso del 2024 il Consiglio di Stato, con pronuncia n. 8248 del 15 ottobre, a seguito di una serie di ricorsi di associazioni di società fiduciarie, rimise diverse questioni pregiudiziali alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Le questioni sollevate riguardavano i contenuti del decreto ministeriale n. 55 del 2022. I maggiori dubbi interpretativi avevano a oggetto due aspetti. Il primo riguardava la sostanziale assimilazione del mandato fiduciario al trust, con la conseguenza che il decreto avrebbe esteso illegittimamente gli obblighi previsti per i trust anche ai mandati fiduciari. Una seconda fondamentale questione riguardava il paventato accesso indiscriminato del pubblico al registro, che creava rilevanti problemi alla riservatezza dei titolari effettivi e risultava in contrasto con la sentenza della Corte di giustizia europea del 22 novembre 2022
Ricchezza record, investimenti in affanno. Nell’ultimo anno le disponibilità finanziarie delle famiglie italiane hanno raggiunto un livello mai visto prima. Ma la loro capacità di convertire i risparmi in investimenti sta registrando un progressivo indebolimento, vuoi per le turbolenze geopolitiche, vuoi per una scarsa educazione finanziaria o per la necessità di poter accedere velocemente ai propri risparmi in caso di necessità. È il quadro che emerge incrociando i risultati dell’analisi Fabi sui dati di Banca d’Italia con quelli dell’osservatorio “Look to the Future” realizzato da Nomisma e Athora Italia su un campione di 1.200 persone tra 18 e 75 anni. Ebbene, secondo le rilevazioni della Federazione autonoma bancari italiani (Fabi), il patrimonio finanziario complessivo delle famiglie ha superato, nel 2025, i 6.487 miliardi di euro, con una crescita del 35% rispetto al 2020: oltre 1.600 miliardi in più in un quinquennio. Solo nell’ultimo anno l’incremento è stato di 446,3 miliardi, dai 6.041 miliardi del 2024 ai 6.487 miliardi del 2025 (+7%). Il dato più significativo riguarda la composizione della crescita. Le azioni detenute dalle famiglie sono passate da un valore di 973,9 a 2.077,2 miliardi di euro tra il 2020 e il 2025 (+113%), con un balzo del 16,4% soltanto nel 2025. Bene anche le obbligazioni (+111% nel periodo, a 523,6 miliardi) e i fondi comuni di investimento, cresciuti da 689,1 a 901,9 miliardi (+30,8%). Mentre la liquidità, pur restando la componente prevalente del patrimonio, è cresciuta a un ritmo nettamente inferiore: da 1.556,3 a 1.603 miliardi negli ultimi cinque anni (+3%), con un incremento di appena l’1,5% nel corso del 2025 trainato quasi esclusivamente dai conti correnti
La videosorveglianza è rimedio principe per tutelare gli immobili durante le vacanze estive. Quando si parte per le agognate ferie, si ha paura a lasciare incustodite le case in città. E, infatti, secondo gli ultimi dati ufficiali Istat, in un anno in Italia vengono svaligiati più di 155 mila appartamenti, praticamente uno ogni tre minuti, con un rapporto di quasi 264 furti ogni 100 mila abitanti. Secondo un’indagine commissionata dal portale Facile.it all’istituto di ricerca Emg, il 64% degli italiani è preoccupato che durante l’assenza estiva l’abitazione venga svaligiata. E circa un italiano su tre, circa 12 milioni di persone, ha deciso di affidarsi alla tecnologia e di installare un sistema di videosorveglianza, mentre solo l’11% dei rispondenti ha dotato l’abitazione di grate antintrusione. Circa 4,7 milioni di italiani chiedono invece a vicini o conoscenti fidati di svuotare regolarmente la cassetta delle lettere, così da ridurre al minimo i segnali di assenza prolungata, mentre 2,7 milioni di proprietari preferiscono lasciare accese tv, radio o alcune luci di casa. Poco più di 2 milioni, infine, puntano sui vigilantes privati. La maggioranza degli italiani sembra quindi aver puntato sulla videosorveglianza. Ma quali sono le regole base da seguire per fare un utilizzo di tale strumento conforme alla normativa privacy? Vediamole insieme
Il settore delle fusioni e acquisizioni in Italia, nella prima metà dell’anno, a causa delle tensioni internazionali, ha fatto registrare un leggero rallentamento rispetto allo stesso periodo del 2025 (637 deal conclusi per un controvalore di 22 miliardi di euro, rispetto ai 30 del primo semestre 2025). Ma le prospettive, per la seconda parte dell’anno, secondo un recente report di KPMG sul m&a, sono decisamente più ottimistiche: la pipeline delle operazioni annunciate supera infatti un controvalore di 60 miliardi di euro (secondo KPMG verranno chiuse circa 1.500 operazioni entro la fine dell’anno), trascinati dalle maxi-operazioni su MPS (tra cui l’OPS di Intesa Sanpaolo da oltre 30 miliardi e la fusione di Mediobanca in MPS) e la scalata di Unicredit sul 60% di Commerzbank, chiusa nei giorni scorsi, che verrà però “contabilizzata” solo nelle prossime rilevazioni. Senza dimenticare poi i “megadeal” transfrontalieri, come l’acquisizione di Italiana Petroli da parte dell’azera Socar o lo sbarco al Nasdaq dell’italiana Bending Spoons.

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Aziende e professionisti che usano l’intelligenza artificiale (IA) lo devono fare con responsabilità, secondo le leggi europee. E «il 2 agosto 2026 è la data di discontinuità: il regolamento UE 2024/1689 o AI Act diventerà pienamente applicabile», spiega Matteo Molesti, partner di Elexia Avvocati & Commercialisti. Sì, certo, «alcune norme sono già in vigore – aggiunge – Dal febbraio 2025 sono vietati i sistemi a rischio inaccettabile (tipo quelli per la sorveglianza di massa, ndr), e da agosto 2025 si applicano le regole su governance, controlli e sanzioni». Altri obblighi scatteranno nel 2027 e nel 2028. Ma dal prossimo mese entrano in vigore le prime norme che investono un’ampia platea di soggetti. «L’impatto maggiore per le imprese riguarda gli obblighi di trasparenza previsti dall’articolo 50 dell’AI Act», spiega Anna Cataleta, giurista e consulente P4I. In sintesi, nasce il diritto di sapere, in modo esplicito, se ciò con cui stiamo interagendo, che stiamo leggendo o vedendo è “umano” o generato dall’IA.

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«Datameteo» ci informa che in Italia non solo sono in aumento le grandinate; ma grandina anche molto più forte. E che di conseguenza la concentrazione di eventi con chicchi di grandi dimensioni è senza precedenti nella serie storica. Ne sanno qualcosa i residenti delle zone del Nord Italia colpite in questi giorni dal fenomeno. Dal cielo sono piovute a grande velocità palline anche di 200 grammi. Sei anni fa, ricorda il climatologo Massimiliano Fazzini, a Pescara una persona è stata ferita con gravi danni al cervello. «La forza è data dall’unione di tre fattori. Le elevatissime temperature del mare, il Mediterraneo, sui 30-32 gradi. Le temperature dell’aria superiori ai 40 gradi in alcune località del centro-sud e di 35 al nord. E (terzo fattore) gli spifferi di aria fredda, per fortuna solo spifferi, provenienti da quote superiori ai 4-4.500 metri». «Con più energia a disposizione negli ultimi dieci anni il diametro medio del chicco è raddoppiato. Era in media di 3-4 centimetri; ora è di 7-8. È uno dei rari numeri corretti che girano sul web»

Nel recente dibattito italiano ritorna con ostinazione una frase: bisogna canalizzare il risparmio verso l’economia reale. È una frase giusta, ma incompleta. Perché il risparmio delle famiglie non si muove per decreto, non segue gli slogan e non accetta di essere trattato come una riserva da usare a comando. Si mobilita solo se incontra strumenti semplici, comprensibili, liquidi, fiscalmente chiari e stabili. Altrimenti resta dove è sempre stato: nei depositi, nei titoli di Stato, nell’immobile, cioè in forme percepite come sicure ma povere di capitale di rischio per le imprese. La questione è decisiva ed è stata sottolineata nella Relazione della Consob da Chiara Mosca, che ha finalmente messo al centro il ruolo del mercato nel collegare risparmi a imprese e crescita economica. Le famiglie europee hanno una ricchezza privata enorme, ma per una parte ancora parcheggiata in depositi, polizze e immobili. Negli Stati Uniti il rapporto tra risparmio e mercato dei capitali è diretto. Il risultato per il sistema Italia è duplice: le famiglie rinunciano a una componente importante di rendimento di lungo periodo e le imprese, soprattutto quelle che innovano, dipendono troppo dal credito bancario.
Un comunicato di sei pagine, che il consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, dopo averlo approvato all’unanimità, ha diffuso giovedì in serata, interamente dedicato alle considerazioni preliminari sull’offerta pubblica di acquisto e scambio promossa da Intesa sul Monte e alla analisi della proposta di aggregazione avanzata da Banco Bpm verso la banca senese. La sintesi? Il prezzo proposto da Intesa non va bene (quasi cinque argomentate pagine), tanto che guardiamo anche all’iniziativa di Banco Bpm (meno di una paginetta). La battaglia per il controllo della banca più antica al mondo è solo all’inizio. L’offerta vera e propria partirà probabilmente nella seconda metà di ottobre, tre mesi da adesso, e gli step autorizzativi da affrontare in questo arco di tempo sono molti e impegnativi. Poi, il 10 settembre, ci sarà l’assemblea dei soci di Intesa e solo dopo il loro voto si entrerà nel vivo. Servono autorizzazioni bancarie, assicurative, di mercato, di tutela della concorrenza prima di arrivare al dunque, che è quel prezzo a cui il consiglio di Mps ha dedicato tutta la propria attenzione giovedì. Se è vero, come riconosciuto da entrambe le parti, che la reazione del mercato e quindi l’ampliarsi o il ridursi di quella forbice di prezzo denominata premio andrà misurata solo a ridosso del lancio dell’offerta vera e propria, ci sono temi legati all’Antitrust e alla tutela della concorrenza che vanno affrontati immediatamente. Il realizzarsi del disegno di Intesa porterebbe ad alcuni effetti significativi. In primis, il leader sul mercato bancario italiano diverrebbe ancora più forte in casa propria. Per anni si è detto che Ca’ de’ Sass non poteva più crescere sul mercato domestico, tanto che nel 2000, acquisendo Ubi, fu chiamata a cedere un numero importante di agenzie a Bper. Ora, aumenterebbe la propria rete di almeno seicento sportelli. Qualcosa non torna. Nella prossima pronuncia del rinnovato Antitrust conteranno solo le agenzie e i premi Vita, come parametri di tutela della clientela, o anche le masse gestite, i prestiti erogati, i mutui accesi, il credito al consumo? Sarà interessante scoprirlo.
Nel panorama italiano del noleggio a lungo termine, un settore con un fatturato complessivo di 13 miliardi, UnipolRental si posiziona come il principale player a capitale interamente italiano, con una strategia di sviluppo che, nei piani aziendali, punta a ridefinire il concetto di mobilità. Come spiega Massimo Roserba, amministratore delegato di UnipolRental e Chief mobility solutions officer del gruppo Unipol: «La mobilità sta evolvendo e cambiano le esigenze delle persone e delle imprese. Mutano l’utilizzo dei veicoli, le tecnologie, le normative. Insomma si sta modificando tutto il contesto competitivo in cui eravamo abituati a lavorare».

Il 10 giugno 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato in via preliminare due schemi di decreto legislativo attuativi della legge 132/2025 in materia di intelligenza artificiale, ora all’esame delle commissioni parlamentari. I testi si collocano nel solco dell’AI Act (regolamento Ue 2024/1689) e ne completano l’attuazione nell’ordinamento italiano, senza introdurre – almeno nelle intenzioni dichiarate dal Governo – una disciplina alternativa a quella Ue. Il primo decreto ha un’impostazione organizzativa e regolatoria: rafforza l’infrastruttura di controllo, i protocolli, le procedure e il sistema delle sanzioni. Il secondo decreto si occupa, invece, dell’uso dell’AI per le attività di polizia e della tutela dei soggetti che, a vario titolo, subiscano un danno riconducibile a un difetto o a un uso scorretto dell’AI.
A Milano i conti correnti delle famiglie residenti si sono alleggeriti del 4% negli ultimi quattro anni: oggi i milanesi possono contare su 3,75 miliardi di euro in meno in banca rispetto ad aprile 2022. Cifre che la crisi ha eroso o che sono state dirottate altrove, verso forme di investimento più redditizie, ma che raccontano bene i movimenti della liquidità delle famiglie italiane innescati in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina e con l’avvicendarsi delle fiammate inflazionistiche degli ultimi anni. Le mosse sui conti dei milanesi diventano rilevanti, visto che il capoluogo lombardo da solo raccoglie quasi l’8% di tutte le somme depositate in banca dalle famiglie consumatrici a livello nazionale: circa 90 miliardi su un totale di 1.163 miliardi di euro (escluse le forme di liquidità remunerata o vincolata). I numeri vengono dalla tavola «Depositi per provincia, settore e sottosettore della clientela» della base dati statistica della Banca d’Italia, aggiornata al 30 aprile 2026, classificata per residenza della clientela (non per sede di sportello).
I 1.163 miliardi di euro detenuti sui conti correnti dagli italiani sono tanti o sono pochi? Sono sicuramente troppi se si pensa a forme alternative di impiego che potrebbero sostenere l’economia reale (oltre che il rendimento dei risparmi), ma in una prospettiva europea il discorso rischia di ribaltarsi. Almeno considerando la quota parte dei depositi sul totale delle attività finanziarie possedute dalle famiglie (al netto dunque degli investimenti immobiliari). In Italia tale quota si posiziona al 37%, uno dei livelli più bassi di tutto il continente. Solo il Nord Europa mostra livelli (nettamente) inferiori, con Svezia al 18%, Danimarca al 19%, Paesi Bassi al 27% e Norvegia al 34 per cento. Mentre all’opposto numerosi Paesi dell’area mediterranea e dell’Est Europa superano il 60%, fino ad arrivare ai massimi di Grecia (69%) e Bulgaria (70%). Sono alcuni dei dati contenuti in un report che l’Efama, l’associazione rappresentativa dell’industria europea del risparmio gestito, ha rilasciato la scorsa settimana, servendosi di dati Eurostat e Ocse.
A dieci anni dall’entrata in vigore del reato di omicidio stradale (introdotto dalla legge 41/2016), il numero di denunce per questo tipo di delitto è rimasto pressoché costante. I dati forniti al Sole 24 Ore del Lunedì dal dipartimento di Pubblica sicurezza del ministero dell’Interno consentono di valutare gli effetti della normativa: il “nuovo” articolo 589-bis del Codice penale non sembra aver dato un sostanziale contributo alla sicurezza stradale. Il numero delle vittime rimane sostanzialmente stabile. In seguito all’entrata in vigore della riforma, dopo gli aumenti registrati nel 2017 e nel 2018, i decessi sono diminuiti nel 2019 e soprattutto nel biennio pandemico 2020-2021, per poi tornare a crescere nel 2022 e nel 2023, assestandosi nel 2024 a 3.030 morti. Più di otto al giorno. Il tasso di mortalità stradale, pari a 51,4 decessi per milione di abitanti (contro il 44,8 nella media Ue 27), posiziona il nostro Paese al 19° posto della graduatoria europea.
Nel linguaggio comune l’omicidio stradale viene spesso associato ai casi più gravi: guida in stato di ebbrezza, sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, eccesso di velocità o attraversamento con il semaforo rosso. In realtà, il delitto ha un ambito applicativo molto più ampio. Per integrare la fattispecie base, prevista dall’articolo 589-bis del Codice penale e punita con la reclusione da due a sette anni, è sufficiente cagionare per colpa la morte di una persona violando una norma sulla circolazione stradale, purché la violazione sia causalmente collegata all’evento.
Con la riforma della previdenza complementare contenuta nella Legge di bilancio 2026 (legge 199/2025, articolo 1, commi 204 e seguenti) , intervenendo sul testo dell’articolo 8 del Dlgs 252/2005, il legislatore ha inteso introdurre una disciplina particolarmente innovativa per coloro che si “rioccupano” in un nuovo impiego a partire dal 1° luglio 2026, essendo stati in precedenza parte di un rapporto di lavoro nell’ambito del quale avevano già manifestato una scelta, espressa o tacita, relativa al trasferimento del Tfr al secondo o al terzo pilastro di previdenza.
La persona danneggiata – che abbia subito lesioni fisiche e necessiti di prestazioni sanitarie – non è costretta a rivolgersi alla sanità pubblica per le cure. E, quando opti per l’assistenza privata, i costi sostenuti integrano di norma un danno risarcibile, purché si tratti di prestazioni necessarie o comunque utili e la scelta risulti ragionevolmente giustificata dalle circostanze del caso concreto. L’obbligato al risarcimento può però contestare questo danno, dimostrando che il maggior costo per le cure private sia una spesa superflua, evitabile con l’ordinaria diligenza perché sostituibile, senza sacrifici apprezzabili, con prestazioni equivalenti disponibili presso il servizio sanitario pubblico o convenzionato. Lo ha stabilito la Cassazione che, con l’ordinanza 16925 del 29 maggio 2026, è tornata sul tema del risarcimento del danno patrimoniale futuro per spese di cura.
L’ingresso delle nuove generazioni nella proprietà e nella governance delle aziende di famiglia è una decisione delicata, che coinvolge non solo aspetti economici, ma anche equilibri familiari e prospettive di sviluppo dell’impresa. Tale situazione non dovrebbe essere affrontata quando diventa inevitabile, ma quando l’imprenditore è ancora nelle condizioni di scegliere e guidare il futuro della propria impresa, individuando un percorso condiviso per definire i futuri ruoli gestionali della nuova generazione. A seconda del progetto scelto verranno individuati gli istituti giuridici necessari a perfezionare il trasferimento.