Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

 

Il rapporto annuale dell’Inps ha celebrato quest’anno un quarto di secolo. Un’analisi che ha raccontato negli anni l’evoluzione dei fenomeni economici e sociali dell’Italia, interpretandone le trasformazioni attraverso le informazioni e i dati custoditi negli archivi dell’Istituto. Il primo dato positivo che balza agli occhi quest’anno è che l’occupazione ha raggiunto nuovi massimi storici: oltre 24 milioni in termini assoluti con un tasso percentuale del 63%. Ma ce n’è subito un altro che frena gli entusiasmi: l’Italia è tra i Paesi europei caratterizzati dal più elevato grado di invecchiamento demografico e i lavoratori hanno già iniziato a rinviare la pensione (da 64,5 anni nel 2024 a 64,7 anni l’anno scorso) perché il sistema contributivo li spinge a restare per aumentare l’assegno. Quanto è sostenibile nel lungo periodo il sistema previdenziale e che impatto avrà l’uso sempre più diffuso dell’intelligenza artificiale su lavoro e pensioni? A rispondere è il direttore generale dell’Inps, Valeria Vittimberga.
La previdenza complementare torna al centro dell’attenzione con l’entrata in vigore della riforma del Trattamento di fine rapporto, ma per molti  italiani il primo ostacolo continua a essere la conoscenza degli strumenti disponibili. Se da un lato cresce la consapevolezza dell’importanza di
pianificare il proprio futuro economico, dall’altro permane un divario tra intenzioni e comportamenti. È quanto emerge dalla ricerca realizzata da Swg per Zurich, che fotografa un Paese nel quale il valore della pianificazione è ormai riconosciuto, ma fatica ancora a tradursi in decisioni concrete, soprattutto quando si parla di previdenza integrativa e investimenti. L’indagine, condotta su un campione rappresentativo di oltre 2 mila italiani tra i 18 e i 64 anni, evidenzia infatti come quasi quattro persone su dieci non si siano mai informate sulla previdenza complementare, mentre quasi sette su dieci dichiarano una conoscenza limitata o nulla degli strumenti di risparmio e investimento. Il divario riguarda tutte le fasce d’età, ma interessa soprattutto i più giovani, che mostrano al tempo stesso una maggiore propensione a ricercare rendimento.
Convivenza prematrimoniale, pensione di reversibilità e valore patrimoniale della relazione al centro di recenti evoluzioni giurisprudenziali: con l’ordinanza n. 15652 del 22 maggio 2026 la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sulla ripartizione del trattamento pensionistico di reversibilità tra il coniuge superstite e l’ex coniuge divorziato beneficiario di assegno divorzile ai sensi dell’art. 9, comma 3, della legge n. 898 del 1970. La Corte d’Appello romana, con decisione confermata dalla Cassazione, aveva attribuito il 65% della reversibilità all’ex coniuge ed il 35% al coniuge superstite, tenendo conto, oltre che della durata dei rispettivi vincoli matrimoniali, dell’entità dell’assegno divorzile, delle condizioni economiche delle parti, dello stato di salute dell’ex coniuge e della durata della convivenza prematrimoniale intercorsa tra il de cuius ed il coniuge superstite. Il criterio della durata del matrimonio conserva, dunque, carattere prioritario, ma non esclusivo. La pensione di reversibilità non svolge una funzione perequativa tra gli aventi diritto, bensì una funzione solidaristica, in quanto destinata a garantire la continuità del sostegno economico assicurato in vita dal dante causa. L’interprete è chiamato ad accertare non soltanto la consistenza formale dei rapporti giuridici, ma l’effettiva intensità del vincolo solidaristico che ha caratterizzato la vicenda familiare. Infatti è giurisprudenza consolidata quella secondo cui la convivenza prematrimoniale è elemento idoneo ad integrare il criterio legale della durata del matrimonio. Essa assume rilievo non perché anticipi cronologicamente le nozze ma perché contribuisce a definire la concreta dimensione della solidarietà familiare
Dal 1° luglio è entrata in vigore, nell’ambito della riforma della previdenza complementare, la nuova versione del silenzio assenso. MF-Milano Finanza ne ha parlato con Antonello Orlando, esperto previdenziale della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro. La novità del 2026 è l’incremento della soglia di deducibilità da 5.164,57 a 5. 300 euro annui. Va però ricordato che nel caso del tfr devoluto alla previdenza complementare, oltre a una maggiore tutela rispetto a eventuali pignoramenti vi è una tassazione molto più vantaggiosa delle prestazioni erogate dai fondi pensione come rendita, capitale, riscatto o Rita che possono beneficiare di un’aliquota sostitutiva. Tale tassazione viene applicata nel fondo pensione in unica soluzione, senza ricalcolo da parte dell’amministrazione finanziaria, a differenza di quanto avviene con il tfr che viene tassato all’erogazione ed è poi sottoposto successivamente a una ri-liquidazione di imposta spesso più onerosa. Anche la nuova rendita a erogazione frazionata ha una tassazione interessante, tra 20 e 15%.
La guerra in Medio Oriente, lo shock dei prezzi dell’energia, le incertezze sulle catene di approvvigionamento. Sulla carta tutti elementi capaci di spingere le imprese a rimandare o congelare gli investimenti più impegnativi. Come le acquisizioni. Eppure non è andata così. Nel primo semestre in Italia ci sono state 700 operazioni di m&a per un controvalore di 25,3 miliardi di euro secondo l’ultimo Parthenon Bulletin di EY, che MF-Milano Finanza ha potuto visionare in anteprima. Nel confronto con i primi sei mesi del 2025 questi risultati si traducono in un aumento del 18% in termini di numero di deal e del 35% in valore. L’ammontare investito segue un andamento in parte diverso: nel 2016 era di 52 miliardi, nel 2025 di 73 miliardi. Un incremento c’è stato anche in questo caso, però meno marcato sul lungo periodo. Segno che si fanno più acquisizioni, ma che il loro peso medio è inferiore. «Il mercato mostra una dinamica interessante: cresce il numero delle operazioni, anche se la dimensione dei deal è in calo, anche per effetto dell’aumento del costo del denaro e di un’attenta pianificazione dei rischi.
Gli italiani risparmiano sempre più per proteggersi dagli imprevisti, mentre inflazione e caro vita frenano investimenti e progetti di lungo periodo. È quanto emerge dalla seconda wave dell’Osservatorio «Look to the Future» di Athora Italia, Compagnia assicurativa vita del Gruppo Athora, presentato a inizio giugno. L’analisi è stata realizzata con Nomisma e ha indagato il sentiment degli italiani su risparmio e investimenti.
Dalla ricerca si evidenzia una forte tensione tra consapevolezza finanziaria e comportamento concreto: gli italiani identificano nell’inflazione e nell’erosione del potere d’acquisto i principali fattori che incidono sulla capacità di risparmiare ma a prevalere è una diffusa tendenza all’inattività. Anche quando il risparmio c’è, resta spesso fermo sulla soglia, frenato soprattutto dal timore di non avere denaro immediatamente disponibile in
caso di necessità. Per questo motivo oltre il 60% di chi risparmia mantiene le proprie disponibilità tra conto corrente e contanti. I risparmiatori che scelgono di detenere i propri risparmi informa liquida considerano la liquidità una garanzia di disponibilità immediata (53%), un elemento che rafforza il senso di controllo (30%) e fonte di sicurezza (25%), elementi che confermano come oggi la paura del presente finisca spesso per prevalere sulla costruzione del futuro
La capacità di risparmio è sempre più disomogenea nel nostro Paese ed è segnata da forti differenze per genere, età e area geografica. È quanto emerge dalla seconda wave dell’Osservatorio Look to the Future 2026 di Athora Italia, realizzato con Nomisma, e pubblicata il 7 luglio scorso. Il dato più rilevante riguarda il genere: per l’82% delle donne risparmiare è stato difficile negli ultimi dodici mesi, mentre oltre la metà dichiara di non riuscire ad accantonare risorse perché le spese assorbono interamente, o addirittura superano, le entrate disponibili. Un segnale che evidenzia
una fragilità economica più accentuata rispetto alla componente maschile. Al contrario, tra gli uomini la capacità di risparmio appare più solida, con il 54% che dichiara di riuscire ancora a mettere da parte risorse, delineando un divario strutturale che si riflette anche nelle scelte di gestione del reddito e nella maggiore propensione alla liquidità tra le donne. Sul piano generazionale, l’Osservatorio evidenzia come gli under 35 rappresentino il segmento relativamente più resiliente, con il 60% che afferma di riuscire a risparmiare
«Con l’Osservatorio analizziamo ogni anno percezioni, comportamenti e aspettative delle famiglie italiane su risparmio, investimenti,
previdenza e protezione. L’obiettivo è comprendere i bisogni delle persone e contribuire al dibattito pubblico su questi temi», dice Giuseppe Marazia, chief marketing officer Athora Italia. «I dati evidenziano una carenza diffusa di cultura finanziaria, trasversale a età, genere e area geografica. Un gap che limita la capacità di pianificare il futuro e conferma la necessità di promuovere iniziative di educazione finanziaria capaci di favorire scelte più consapevoli. Una maggiore cultura economica è infatti essenziale per avvicinare i bisogni delle persone alle soluzioni più adatte a proteggerne il futuro»
Allianz Hybrid 2026 Special Edition è un contratto di assicurazione sulla vita multiramo, di tipo unit linked e con partecipazione agli utili. Le due anime del prodotto sono rappresentate dalla gestione separata Vitariv e da alcuni fondi interni, al fine di comporre l’investimento scegliendo tra alcune combinazioni disponibili. La polizza è a vita intera, pertanto la durata del contratto coincide con la vita dell’assicurato. Sono a disposizione diverse possibili combinazioni “obiettivo” di gestione separata e fondi interni, cinque di queste conseguite mediante la progressiva riallocazione del capitale investito nella gestione separata Vitariv, pari inizialmente all’80%, verso i fondi interni. Il contratto prevede il pagamento di un premio unico di importo minimo pari a 5.000 euro e di importo massimo pari a 3 milioni di euro. Inizialmente, il capitale viene investito per l’80% nella gestione separata Vitariv e per il restante 20% nei fondi interni selezionati.

Il blogger risarcisce se non rimuove i post offensivi contro un terzo. Il titolare del diario online, infatti, risponde per non aver vigilato sulla sua pagina web: paga dunque il danno non patrimoniale alla persona offesa, oltre a rischiare la condanna penale per concorso in diffamazione aggravata. E se l’onere di controllo preventivo spetta solo all’hosting provider attivo, che svolge un ruolo attivo di filtro, il blogger ha comunque il dovere d’intervenire appena viene a conoscenza dei commenti ingiuriosi; conoscenza che può essere provata anche in modo indiretto con interazioni con i commenti, condivisioni e cronologia delle attività sul blog. La mancata rimozione equivale a condividere la lesione della reputazione altrui. Così la Cassazione civile, sezione prima, nell’ordinanza n. 22999 del 10/07/2026.

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Resta il forte divario Nord-Sud, con alcune eccezioni, e c’è una crescita generale delle Regioni che appare un po’ sospetta, perché disegna un quadro roseo di un sistema sanitario pubblico che invece appare in difficoltà a leggere le ricerche di vari osservatori, pubblici e privati. Il ministero della Salute ha diffuso i numeri riferiti al 2024 del Sistema di garanzia, che valuta tra l’altro come vengono assicurati i Lea, Livelli essenziali di assistenza, per stilare una classifica delle realtà locali. Ancora una volta, in testa c’è il Veneto, mentre sul podio l’Emilia-Romagna scavalca la Toscana e si piazza al secondo posto. Seguono Piemonte e Provincia di Trento e poi, sesta, la Lombardia. Il sistema, che si usa ormai da alcuni anni, è stato messo in piedi dal ministero della Salute con le stesse Regioni. Si basa su 88 indicatori, dalla copertura vaccinale dei bambini ai tempi di intervento dei mezzi di soccorso, dalla percentuale di cesarei alla morte per ictus. Gli indicatori sono raggruppati in tre grandi aree: l’assistenza ospedaliera, quella distrettuale — cioè territoriale — e la prevenzione. Per ognuna viene calcolato un punteggio, in base al raggiungimento degli obiettivi dati dagli indicatori, che va da 0 a 100. La sufficienza è valutata 60 punti. Ebbene, il Veneto ne ha fatti 288 e si conferma la Regione che funziona meglio. L’Emilia-Romagna è a 282, la Toscana, una delle poche Regioni che ha un punteggio inferiore rispetto al 2023, 280. Il Piemonte arriva a 272, la Provincia di Trento a 271 e la Lombardia, che rimane sempre al sesto posto, a 270. Ad andare peggio sono Provincia di Bolzano (206), Basilicata (205), Sicilia (196), Molise (192) e Calabria (189).

Il bisogno di informazione resta alto. A indebolirsi è la capacità di orientarsi in un sistema sempre più frammentato, nel quale piattaforme, influencer, opinionisti e utenti comuni si affiancano ai mezzi tradizionali nella selezione e nella diffusione delle notizie. È il quadro che emerge dalla ricerca Ipsos Doxa “Le Pratiche di Fruizione del Pubblico, Rischi e Opportunità nel Panorama Informativo Italiano”, presentata a Lacco Ameno per la 47esima edizione del Premio Ischia internazionale di giornalismo. Il dato più netto riguarda la disinformazione: il 48% degli italiani dichiara di essere caduto almeno qualche volta vittima di fake news. E il 51% ritiene difficile accedere oggi a un’informazione di qualità in Italia. Due percentuali che descrivono la crisi di orientamento del pubblico nel nuovo paesaggio mediatico. La moltiplicazione dei canali rende più difficile riconoscere le fonti e distinguere i contenuti giornalistici da quelli manipolati. L’indagine, condotta nel giugno 2026 su un campione di 1.500 persone tra i 16 e i 65 anni, mostra però che l’interesse verso l’informazione non arretra. Il 49% degli intervistati considera «molto importante» informarsi e la quota sale al 93% includendo chi lo ritiene «abbastanza importante».Persino tra gli under 35, il gruppo più distante dai media tradizionali, il valore resta elevato: il 39% considera l’informazione molto importante e il 91% almeno abbastanza importante. Non emerge neppure una fuga dal tempo dedicato alle notizie: il 75% della popolazione pensa di riservarvi lo spazio giusto, percentuale che scende al 69% tra i più giovani.
A seguito dell’operatività delle nuove regole sulla previdenza complementare, i datori di lavoro possono regolarizzare i Tfr arretrati dei dipendenti assunti per la prima volta dallo scorso 1° luglio entro il mese successivo a quello di effettuazione della scelta di destinazione del Tfr stesso. Lo precisa l’Inps nel messaggio 2325/2026 con il quale fornisce ulteriori istruzioni per adempiere al rinnovato obbligo contributivo di versamento del trattamento di fine rapporto. In base alle disposizioni introdotte dall’ultima legge di Bilancio, i lavoratori che vengono assunti per la prima volta dopo il 30 giugno 2026, hanno 60 giorni di tempo per decidere esplicitamente se aderire o no alla previdenza complementare. Se non si esprimono entro 60 giorni dall’assunzione, si applica di default il meccanismo della adesione automatica alla previdenza complementare. Qualora decidano di lasciare il Tfr “in azienda” secondo il regime dell’articolo 2120 del Codice civile, l’impresa deve versare il trattamento di fine rapporto al Fondo di tesoreria dell’Inps se ha raggiunto la soglia dimensionale minima media prevista (60 dipendenti al 31 dicembre 2025 o 50 dipendenti medi nel 2026 se si tratta di azienda neo costituita).

Tredici anni, 29 proposte di legge cadute nel vuoto e anche la 3oesima, che giace in Parlamento, rischia di fare la stessa fine. Dal 2013 sul tema dei caregiver familiari tutte le iniziative legislative che si sono susseguite – proposte dalle più variegate forze politiche – si sono puntualmente arenate. Al termine del Consiglio dei ministri del 12 gennaio scorso, è stata annunciata l’approvazione dell’ennesimo Ddl sui careviger e l’avvio dell’iter parlamentare con «procedura d’urgenza» per far seguire al provvedimento un percorso accelerato. Al momento la proposta è ancora all’esame della Commissione Affari Sociali della Camera, che in questi mesi ha discusso sporadicamente dell’argomento in “ben” 8 riunioni, l’ultima l’8 luglio conclusa con un rinvio a data da destinarsi. Chissà se e quando il Ddl approderà in Aula per l’approvazione finale. Arriverà prima della fine della legislatura? Intanto, chi si prende cura dei familiari fragili attende.
Per l’Italia c’è un rischio che è quasi una certezza: tra culle vuote e allungamento della vita il sistema assistenziale e previdenziale può andare sotto stress. E con esso i bilanci delle famiglie. La longevità è una buona notizia e in Italia la speranza di vita alla nascita è passata dai 78 anni del 2000 agli 84 del 2030 e il trend è destinato a continuare. Ma ha anche un rovescio della medaglia: un quarto della popolazione ha già più di 65 anni, oltre 4 milioni di persone vivono in condizioni di non autosufficienza e l’allungamento della vita comporta in media 13–15 anni di perdita progressiva di autonomia. Le proiezioni non sono incoraggianti: entro il 2050 le persone non autosufficienti in Italia arriveranno a 5,4 milioni. Il problema non è stato ancora affrontato e, in attesa, le famiglie (che se lo possono permettere) mettono mano al portafoglio. I costi della non autosufficienza sono anch’essi noti, soprattutto a chi si trova a fare da caregiver. Secondo l’11° Rapporto Itinerari Previdenziali una badante costa 18.000-21.600 euro all’anno e una Rsa tra i 16.800-19.200 all’anno, ossia il 60-70% del reddito familiare mediano. Si stima che entro il 2030 solo il 30% delle famiglie potrà sostenere autonomamente queste spese. Per non parlare delle cure sanitarie con una spesa di tasca propria che ha superato i 40 miliardi all’anno. Lo Stato per ora passa il cosiddetto accompagnamento (551,53 euro mensili nel 2026). Ma la trafila è lunga e la cifra è insufficiente senza il welfare familiare a sostenere i futuri pensionati.
SPer affrontare il problema della non autosufficienza all’estero sono già state realizzate delle partnership pubblico private che sono del resto state richiamate anche da Giovanni Liverani, presidente Ania che nel corso dell’assemblea dell’associazione delle compagnie assicurative, ha sottolineato come in Italia le soluzioni di sistema siano praticamente assenti, a differenza di quanto accade nei Paesi confinanti «che godono già di programmi universali di protezione contro la disabilità acquisita. E lo fanno con strumenti assicurativi evoluti, le cosiddette polizze long term care. Questo è un argomento su cui è urgente fare qualcosa. E questo è il motivo per cui ho registrato con grande soddisfazione l’interesse di molti esponenti del Governo e delle forze di opposizione con cui ho parlato». Ma vediamo nel dettaglio di cosa si tratta. In Germania la Pflegeversicherung (assicurazione pubblica per la non autosufficienza) è una componente obbligatoria del sistema di sicurezza sociale ed è collegata all’assicurazione sanitaria, quindi riguarda tutti i residenti in Germania con appartenenza al sistema assicurativo sanitario tedesco. La copertura è stata introdotta in Germania nel 1995 come ramo indipendente della previdenza sociale. Tutte le persone coperte da un’assicurazione sanitaria pubblica o privata sono obbligate ad avere una copertura Ltc. Chi è iscritto all’assicurazione sanitaria pubblica è automaticamente coperto dall’assicurazione Ltc, mentre chi dispone di un’assicurazione sanitaria privata deve sottoscrivere una corrispondente assicurazione privata obbligatoria. In Giappone, altro Paese di ultracentenari come l’Italia, il sistema pubblico di Long-Term Care Insurance è obbligatorio per tutti i residenti a partire dai 40 anni. In Francia non esiste un’assicurazione pubblica universale obbligatoria, c’è però un programma Ltc finanziato dai dipartimenti locali, destinato alla copertura parziale dei bisogni degli over 60 non autosufficienti, con prestazioni di importo variabile in funzione del reddito e del livello di dipendenza dei pazienti.
Come coniugare previdenza complementare e la perdita dell’autosufficienza? Una simulazione di Pwc, realizzata per Plus24, prova ad individuare coperture integrative alla pensione pubblica, studiate con un rinforzo in caso di perdita della non autosufficienza. L’ipotesi parte dall’utilizzo di alcune formule di rendita introdotte in Italia con l’ultima Legge di Bilancio che ha messo in campo nuovi strumenti più flessibili per gli iscritti alla previdenza complementare che decidono di trasformare in rendita il montante accumulato. Va ricordato infatti che finora solo una sparuta minoranza di lavoratori sceglie di utilizzare lo strumento della rendita al posto del ritiro del montante sotto forma di capitale (secondo i dati Covip poco più del 2,3% ). Tra i motivi la paura di non godere a lungo della rendita che in caso di decesso si interrompe, salvo che non si sia optato per dei correttivi come la reversibilità, che comunque abbatte il vitalizio. In particolare viene analizzato cosa accadrebbe utilizzando la rendita vitalizia o la rendita a durata definita. Quest’ultima nuova opzione è una rendita giudicata da molti in antitesi con il concetto di pensione che per definizione si caratterizza dal fatto di essere vitalizia. Tuttavia consente, in caso di premorienza rispetto al periodo di rendita fissato, la restituzione del montante non consumato ai beneficiari. Partendo da questa tipologia di rendita, il case study PwC ha simulato il costo delle coperture sanitarie (Ltc e malattie croniche) sotto forma di un prelievo dal montante dei lavoratori al momento del pensionamento. L’analisi evidenzia come si può cercare di porre rimedio al principale limite del modello di rendita a durata definita che può esporre il pensionato al rischio di insufficienza reddituale nel momento di maggiore vulnerabilità, ossia quando si è malati e non più autosufficienti con l’avanzare dell’età.
L’unione fa la forza. Anche quando bisogna lottare contro le nuove sfide demografiche. Il concetto di mutualità quando si tratta di comunità da assicurare funziona. Stipulare contratti assicurativi (quali quelli che proteggono dalla non autosufficienza) in tanti e con età differenti consente di ridurre i costi e di non discriminare i soggetti più fragili. Del resto nel settore bancario e assicurativo esistono già delle copertura Ltc obbligatorie che operano in autoassicurazione. E i fondi pensione potrebbero essere i candidati ideali visto che catalizzano comunità di lavoratori offrendo loro la pensione di scorta. «Nella nostra visione, le forme di previdenza complementare dovrebbero istituire vincolanti coperture di Ltc per tutti gli aderenti, riuscendo così ad abbatterne drasticamente i costi», spiega Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza.
L’introduzione su larga scala della consulenza previdenziale assistita dal digitale potrebbe sbloccare per il sistema bancario e assicurativo italiano una nuova redditività potenziale annua stimata in circa 19 miliardi di euro, al lordo dei costi di implementazione. Un modello olistico di check-up pensionistico è in grado di moltiplicare fino a 15 volte i ricavi netti rispetto al tradizionale collocamento di singoli fondi pensione aperti (Fap) o piani individuali pensionistici (Pip). L’impatto unitario di questa trasformazione si traduce nel passaggio da un ricavo base stimato attorno ai 30 euro per anno per un versamento medio in un fondo, a ben 450 euro per anno stimati per posizione gestita attraverso un approccio integrato di consulenza previdenziale. Queste proiezioni si inseriscono in un contesto in cui la grande maggioranza degli italiani non ha mai stimato l’importo della propria futura pensione pubblica e non ha mai ricevuto un’analisi previdenziale accurata. L’innovazione tecnologica ha recentemente permesso di sviluppare piattaforme capaci di aggregare i dati contributivi da fonti pubbliche, a partire dagli estratti conto Inps, e private. I dati alla base delle stime derivano dalle esperienze progettuali di messa a terra condotte da C2Partners, società di consulenza per i servizi finanziari, che ha raccolto evidenze anonime su un campione rappresentativo di 700 clienti e quattro progetti pilota sviluppati in collaborazione con Previon, società che fornisce a banche e intermediari gli strumenti digitali e il supporto di esperti per l’elaborazione di report pensionistici personalizzati.
L’inverno demografico e un mercato del lavoro sempre più frammentato minacciano la tenuta del sistema previdenziale, imponendo una vera e propria rivoluzione culturale per mettere in sicurezza il futuro dei lavoratori. È questa la sfida al centro del protocollo d’intesa istituzionale siglato in settimana tra Anasf e Mefop, grazie al quale la società del Mef che si occupa di promuovere la previdenza e il welfare aziendale in Italia metterà a disposizione dell’associazione dei consulenti, competenze, strumenti e supporto specialistico. Nel presentare l’iniziativa, Mauro Marè, presidente di Mefop, ricorda le dinamiche demografiche che rendono instabile l’attuale assetto pensionistico, dall’aumento dell’aspettativa di vita alla riduzione del numero di attivi, che in un sistema a ripartizione, sostengono gli inattivi. Sottolineando i vantaggi delle generazioni più anziane, Marè ribadisce che «creare meccanismi di transizione del patrimonio tra le varie generazioni» attraverso sistemi a capitalizzazione sia un dovere morale e «un atto di grande responsabilità». A questo scenario si aggiunge la profonda mutazione del mercato del lavoro, descritta da Luigi Conte, presidente di Anasf. L’idea tradizionale del posto fisso è finita, sostituita da carriere “discontinue, talvolta anche per scelta”. Di conseguenza, spiega Conte, «bisogna aiutare le persone a capire che il loro futuro previdenziale non dipenderà come un tempo soltanto dall’ultimo stipendio», spingendo a una pianificazione totalmente diversa rispetto al passato, che guardi all’intero ciclo di vita.