Salvare il welfare

di Carlo Giuro
Pensioni e sanità Mercato in fermento Ma come scegliere le formule più utili?

I lunghi mesi di pandemia hanno aumentato la sensibilità degli italiani sul tema del welfare e un numero crescente di famiglie è propenso a investire sul proprio benessere. Nell’ambito della pianificazione famigliare il focus è capire come dotare il proprio giardinetto di investimenti di opportune soluzioni di welfare per integrare le prestazioni offerte dal settore pubblico. Il quadro che emerge infatti dopo l’emergenza sanitaria del Covid-19 e alla luce degli nuovi scenari geopolitici sembra infatti essere sempre più quello di una combinazione tra sostegno pubblico e privato, per coprire i nuovi rischi che incombono, da quello previdenziale a quello sanitario. Nel medio-lungo periodo infatti i livelli elevati del debito pubblico e il progressivo invecchiamento del Paese suggeriscono un riposizionamento complessivo del mix pubblico/privato. «In Italia, infatti, due lavoratori su tre non hanno ancora un fondo pensione e la crisi provocata dalla pandemia prima e dal conflitto tra Russia e Ucraina ha diminuito i redditi e le capacità di risparmio dei cittadini», spiega Bper che con Arca Fondi Sgr ha realizzato un roadshow su welfare e Tfr. Altro elemento su cui riflettere è l’incidenza della spesa sanitaria privata cioè sostenuta di tasca propria dai cittadini. Assume poi rilevanza sempre maggiore il tema della non autosufficienza. Non a caso banche, compagnie di assicurazione e sgr si stanno sempre più attrezzando con un’offerta ad hoc per il welfare. Ma quale è la strategia che un risparmiatore può adottare? Occorre partire da una fase di check up in relazione alla composizione del proprio nucleo famigliare (per esempio la tipologia di rendita integrativa potrà essere differente tra chi sia single e chi abbia invece necessità di attivare una reversibilità), alle risorse destinabili, al proprio status lavorativo. Se si è per esempio dipendenti si potranno esplorare le soluzioni previste dal proprio Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro e/o dall’accordo aziendale che preveda piani di welfare. Se si è liberi professionisti ci si può informare sulle coperture collettive sempre più spesso offerte dalle casse di previdenza.

L’integrazione pensionistica. Una prima esigenza da affrontare è quella pensionistica. Il metodo di calcolo contributivo, in vigore ormai per tutti dal 2012, determina un gap più ampio di quello che ha caratterizzato le generazioni precedenti, ragion per cui la previdenza complementare, pur volontaria nell’adesione sul piano normativo, diviene sempre più necessaria. Se si è dipendenti è opportuno guardare alle forme collettive previste su base contrattuale (fondi pensione negoziali, preesistenti, fondi pensione aperti su base collettiva) sia per acquisire il diritto al contributo del proprio datore di lavoro che per accedere a un architettura dei costi più convenienti.

Va poi ricordato che i dipendenti, previa verifica che il relativo Statuto del proprio fondo lo consenta, possono iscrivere i propri figli al comparto collettivo cui aderiscono. Nel caso in cui non fosse possibile l’adesione su base collettiva e nell’ipotesi di lavoratori autonomi o liberi professionisti la soluzione può essere invece quella di accedere a forme pensionistiche individuali (fondi pensione aperti e piani individuali di previdenza, ovvero i pip). Con riferimento ai contributi versati a beneficio dei famigliari carico si può usufruire della deducibilità dal reddito entro il limite annuo complessivo dei 5.164,57 euro (compresi quindi i contributi propri dell’aderente). Non va poi dimenticato come anche i fondi pensione possono fornire un supporto utile per affrontare il rischio salute sia ricorrendo alle specifiche anticipazioni previste per spese sanitarie che sottoscrivendo, se previste, le coperture opzionali sia per long term care che per invalidità. Inoltre, tra le rendite che possono essere scelte in sede di prestazione finale, c’è spesso quella che prevede delle maggiorazioni al ricorrere del rischio di non autosufficienza.

La sanità integrativa. La pandemia ha innescato trend di cambiamento e una maggior innovazione dell’industria delle coperture sanitarie, anche se resta molta strada da fare. Secondo un recente studio di McKinsey sui dati 2020 in Italia la spesa pagata di tasca propria dalle famiglie rappresenta l’89% della spesa privata, soltanto l’11% è coperta da assicurazioni o fondi, la quota più bassa in Europa dove al primo posto figura l’Irlanda con il 54% intermediato dagli strumenti integrativi seguita dalla Francia al 43% e dai Paesi Bassi al 39%. Un gap legato sia a una domanda storicamente poco propensa ad assicurarsi (in passato il sistema sanitario era ben più generoso di oggi) sia per una offerta, dominata dai fondi sanitari, dove le compagnie non sempre riescono a formulare proposte in linea con le esigenze delle famiglie. L’ultima ricerca di Unisalute, condotta con Nomisma ha esplorato il rapporto degli italiani con i prodotti che integrano la copertura offerta dal servizio sanitario nazionale. Se un terzo punta a sottoscrivere una polizza integrativa nei prossimi 12 mesi (32%), il 30% di italiani già assicurati è costituito in larga parte da chi ha una polizza sanitaria inclusa nel contratto di lavoro (23%), mentre è ben più bassa la quota di chi ha sottoscritto personalmente una copertura di questo tipo (7%). In questo secondo caso, la sottoscrizione è avvenuta in genere in un’agenzia assicurativa, che risulta il canale nettamente più utilizzato (43%). Le forme di assistenza sono: fondi sanitari integrativi (collettivi o aziendali), casse/enti/società di mutuo soccorso e polizze sanitarie. E’ importante cogliere innanzitutto le opportunità offerte dal proprio rapporto professionale. Se si è dipendenti va verificata la possibilità di aderire ad un fondo sanitario, soluzione che ha fornito risposte tempestive e flessibili alla crisi epidemiologica e che appare in progressiva evoluzione con sempre più frequenti servizi di telemedicina, di diagnostica, di medicina preventiva. Si guarda con forte attenzione poi allo sviluppo di nuovi servizi «innovativi» legati alla «presa in carico» dei non autosufficienti, dei fragili e cronici e alla comunicazione sanitaria.

Per quel che riguarda i liberi professionisti va evidenziato come le casse di previdenza cui essi aderiscono obbligatoriamente offrono sempre più spesso prestazioni, in larga parte sotto forma di rimborso, per spese mediche, la copertura long term care, la copertura per infortunio, spese straordinarie per eventi imprevisti, spese di assistenza per anziani o malati non autosufficienti. Le prestazioni vengono erogate mediante polizze assicurative o in autogestione o attraverso una rete convenzionata ma anche in modalità mista in alcuni casi vengono estese anche ai familiari. Se il proprio status lavorativo non dia accesso a soluzioni sanitare di tipo collettivo la via da percorrere è quella delle polizze individuali. Che sono in evoluzione, come sottolinea l’Ivass nella propria Analisi periodica sul Trend dell’offerta: le compagnie, oltre a nuovi prodotti modulari flessibili, con ampie garanzie e servizi di assistenza, stanno sviluppando prodotti digitali on demand, in grado di rispondere alle esigenze di protezione dell’assicurato con pochi click da uno smartphone.

Le polizze si possono distinguere in due macro categorie: quelle con indennizzo (che erogano una somma forfettaria in base ai giorni di interruzione dal lavoro per malattia o infortunio, una formula utile ai lavoratori autonomi che non hanno copertura pubblica per le malattie come i dipendenti), e quelle a rimborso che permettono di recuperare delle spese sostenute per visite, interventi chirurgici, odontoiatrici, a seconda della copertura offerta e dei massimali prestabiliti. Quanto costa sottoscrivere una polizza sanitaria? «Il costo può variare molto perché determinato da una serie di variabili. Nella composizione del premio annuo solitamente incidono: età e condizioni di salute dell’assicurato, oltre che il tipo di prestazioni e coperture, le franchigie, gli scoperti e i massimali», spiegano da Cnp Partners, «in genere, le polizze garantiscono il rimborso delle spese principali relative a un ricovero o a un intervento chirurgico e delle spese accessorie, quali ad esempio il trasporto in ambulanza al luogo di cura. Spesso prevedono anche il rimborso delle spese precedenti o successive al ricovero. Vengono però fissati massimali, ossia importi massimi di spesa per la compagnia assicurativa, per ciascun tipo di rimborso. Inoltre, molti dei contratti di rimborso spese sanitarie hanno delle limitazioni e sono efficaci solo per malattie e infortuni che richiedono il ricovero o un intervento chirurgico».

Quindi «proprio per il fatto che ci sono diverse variabili e coperture, prima di sottoscrivere una polizza sanitaria è importante verificare quali spese sono davvero rimborsabili e quali massimali la compagnia arriva a coprire in modo da non avere brutte sorprese nel momento del bisogno. Non solo. Attenzione anche alle franchigie e agli scoperti, se sono previsti e a quanto ammontano», avvertono da Cnp Partners. Ma quali sono le caratteristiche più apprezzate di una polizza sanitaria? Secondo l’analisi di Unisalute/Nomisma al primo posto c’è il vantaggio di tagliare i tempi attesi per le prestazioni, citato dal 43% degli intervistati. Gradita anche la copertura del nucleo famigliare dell’intestatario (34%). (riproduzione riservata)

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