Il rischio apocalisse

Covid-19, ingorghi logistici, guerra, iperinflazione, caldo estremo, siccità, crisi energetica. Dal febbraio 2020 in poi il mondo vive in uno stato di emergenza permanente. Un contesto di policrisi – è stato definito – che pare destinato a protrarsi tanto da convincere diversi investitori a scommetterci. L’anno scorso è stato il secondo miglior anno di sempre per la raccolta dei cosiddetti fondi tail-risk. Questi hedge puntano sui cigni neri, eventi imprevedibili e imprevisti in grado di abbattere i mercati: una pandemia, per esempio, o un conflitto armato. La loro tesi di investimento è insomma opposta alle strategie tradizionali. Mentre i normali gestori guadagnano nelle fasi rialziste e stringono i denti nei crolli, i fondi dell’apocalisse vivacchiano nel mercato Toro ma brillano nella tormenta, specie se breve e violenta.

Non sorprende allora che con tante nubi all’orizzonte un numero crescente di risparmiatori stia cercando rifugio in questi veicoli che sono arrivati a gestire oltre 5 miliardi di dollari. A sottoscriverli sono investitori non solo professionali ma anche retail. Il principale etf di categoria, il Cambria Tail Risk, ha per esempio un patrimonio vicino al mezzo miliardo e ha registrato flussi in entrata per 170 milioni nel 2022. «Le loro strategie sono varie», spiega a MF-Milano Finanza l’ex gestore di un fondo tail-risk. «La maggior parte opzioni di volatilità o put sull’azionario, altri hanno tattiche più mirate». In generale, comunque, tutti scommettono sui cosiddetti rischi di coda e traggono lauti guadagni quando accadono. I cacciatori di cigni neri hanno così ottenuto un ritorno del 12,6% nel 2008, mentre lo S&P 500 ha perso il 38,5% nel 2008. Nel 2020 pandemico, poi, sono saliti in media del 34,8% contro il 16,2% dell’indice principale di Wall Street. All’apice della crisi sanitaria, in realtà, la strategia apocalittica di South Capital Advisors ha reso il 130%, quella di Capstone il 350%, quella di Universa addirittura il 1.100%. Quest’anno, infine, la performance dell’indice Eurekahedge sui fondi tail-risk è positiva dell’11,6%, in grande spolvero rispetto al -15% dello S&P 500. Molto spesso, però, l’abilità nel navigare in tempesta non basta a colmare il divario accumulato quando spirano venti favorevoli.

Il problema dei fondi tail-risk è proprio questo. Per quanto esotiche ed economiche, le opzioni sulla fine del mondo hanno un costo che penalizza i risultati negli anni di mercato rialzista. Dopo aver goduto di un breve momento di popolarità nel 2008-9, così, fra il 2012 e il 2019 questi gestori hanno in media perso soldi ogni anno. Ciò ha spinto diversi investitori ad abbandonarli. Il fondo pensione dei dipendenti pubblici della California (Calpers) ha per esempio annullato gli impegni nei fondi tail-risk poche settimane prima del crash pandemico, perdendo l’occasione di ottenere rendimenti per un miliardo. Se il sereno dura abbastanza a lungo, infatti, diventa arduo giustificare gli investimenti per proteggersi dalla pioggia. Quando però l’acquazzone infine arriva, è troppo tardi per procurarsi un ombrello.

I fondi tail-risk fungono insomma da assicurazione e come tali rappresentano un costo finché il danno non si verifica. Grazie alla loro sottoscrizione, «possiamo destinare una quota superiore del portafoglio ad asset ad alta crescita; e se l’S&P 500 crolla bruscamente, abbiamo le opzioni per attenuare l’impatto», spiega una nota di Nz Fund, gestore della Nuova Zelanda, terra dove – ironia della sorte – molti miliardari cercano scampo dall’apocalisse. «È un esercizio di bilanciamento», aggiunge, «destiniamo circa l’1% dei nostri portafogli a Universa (gestore tail-risk, ndr), che fornisce copertura sul 50% dei nostri attivi growth». «Il più delle volte quei soldi scompaiono, proprio come i premi che si pagano per assicurare la casa o l’auto», conclude. «Ma avere le opzioni ci consente di prendere con sicurezza più rischi». Nel 2020, così, i fondi Nz hanno assorbito meglio l’urto del cigno nero sanitario e altrettanto sta loro riuscendo nel 2022. La scommessa sulla fine del mondo paga, a patto che non si riveli troppo azzeccata. (riproduzione riservata)
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