Arriva la pensione europea

Paola Valentini
Mentre le adesioni ai fondi pensione crescono a rilento, anche per via di carriere frammentate e stipendi che non riescono a tenere il passo dell’inflazione, e l’Inps, nella sua Relazione annuale presentata nei giorni scorsi, ha ribadito che per i lavoratori in attività restano rischi di assegni pubblici non adeguati a coprire i bisogni della vecchiaia, sta per arrivare sul mercato un nuovo strumento che potrebbe aiutare le nuove generazioni e i lavoratori autonomi ad avere una maggiore copertura previdenziale. Si tratta dei Pepp, sigla che sta per «Pan european pension product», ovvero Piani pensionistici europei. Il nuovo prodotto è stato voluto dall’Ue per fornire ai cittadini un fondo che, in caso di spostamento all’estero, possa seguire il lavoratore con il meccanismo della portabilità. Un altro elemento interessante è il limite dell’1% dei costi, nella versione di base. Un tetto alle commissioni, questo, che potrebbe fungere da sprone all’abbassamento degli oneri dell’intero sistema previdenziale che oggi, come è noto, in Italia è costituito dai fondi pensione negoziali, dai fondi pensione aperti e dai piani individuali pensionistici (pip). I costi sono più elevati per questi ultimi due con commissioni medie che nell’orizzonte di permanenza di 35 anni sono rispettivamente, calcola Covip, dell’1,23% e dell’1,82%, mentre a 10 anni, salgono all’1,36% e al 2,18% (invece i fondi negoziali, per via della loro natura no-profit e l’assenza di una rete di collocamento da remunerare, hanno costi medi a 35 anni dello 0,32% e a 10 anni dello 0,45% ma non sono aperti a tutti perché destinati ai dipendenti). Dal 2007, quando è diventata efficace la riforma del 2005 che ha introdotto l’adesione ai fondi con il tfr tramite il silenzio assenso, l’industria italiana della previdenza di scorta si articola su queste tre tipologie di fondi.

Ora per la prima volta in questi 15 anni il mercato delle pensioni integrative, che in totale gestisce masse per oltre 213 miliardi di euro, si appresta ad accogliere la rivoluzione targata Pepp. Una svolta importante perché l’iscrizione a questi fondi si può realizzare, a differenza dei fondi negoziali e degli aperti ad adesione collettiva, anche senza l’obbligo di conferire il tfr che come noto è una fonte di finanziamento molto importante per le aziende. Ma, d’altra parte, i Pepp non prevedono il contributo aggiuntivo a carico del datore di lavoro come accade invece per i fondi negoziali e gli aperti ad adesione collettiva. «Abbiamo voluto far sì che il Pepp sia pensato per chiunque voglia un secondo prodotto di previdenza complementare, e per questo abbiamo deciso di escludere il tfr. Vanno captati nuovi risparmiatori rispetto alla tipologia di quelli che non sono coperti», ha detto all’ultimo Salone del Risparmio di Assogestioni Nicola Mango, dirigente del Mef. Dai dati della Banca d’Italia emerge che le famiglie italiane detengono 5,2 mila miliardi di attività finanziarie: all’interno di queste poco più del 4% è costituito da attività previdenziali. Invece circa 2 mila miliardi sono allocati in attività infruttifere o a bassissimo rendimento (conti correnti e depositi) che con l’inflazione all’8% subiscono un effetto erosivo. «Viviamo in una fase di inflazione alta e le aspettative sono di ulteriore crescita. Tenere il denaro in attività infruttifere non serve a nulla: serve risparmio allocato in investimenti a lungo termine, diversificati, a supporto delle imprese, che in questo modo saranno anche meno dipendenti dalle banche», ha sottolineato Mango. Da qui la sfida dei Pepp. Questi strumenti «dovranno essere disponibili a chiunque aderisca già a una forma di previdenza, ma anche a chi ne è sprovvisto, come i più giovani. Dobbiamo ampliare la platea e la raccolta: il Pepp è un prodotto nativo digitale, i costi sono bassi anche perché è digitale», ha aggiunto Mango. I primi prodotti potrebbero arrivare dopo l’estate perché entro l’8 agosto il governo deve esercitare la delega per varare il decreto legislativo che li disciplinerà (si veda intervista). In prima fila ci sono società di gestione e compagnie di assicurazione. «Il lancio dei Pepp richiederà una serie di investimenti nella creazione dell’infrastruttura che ritengo saranno estremamente elevati sia dal punto di vista economico che qualitativo in termini di servizi e consulenza da prestare», afferma Nadia Vavassori, head of Business Unit Pension Savings Funds di Amundi Sgr.

Un poker di prodotti tra i quali la concorrenza non si farà attendere. E il confronto con i rendimenti sarà impari non soltanto perché i Pepp non hanno una storia di performance ma soprattutto i fondi pensione arrivano da semestre molto negativo per via di mercati finanziari in netto calo. In media, secondo i dati raccolti da MF-Milano Finanza, i negoziali nel periodo gennaio-giugno hanno segnato una perdita media del -7,5%, mentre i fondi pensione aperti (dati Fida) hanno registrato il -8,8% medio. Non fanno eccezione i fondi preesistenti (cioè istituiti prima della riforma della previdenza del 1993): ad esempio Previndai (dirigenti industriali), il maggior comparto di questa categoria con masse per oltre 13 miliardi, ha registrato nelle linee Bilanciato e Sviluppo rispettivamente il -11,1% e il -12,6%, hanno fatto meglio invece le due linee assicurative con il +1% ciascuna. Risultati che non reggono il confronto con il rendimento del tfr in azienda che essendo agganciato all’inflazione sta registrando dati positivi. La liquidazione infatti si rivaluta dell’1,5% fisso annuo più il 75% dell’inflazione Istat e nel semestre ha reso il +3,95% netto.

«Siamo nel mezzo di un violento cambiamento e dobbiamo decidere in che modo attraversare questa tempesta. Dal lato del fondo si rileva l’efficacia, in chiave difensiva, dell’investimento in economia reale, che ha compensato la debolezza degli strumenti quotati. Parallelamente ci si appresta a moderato incremento della componente azionaria e della duration finanziaria dei titoli obbligazionari», dice Paolo Stefan, direttore del fondo negoziale Solidarietà Veneto.

Valutando i rendimenti su orizzonti più propri del risparmio previdenziale, nei dieci anni da inizio 2012 a fine 2021, il rendimento medio annuo composto è stato pari al 4,1% per i negoziali, al 4,6% per i fondi aperti, al 5% per i pip (di ramo III), battendo il tfr che ha fatto l’1,9%. (riproduzione riservata)

Il tempo stringe per il dopo Quota 100
Il governo (in bilico) ha altre urgenze da affrontare e per questo da febbraio il cantiere pensioni è in pausa. Il tema più delicato riguarda la flessibilità in uscita perché a fine 2022 scade il meccanismo di Quota 102 che per un anno ha preso il posto di Quota 100, in vigore nel 2019-2021. In mancanza di interventi, dal 2023 tornerà senza eccezioni l’uscita a 67 anni di età prevista dalla riforma Fornero. In questi mesi sono arrivate diverse proposte per una misura strutturale. L’ultima arriva da Pasquale Tridico, presidente dell’Inps che, presentando il XXI Rapporto annuale dell’istituto, ha avanzato tre idee per il dopo Quota 100 e 102. La prima prevede il calcolo contributivo con uscita a 64 anni e 35 di contribuzione e assegno pari almeno a 2,2 volte la pensione sociale, la seconda si basa sulle stesse condizioni d’età, contributi e importo dell’assegno, ma con penalizzazione, la terza punta sull’anticipo della quota contributiva di pensione da 63 anni ma con rendita pubblica a partire da 1,2 volte l’assegno sociale. Il costo varia a seconda dell’ipotesi, da 2,5 a 4,9 miliardi al 2030, mentre per il primo anno, il 2023, la spesa oscillerebbe tra 500 milioni e un miliardo. Importi ridotti rispetto al costo di 24 miliardi che stima l’Inps per il 2023 se l’inflazione a fine anno restasse all’8%, per via dell’indicizzazione al caro-vita degli assegni in erogazione. Il tempo stringe: una soluzione potrebbe arrivare con la manovra d’autunno. (riproduzione riservata)
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