Prometeia, soltanto il 5% dei fondi sui private market è Esg

di Paola Valentini
Quanto sono Esg i gestori specializzati sui private market? In un momento in cui l’attenzione è puntata ad analizzare i profili di sostenibilità dei fondi tradizionali, Prometeia ha spostato il focus sul mercato in forte crescita degli operatori alternativi che investono in asset non quotati nei mercati, ovvero immobiliare, private equity, infrastrutture e debito privato, compresi i fondi di fondi. L’analisi si è concentrata su 95 asset manager attivi nel private market in Europa (Italia, Francia, Regno Unito, Germania, Benelux, Paesi nordici, Svizzera e Liechtenstein) con masse per 2.100 miliardi di euro. L’obiettivo è comprendere i livelli di applicazione raggiunti della Sfdr (Sustainable Finance Disclosure Regulation), la normativa europea entrata in vigore il 10 marzo scorso che punta a fare ordine nel mondo degli investimenti sostenibili fissando standard di trasparenza. Si tratta di una prima tappa di un processo che prevede una legislazione più di dettaglio attesa per il prossimo anno. «Abbiamo voluto capire quale è stata la risposta dell’industria a questa prima ondata regolamentare in un mondo, quello dei private market, che tradizionalmente è meno trasparente rispetto ai fondi comuni e agli Etf», spiega Claudio Bocci, partner e responsabile business line asset management di Prometeia.

Sul fronte dell’integrazione del rischio di sostenibilità nel processo decisionale (articolo 3 della Sfdr), l’88% si è adeguato. Prometeia ha anche indagato come si tiene conto nelle decisioni di investimento degli effetti negativi sui fattori di sostenibilità o viceversa (articolo 4). Qui i risultati sono stati meno virtuosi perché soltanto una metà degli intervistati fornisce trasparenza. Il capitolo dell’integrazione della politica di remunerazione rispetto ai criteri di sostenibilità (articolo 5) vede una quota del 60% di gestori compliant. Quanto allo spaccato per Paese sul fronte dell’adeguamento agli articoli 3,4 e 5, i fondi più avanti appaiono essere quelli basati in Francia, mentre l’Italia è fanalino di coda con percentuali di compliance del 68% per l’articolo 3 (il livello più basso tra tutte le sette aree geografiche analizzate) e del 42% per gli articoli 4 e 5 (solo il Regno Unito è più indietro, 33%, per l’articolo 4, mentre per l’articolo 5 l’Italia è ultima al pari del Benelux).

Passando alla classificazione dei fondi che vogliono caratterizzarsi come Esg in base all’articolo 8 (ovvero prodotti che promuovono caratteristiche ambientali o sociali) o quella più stringente dell’articolo 9 (prodotti con obiettivi di investimenti sostenibili), soltanto il 5% (74) dei fondi del campione sono classificati come sostenibili: il 2% ex articolo 8 e il 3% ex articolo 9. I gestori sulle infrastrutture hanno il maggior numero di fondi classificati (35, il 18% del totale, di cui 13 articolo 8 e 22 articolo 9), seguiti da private equity (13, il 6%, di cui sette articolo 8 e sei articolo 9), fondi di fondi (13, il 3%, di cui un solo articolo 9), reale estate (9, il 2%, di cui tre articolo 8 e sei articolo 9) e private debt (4, il 2%, tutti articolo 9). «Il segmento delle infrastrutture si presta maggiormente a investimenti di tipo Esg, mentre soprattutto il mondo del debito ha minori leve per incidere sulla sostenibilità», dice Bocci. I manager tedeschi hanno aderito di più agli standard di classificazione con 22 fondi (20 articolo 8 e 2 articolo 9), pari a un peso del 13% sull’offerta del Paese, segue l’Italia, con 13 comparti (il 4%), che ha spinto di più sull’articolo 9 (11 fondi). «Emerge il quadro di un’industria che vuole partecipare a questo cambiamento, nell’ambito di un percorso che richiederà naturalmente del tempo, di pari passo con il consolidamento del quadro normativo che deve essere ancora completato», commenta Bocci. (riproduzione riservata)
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