In Mediobanca e Generali è in gioco il ruolo dei soci in azienda

Angelo De Mattia
Corsi e ricorsi. Non più storici ma annuali. Chi pensava che la posizione di Francesco Gaetano Caltagirone fosse rientrata nei ranghi dopo la non partecipazione all’assemblea delle Generali e alcune critiche che sarebbero state mosse al management sarà rimasto deluso dopo la mossa che lo potrebbe portare al 5% di Mediobanca. Una strategia alla Von Clausewitz, che considerava la guerra non un atto isolato, sembra sia stata intrapresa, anche se prima regola è valutare gli acquisti di azioni Mediobanca per quello che sono, al di là dei disegni che sottendono, a proposito dei quali si può scivolare in retropensieri e «fantafinanza». Da anni l’istituto non è più quello cucciano; il vertice ha fatto e fa del suo meglio per gestire la transizione da stanza di compensazione del capitalismo italiano e salotto buono dei capitalisti (spesso senza capitali) alla nuova realtà fatta di concorrenza, globalizzazione, applicazione – quale nemesi storica – del noto detto di Cuccia «titolo quinto: chi ha i soldi ha vinto». Dal salvataggio dei gruppi industriali in difficoltà ora la dura realtà impone la pratica anche del credito al dettaglio.

Ma resta la perla Generali, che ha rappresentato e rappresenta i polmoni per Mediobanca. Quelle Generali un tempo definite la (sola) multinazionale italiana, anche se ne venivano ricordate pure le origini austro-ungariche. Salire ora nel capitale di Mediobanca non ha il fascino dell’epoca in cui, pur essendo le banche di interesse nazionale proprietarie di oltre il 50% dell’istituto, la gestione veniva attribuita in toto all’ampiamente minoritaria quota privata. Era l’epoca in cui il Dlcps 370 attribuiva all’istituto la possibilità di svolgere insieme tre funzioni, ad altri non consentite: istituto di credito a medio e lungo termine, merchant bank e holding di partecipazioni. Ma salire in Mediobanca oggi ha pur sempre la concretezza della possibile crescita di valore dell’investimento e della non rinuncia (tutt’altro) a esercitare i poteri dell’azionista di peso. La Delfin di Leonardo Del Vecchio, ammesso che sia rispondente al vero che si sia autolimitata alla cura di un investimento solo finanziario, appare difficile che possa rimanere a lungo in tale condizione che taglia molti dei diritti dell’azionista. A maggior ragione se ciò fosse stato imposto dalla Vigilanza unica o fosse stato richiesto, ma come atto di autoassoggettamento a tale vincolo. Si lambisce, potendo confliggere con essa, una previsione costituzionale nell’eventualità di un’imposizione. Insomma, non sarà, a partire dai prossimi mesi, una condizione di esaltazione del quieta non movere. Fondamentali saranno però la trasparenza e la visibilità degli obiettivi, il miglioramento delle strategie, il rafforzamento della stabilità: insomma, il mutamento nell’assetto proprietario deve poter avere riflessi nell’agire di Mediobanca. Sono necessarie innovazioni nei programmi per una Mediobanca all’altezza di questi non facili decenni.

Poi vi è il Leone, che da almeno un quindicennio avrebbe bisogno di un forte apporto al capitale e non di irrobustirsi solo vendendo asset. Il funzionamento e la qualità della governance vanno rivisti. Diversi anni fa redattori più che ispirati dall’interno della compagnia scrivevano, senza tema del ridicolo, che Cesare Geronzi aveva lasciato la presidenza delle Generali perché voleva correre con le innovazioni strategiche, funzionali e organizzative – di cui aveva cominciato a dar prova – ma a Trieste i tempi erano lunghi e bisognava rispettarli, secondo questi redattori, mentre Allianz ed Axa distanziavano nettamente il Leone. Ecco come Trieste si sarebbe dovuta preparare alle nuove sfide, secondo questa retrograda visione! Se le iniziative dirette e indirette sulle Generali mirano a innovazioni strategiche e organizzative sarebbero benvenute. Il problema della lista per la formazione, nel 2022, dei nuovi organi deliberativi e di controllo – lista che sarebbe a sua volta formata del cda uscente – è un problema effettivo che va affrontato se non si vuole l’esaltazione dinastica dell’autocefalia. Non siamo nel caso di una public company. Gli azionisti hanno diritto di concorrere a scegliere gli amministratori, i quali dovrebbero esistere titolari di cariche insostituibili. Il lavoro compiuto va valutato. Abbiamo visto in campi non lontani che molti si sono innamorati di alci e cravatte rosse per poi però constatare la piena sostituibilità di quel manager che non aveva mai voluto parlare in italiano, prima quasi santificato e poi dimenticato, credo a ragione. E’ importante che gli avvicendamenti avvengano sulla base di programmi e non di questioni di potere. Non siamo più nel tempo in cui la presidenza delle Generali durava un anno per legare il presidente al maggiore azionista, ma neppure siamo arrivati all’inamovibilità dei vertici, a maggior ragione se si dissente su parti del loro operato. Vedremo gli sviluppi di questa vicenda che affronta una situazione in cui non si è più ma non si è ancora. Un grande lavoro di economia e non solo, in corso di stampa a opera di Antonio Fazio, potrà fornire il quadro in cui collocare una profonda riflessione anche su questi temi. (riproduzione riservata)

Fonte: