La battaglia di Mediobanca e il miagolio del Leone di Trieste

di Roberto Sommella
Come a volte accade in Italia, patria del diritto e impero dell’interpretazione di legge, i protagonisti della contesa per Mediobanca hanno tutti ragione e allo stesso tempo devono spiegazioni. In gioco c’è la contesa per Generali, la multinazionale più importante d’Italia. Gli schieramenti sono definiti da tempo, nel silenzio delle istituzioni che dovrebbero vigilare coi regolamenti in mano, a Roma come a Francoforte.

Come noto, Leonardo Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone sono saliti complessivamente fino al 25% di Piazzetta Cuccia, soglia che in caso di concerto farebbe scattare l’opa su Mediobanca. Quest’ultima controlla di fatto ma non per legge -particolare che ha riempito numerose sentenze amministrative- il Leone di Trieste. La situazione è piuttosto chiara: c’è una battaglia in corso. Le autorità di vigilanza, ma forse anche il governo guidato dall’ex presidente della Bce Mario Draghi, dovrebbero battere un colpo, dopo che più volte, almeno ai fini antitrust, è stata segnalata l’influenza della banca d’affari sulla compagnia. Bankitalia, Tesoro, Palazzo Chigi e Consob, con gli scalatori palesemente in azione, dovrebbero spiegare a mercato, investitori e risparmiatori chi controlla Mediobanca e chi controlla Generali. Sono ancora public company come insistono i loro amministratori delegati (e anche Del Vecchio e Caltagirone, particolare curioso perché in teoria sembrerebbero i secondi a volerle controllare), o stanno diventando prede di un gioco per ora più di potere che strategico? Questione non di poco conto, in quanto parlando singolarmente con tutti i protagonisti di questa vicenda, vero tormentone che contraddistingue da decenni la politica finanziaria italiana, tutto parrebbe definito sullo scacchiere. Vogliamo dare maggior valore e penetrazione internazionale a Mediobanca e Generali, assicurano i due imprenditori sulla rotta Milano-Roma. È tutto sotto controllo, siamo saldi al comando e non subiamo pressioni ma rispondiamo al mercato, ribattono i ceo delle due istituzioni finanziarie coinvolte. Sembra che sia tutto chiaro, ma non lo è. Del Vecchio è forte dell’autorizzazione della Bce a salire fino al 20% di Mediobanca, il massimo che Francoforte gli consente dopo aver dichiarato la sua partecipazione «di natura finanziaria», il che dovrebbe farne un investitore stabile e di lungo periodo. Un livello che tra l’altro secondo alcune fonti di mercato sarebbe stato già raggiunto. Occorre tuttavia capire se ora la quota costruita dal patron di Essilux sia diventata qualcosa di più, in sostanza una partecipazione imprenditoriale. Un aspetto cruciale, perché se fosse davvero così la Bce, sentita Banca d’Italia, dovrebbe esprimersi di nuovo su questi aspetti autorizzativi e magari stoppare la manovra o imporre misure diverse, cambiando e rivedendo l’autorizzazione concessa in precedenza. È questo il punto chiave che viene evidenziato nei ragionamenti attorno al secondo protagonista della vicenda, il ceo della preda bancaria, l’amministratore delegato di Mediobanca Alberto Nagel. Con il suo solito savoir faire, il banchiere osserva la contesa, la battaglia attorno al suo fortino, come se fosse uno spettatore in grado di diventare al momento giusto il regista del film. Al momento è tuttavia tenuto sotto pressione sia da Del Vecchio sia dal terzo protagonista di questa vicenda, Francesco Gaetano Caltagirone, il costruttore romano salito fino al 5% dell’istituto. Partecipazione che se sommata a quella dell’uomo di Agordo porta dritta al 25% di Mediobanca, limite di possesso oltre cui -qualora le autorità riscontrassero un concerto tra i due imprenditori- scatterebbe l’obbligo di promuovere un’opa obbligatoria. Sullo sfondo restano le Generali, la non controllata ma decisamente ambita preda triestina. Il suo amministratore delegato, Philippe Donnet, quarto protagonista della vicenda, si dice tranquillo, anche perché il suo mandato scadrà tra un anno. È però evidente che tutto ciò che accade in Mediobanca si riverbera inevitabilmente sulle Generali, come quando piove dal secondo sul primo piano per una perdita d’acqua: non contano i motivi della perdita, quanto l’allagamento che può derivarne. Infine, in questo risiko estivo ci sono i controllori a vario titolo, Banca d’Italia, Ivass, Consob e Bce che seguono la partita con attenzione. Consob, regolamenti alla mano, monitora tutto quanto sta accadendo, ma è evidente che si prepara ad ascoltare anche i due protagonisti imprenditori-scalatori di questa vicenda, visto che hanno mosso loro per primi le acque in Generali e Mediobanca. In alcuni casi non votando le delibere del Cda come accaduto per Caltagirone a Trieste. In altri, facendosi strada a suon d’acquisti su Mediobanca, prima Del Vecchio e poi di nuovo il costruttore romano. Concludendo, delle due l’una. Se questi sono solo movimenti finanziari come sostengono Caltagirone e Del Vecchio, per incrementare il valore della società a valle, cioè di Generali, nulla questio: lo spieghino a tutti. Se invece stanno mutando gli assetti della prima banca d’affari e della prima compagnia assicurativa italiane, risparmiatori e mercato lo devono sapere. E si può star certi che con Mario Draghi Presidente del Consiglio prima o poi lo sapranno. (riproduzione riservata)

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