Welfare rinnovato

di Anna Tauro
L’opinione pubblica, la comunità scientifica e la politica sono d’accordo nel considerare la pandemia da Covid-19 un evento di portata storica che inciderà in modo profondo sul nostro futuro. Il nostro Paese ha la possibilità di cogliere dall’emergenza Covid-19 l’occasione per compiere un salto in avanti. Ma serve un piano a medio-lungo termine che individui le priorità per ricostruire il tessuto economico e sociale e preveda proposte per una nuova e duratura stagione di sviluppo. La Banca d’Italia ha stimato un calo del Pil del 9% nel 2020 se non ci sarà un ritorno in autunno dell’emergenza, nel contempo ha sollecitato la necessità di dotarci di un piano a medio-lungo termine, proprio perché non possiamo continuare a vivere in una situazione di emergenza indefinita.

Gli economisti concordano che per ridurre i danni causati dal virus occorre adottare misure integrate e su larga scala, incentrate su quattro pilastri: sostenere le imprese, l’occupazione e il reddito, stimolare l’economia, proteggere i lavoratori e instaurare un dialogo sociale tra governi, datori di lavoro e lavoratori per trovare soluzioni a questa crisi. Ma sarà necessario prima di tutto ridisegnare un nuovo welfare sanitario. Ne abbiamo parlato con Giancarlo Badalin, presidente del Fondo Easi, l’Ente di assistenza sanitaria integrativa per i dipendenti dei Ced, Ict, professioni Digitali e Stp.

Domanda. L’emergenza ha colto tanti impreparati. Quale sarà il ruolo futuro della sanità alla luce della pandemia?

Risposta. I governi e le aziende devono poter prevedere un reale meccanismo di salvataggio che tuteli i cittadini in caso di pandemie come questa. I governi, così come le imprese dovranno per forza di cose rivedere la sanità non più come un costo, bensì come una delle basi per lo sviluppo della società economica e civile. Il primo passo da compiere è riorganizzare i sistemi sanitari attraverso il cambiamento delle regole che dovrebbero garantire un equilibrato rapporto tra domanda e offerta di servizi e tra bisogni e risorse disponibili anche in una situazione di pandemia.

D. Qual è stata la risposta della sanità integrativa all’emergenza Covid-19?

R. La nostra prima preoccupazione è stata quella di fornire, in sinergia con l’Ebce, il nostro ente Bilaterale, un’informazione chiara e precisa seguendo le indicazioni via via aggiornate del ministero della salute e degli altri organi competenti. L’obiettivo è stato quello di sostenere i nostri iscritti, sin dai primi giorni di emergenza, con iniziative concrete. Abbiamo immediatamente deliberato il differimento del versamento dei contributi da parte di tutte le aziende iscritte al Fondo, non soltanto di quelle costrette alla sospensione delle attività in conseguenza dell’accelerazione dell’epidemia da coronavirus. Nello stesso tempo abbiamo provveduto ad attivare una speciale «Diaria Covid-19» a tutti i dipendenti e ai titolari delle aziende iscritte al Fondo, a copertura di eventuale contagio da coronavirus. La speciale diaria Covid-19 prevede un’indennità di 40 euro per ogni notte di ricovero e un’indennità di 40 euro per ogni giorno di isolamento domiciliare. Infine stiamo valutando l’opportunità di inserire dei test sierologici, sui quali ancora adesso dibattono esperti e scienziati, in attesa di indicazioni certe da parte degli organismi sanitari competenti. Per quanto riguarda la struttura del Fondo, in accordo con i nostri soci fondatori, Confterziario, Assoced, Lait e Ugl Terziario, abbiamo adottato fin dall’inizio della crisi la modalità di lavoro in smartworking. In questo modo e grazie anche all’impegno di quanti vi lavorano, siamo riusciti ad assicurare il funzionamento di tutte le attività amministrative.

D. In che modo gli enti di assistenza sanitaria integrativa entrano in gioco nel processo di ricostruzione?

R. La gestione della crisi pandemica ha evidenziato la necessità di un ripensamento dell’intero sistema sanitario nazionale che resta fondamentale per la salute e la cura degli italiani ma, come abbiamo visto, da solo non può reggere l’urto di crisi sanitarie di livello planetario. La sanità integrativa, a mio giudizio, può svolgere a maggior ragione un ruolo insostituibile di affiancamento e supporto al Servizio sanitario nazionale, che deve restare solidaristico e universalistico, tale da consentire a tutti i cittadini italiani di ricevere le cure necessarie senza distinzioni di censo e reddito. Lo stesso principio che caratterizza il Fondo Easi sin dalla sua fondazione, avvenuta oltre 13 anni fa. Ciò non toglie che, pur rimanendo nell’ambito dei principi enunciati, sia indifferibile la necessità di offrire sul mercato della sanità integrativa prodotti di copertura sanitaria con maggiore modularità rispetto all’offerta tradizionale.

D. Quali gli ambiti di intervento più rilevanti? Quali le prospettive future?

R. Nei prossimi mesi sarà inevitabile, dunque, rimodulare l’offerta della sanità integrativa proponendo una pluralità di pacchetti di servizi, all’interno dei quali gli acquirenti (lavoratori, aziende, ma anche altri Fondi e Mutue) possano scegliere, in base alle proprie disponibilità di spesa e alle proprie preferenze di consumo sanitario. La sfida che ci aspetta, se vogliamo veramente una sanità integrativa «universalistica», è quella di ampliare la copertura sanitaria ad altre categorie più fragili dal punto di vista economico e sociale con i relativi benefici fiscali. Dobbiamo, inoltre, intensificare gli sforzi di comunicazione e interazione con le Aziende rimuovendo alcuni atteggiamenti culturali ancora presenti che vedono il welfare sanitario solo come un costo aggiuntivo per le imprese e non come possibilità di sviluppo.

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