Massimo Doris. Flowe, siamo gli anti n26 il risparmio È per i giovani

Una scommessa da venti milioni di euro. A ventitré anni dalla trasformazione in banca, Mediolanum guarda avanti e punta sulle generazioni più giovani, quelle che a tratti appaiono refrattarie all’idea stessa di utilizzare un istituto di credito e che vivono digitalmente dalla nascita. Per conquistare il loro cuore e il loro portafoglio l’amministratore delegato di Banca Mediolanum, Massimo Antonio Doris, 53 anni da poco compiuti, ha sdoppiato la società. Per gemmazione è nata Flowe, una app, con una propria legal entity e un piano strategico ambizioso: duecentomila clienti entro la fine del 2020 (a venti giorni dal lancio siamo poco sotto quota ventimila) e oltre un milione di nuovi clienti entro tre anni, quando si dovrebbe raggiungere il punto di breack-even.

Tecnicamente, Flowe non è una banca, ma un istituto di moneta elettronica, vigilato dalla Banca d’Italia, che gestisce autonomamente conti di pagamento e che ha forma di società Benefit, quindi con qualche obiettivo in più rispetto al solo produrre utili.

Doris, perché avete creato Flowe?

«Quando si trasformò in banca, nel 1997, Mediolanum venne percepita come altamente innovativa: tutti i servizi online, nessuno sportello. I più scettici ci diedero cinque anni di vita. Oggi una fascia importante della popolazione, quella dei più giovani, non ci riconosce più quei criteri di innovatività che ci hanno fin qui distinto. Sono giovani che non avvertono per ora il bisogno di una banca, men che meno tradizionale. Così si rivolgono a N26 o a Revolut e caricano le loro carte che utilizzano per i servizi di pagamento. Ecco, noi abbiamo voluto colmare uno spazio ancora vuoto».

Quindi Flowe è la risposta a N26 e Revolut, istituti stranieri con molti clienti in Italia?

«Abbiamo studiato il fenomeno. Questi istituti non sono percepiti come banca, anche se lo sono. Sui consumatori, sui clienti, prevale l’esperienza d’uso, la rapidità dei trasferimenti, la semplicità. Ci sono milioni di carte in circolazione, anche se spesso con saldi di poche centinaia di euro. Non generano ricavi proporzionali, però un giorno quei clienti cresceranno, magari avranno fortuna, certamente avranno bisogno di finanziarsi o di un consulente per gestire la loro posizione. Ecco, noi vogliamo essere pronti e presenti in quel momento, con i nostri consulenti che né N26 né Revolut hanno».

Quindi Flowe è una carta di pagamento?

«No. Non ci siamo voluti fermare a… N27. Abbiamo voluto costruire un prodotto migliore, completamente diverso dagli esistenti, che ha aggiunto alle caratteristiche di semplicità e velocità d’uso, qualcosa di più. E siamo partiti da un aspetto importante per questa generazione di giovani, che è la sostenibilità. Abbiamo cercato di interpretare gli ideali di tutela dell’ambiente, di sostenibilità, di unicità del pianeta. Un percorso che si è avviato in tutto il mondo e da cui non è possibile tornare indietro. Così è nata Flowe, un’entità, un progetto che dimostra di essere sensibile a questi temi, offrendo delle soluzioni che consentono al cliente di essere immerso in un ecosistema che va nella direzione che lui auspica e che, al tempo stesso, fornisce degli strumenti che gli consentono di essere attivo nel processo di sostenibilità globale. Si va dalla piantumazione di alberi, allo scavo di pozzi d’acqua in regioni desertificate».

Per questo la carta vera e propria è realizzata in legno?

«Non era possibile fosse totalmente in legno, così ha un’anima in materiale completamente biodegradabile ed è ricoperta di legno. Ma la direzione è quella e per ogni carta che verrà venduta noi pianteremo un albero. Non solo, i comportamenti sociali e gli acquisti effettuati verranno letti dal punto di vista della creazione di anidride carbonica e Flowe ha una funzione che offre la possibilità di compensare questa produzione piantando altri alberi. Si ha quindi la possibilità di contribuire in modo positivo, con il proprio comportamento, a migliorare il pianeta. Ma non c’è solo questo: aspetti legati al benessere fisico a alla crescita culturale sono aiutati a svilupparsi».

Quanto costa?

«Zero. Al momento ci sono due versioni disponibili, che presto diventeranno quatto. Oggi la versione Fun è completamente gratuita, mentre Friend chiede una subscription».

Apro il conto in Flowe e i soldi finiscono in Banca Mediolanum?

«No, sono due entità totalmente separate. I soldi restano in Flowe».

Quanto avete investito?

«Una ventina di milioni solo in questo primo anno».

E a Ivan Mazzoleni, amministratore delegato di Flowe, lei per conto della capogruppo Banca Mediolanum che risultati chiede?

«Ci aspettiamo duecentomila clienti entro la fine del 2020 e di superare abbondantemente il milione di clienti in tre anni. In modo di raggiungere il breack-even. A quel punto saremo pronti per andare in Europa, per allargare l’area dei mercati di riferimento. Quello è il nostro obiettivo finale».

Ma non teme una concorrenza interna? Fra tre anni, secondo i piani, Flowe potrebbe avere circa 1,3 milioni di clienti, tanti quanti ne ha Banca Mediolanum oggi. Non vede dei rischi?

«In verità io spero che i clienti di Flowe diventino rapidamente molto più numerosi di quelli di Banca Mediolanum. Ma non sarà una concorrente, perché se in tre anni supereremo il milione di clienti con Flowe, sarà la prova che non ci saremo mai arrivati con Banca Mediolanum. Perché i clienti che hanno aperto un conto Revolut o con Hype di Banca Sella non hanno aperto con Banca Mediolanum?».

Che risposta si è dato?

«Che questa fascia di clientela non cerca una banca, non la vogliono. Vogliono gestire i loro soldi attraverso una app, che è un concetto del tutto diverso. Così quel cliente adesso con Flowe potrà farsi accreditare direttamente lo stipendio e pagare le utenze».

Mediolanum è un attore importante nella scena finanziaria italiana. Come vede l’Ops di Intesa su Ubi e l’accordo di Generali per entrare come primo socio in Cattolica Assicurazioni?

«Questi sono processi che sarebbero avvenuti comunque. Il consolidamento nel settore bancario e nell’assicurativo sarebbero avvenuti indipendentemente dall’epidemia di Covid-19. È un processo inevitabile in un mondo globalizzato e quindi le dimensioni degli attori contano. Salvo che uno abbia la capacità di presidiare delle nicchie di mercato, il processo mi pare inevitabile. Forse alcune contingenze hanno accelerato i tempi».

E invece, come vede la volontà di Leonardo Del Vecchio di crescere al 20 per cento in Mediobanca, istituto di cui voi siete soci direttamente con il 3,3 per cento e parte attiva di un Patto di consultazione che raggruppa il 12,6 per cento del capitale?

«No comment». (E fa il gesto di cucirsi la bocca, sorridendo).

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