L’impero ago e filo di Achille

La famiglia Maramotti, con 20 marchi della moda, 41 società, 2.500 negozi monomarca e 5.600 dipendenti, ha un patrimonio di 4 miliardi. Ecco il nuovo profilo della galassia fondata dall’imprenditore emiliano. Dove Credem sarà polo aggregante

Edoardo De Biasi
Un tailleur e due paltò. Tre modelli in tutto. È iniziata così, nel 1951, l’avventura imprenditoriale di Achille Maramotti. L’uomo che ha fondato Max Mara e la cui famiglia controlla ora un patrimonio valutato circa 4 miliardi di euro. Una storia per molti versi simile a quella di tanti imprenditori italiani che hanno creduto nelle proprie idee e grazie al lavoro sono riusciti a vincere la loro scommessa. Maramotti è stato un personaggio non comune. Autoritario, egocentrico, capitano d’industria d’altri tempi, duro avversario del sindacato ma anche cultore dell’arte, grande mecenate e con una vita molto influenzata dalla presenza femminile. E proprio tre donne hanno avuto un ruolo significativo: la nonna Marina Rinaldi, la madre Giulia Fontanesi e la moglie Ida Lombardini. Tutte hanno contribuito a creare una figura per molti versi unica nel panorama imprenditoriale italiano. Anticomunista dichiarato in una città di comunisti, è stato capace di far crescere il suo impero in quella Reggio Emilia che era conosciuta come la Stalingrado d’Italia.

Vivere in un clima ostile a chi faceva impresa ha contribuito ad alimentare la sua proverbiale riservatezza. Non è un caso che per stare lontano dai riflettori le sedi legali delle sue casseforti di famiglia Cofimar, Max Mara Fashion Group e Safe furono e sono ancora oggi domiciliate in via Pietro Giannone a Torino, anche perché la quota di maggioranza è intestata alla Simon Fiduciaria, a suo tempo controllata e gestita dall’avvocato Franzo Grande Stevens e in seguito passata sotto le insegne della Ersel dei Giubergia, altra famiglia dell’establishment torinese.

Una scelta, quella di Torino, che può essere spiegata dal fatto che nel capoluogo piemontese c’è un alleato storico dei Maramotti, la famiglia Zanon di Valgiurata, che con la Fenera Holding sono azionisti di Credem e che Lucio Zanon di Valgiurata è presidente della banca e vicepresidente di Credemholding. Una riservatezza che è stata rispettata anche quando morì, all’età di 78 anni. Nel gennaio del 2005, dopo una lunga malattia, Maramotti scomparve e il suo funerale fu all’insegna del totale riserbo. Neppure alcuni parenti stretti dell’imprenditore ebbero la possibilità di portare l’ultimo saluto.

Ma adesso chi controlla il gruppo? A tirare le fila sono i tre figli: Maria Ludovica (64 anni), Luigi (63) e Ignazio (59). Sono loro che gestiscono le redini dell’impero e possiedono la maggioranza delle casseforti. Nel luglio del 2018 la galassia di holding della famiglia Maramotti ha conosciuto un profondo riassetto per ottimizzare le risorse a disposizione. E’ nata così la Società Anonima Finanziaria Emiliana (già Max Mara Finance) che è diventata una società specializzata nella gestione finanziaria mentre Cofimar si è votata alla gestione delle partecipazioni bancarie e Max Mara Fashion Group al business industriale, cioè alla moda. A queste tre casseforti se ne è aggiunta recentemente una quarta Unity Re per meglio gestire il passaggio generazionale e concentrarvi il patrimonio immobiliare. Sotto il profilo operativo Luigi, che segue maggiormente la moda, è il numero uno di Max Mara e vicepresidente del Credem mentre Ignazio presiede le casseforti a monte di Credemholding. Tutto questo fa capire come valga la pena di raccontare la storia dei Maramotti.

Il nonno, Giuseppe Maramotti, si laureò in Lettere nel 1901. Il primo impiego fu all’Università di Bologna, come assistente di Filologia romanza. La moglie, Giulia Fontanesi, aveva una grande passione per la sartoria e così, non appena la famiglia si stabilì a Reggio, dove il marito insegnava francese alla scuola superiore, lei creò una scuola di taglio e confezione. Giuseppe Maramotti morì nel 1939, quando Achille, che era nato il 7 gennaio del 1927, stava per cominciare gli studi superiori. Finita la guerra si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza di Parma nel 1945. Lo zio Giuseppe Fontanesi, che aveva aiutato molto la famiglia dopo la morte del padre, era amministratore delegato della Cremeria Emiliana di Cavriago, all’epoca una delle più importanti società del settore lattiero-caseario, e fu proprio lui convincere il giovane Maramotti a trasferirsi a Roma per seguire le vendite del gruppo.
Tappa fondamentale nella formazione del futuro imprenditore fu però un soggiorno in Svizzera, a Yverdon, dove rimase quattro mesi lavorando in un piccolo laboratorio che confezionava in serie impermeabili per grandi magazzini. Tornato in Italia e laureatosi in Giurisprudenza decise che non era portato per lavorare sottopadrone e mise fine alle speranze dello zio Fontanesi che lo vedeva come suo successore alla Cremeria Emiliana. A motivarlo c’era solo un’idea: voleva diventare imprenditore nel mondo dell’abbigliamento. Una scelta favorita anche dalle precedenti esperienze familiari. La nonna Rinaldi era stata, sul finire dell’Ottocento, proprietaria di una boutique a Reggio Emilia e sua madre aveva avviato una scuola di cucito.

Non è azzardato dire che imparò «l’arte dell’ago e del filo» proprio dalla mamma sarta. L’anno dopo cominciò l’attività vera e propria, creando una ditta individuale. Che sarebbe stata la decisione della vita lo si capì dal nome che diede alla società: Max Mara. La ragione sociale deriva da una semplice intuizione: Mara è il diminutivo del cognome a cui aggiunse Max, simbolo di potenza e di forza. Insomma, un nome facile da ricordare ma che testimonia anche il carattere forte e dominante dell’imprenditore. I primi passi non furono, comunque, semplici. Vennero assunte due operaie che si erano formate alla scuola della madre e si partì avendo come riferimento i modelli pubblicati dalle riviste americane.

Il settore della confezione da donna era molto arretrato. Se l’impresa tessile era stata alla base del processo di industrializzazione italiana, è anche vero che la produzione di abbigliamento si basava, prima del secondo conflitto mondiale, su circa una trentina di aziende di medie dimensioni, localizzate prevalentemente nel triangolo industriale. E poiché la varietà degli articoli richiesti era piuttosto limitata, le strutture produttive locali di medie dimensioni risultavano le più adatte a soddisfare le esigenze del mercato. Il passaggio al cosiddetto «abbigliamento pronto», fondato su impianti produttivi moderni in grado di fornire una grande offerta di capi di media-alta qualità a costi costanti e prezzi contenuti, si avrà soltanto a partire dagli anni Cinquanta. Maramotti è stato proprio l’inventore del pret-à-porter italiano. Per far questo ha dovuto costruire un sistema industriale completamente diverso rispetto alla nostra tradizione, ispirandosi ai modelli di chiara matrice americana. Impresa non semplice. Bisognava non solo produrre e vendere in maggiore quantità ma anche saper intercettare i primi sentori di quel fenomeno sociale e culturale che si sarebbe ben presto chiamato moda.
L’abilità è stata creare un sistema flessibile capace di sfruttare le debolezze del vecchio mondo e nello stesso tempo creare ex novo una rete distributiva. L’abbigliamento pronto negli anni Cinquanta non aveva concorrenza ma nello stesso tempo mancava anche la clientela, intesa come dettaglianti disposti a investire sul nuovo mercato. Il primo compito di Maramotti fu quindi trovare negozi interessati a vendere i suoi modelli. Scommessa complicata visto che l’Italia era una repubblica di santi, poeti, naviganti ma anche di sarti. L’iniziativa colpì però nel segno. L’Italia uscita dal fascismo aveva voglia di modernità, di abbandonare i classici cliché e di provare culture diverse. Inoltre la speranza di un nuovo benessere spingeva i consumi. Nel 1952 Maramotti decise di ampliare l’attività. Comprò un garage nel centro storico di Reggio Emilia, in piazza San Lorenzo. Nei 150 metri quadrati, suddivisi su due piani, lavoravano una quarantina di dipendenti. Nel 1955 il primo salto di qualità. Il suocero di Maramotti, Adelmo Lombardini, regalò alla figlia Ida un ex stabilimento dove si fabbricavano calze. Il numero dei dipendenti Max Mara salì immediatamente e nei 3 mila metri quadrati trovarono posto oltre 200 dipendenti. Da quel momento la crescita dell’azienda fu impetuosa e ben presto anche questo impianto si rivelò insufficiente. Nel frattempo, nel 1953, era stato aperto a Roma il primo negozio, rilevando l’esercizio da un cliente inadempiente. Per evitare problemi con la clientela della stessa piazza si evitò di operare direttamente sotto il marchio Max Mara. Quattro anni dopo il negozio passò a un suo collaboratore ma l’idea si era ormai affinata e consolidata. Maramotti non solo produceva ma rilevava negozi e la loro gestione veniva centralizzata in un’apposita società denominata Maxima.

I rapporti di parentela favorirono anche la creazione di una nuova rete di rapporti e l’ingresso in altri campi. Fu così che il democristiano Maramotti entrò nel consiglio d’amministrazione della Cassa di Risparmio di Bologna. Una scelta politica non indifferente in una Emilia Romagna allora controllata dal Pci. L’attività bancaria piacque immediatamente al fondatore di Max Mara e così quando la Dc lo tolse dal consiglio lui, senza battere ciglio, rilevò la Banca Agricola ristrutturandola e battezzandola col nome di Credito Emiliano. Una passione, quella del mondo bancario, che durerà una vita e che alla fine costerà caro alla famiglia emiliana. Oltre al Credem, l’imprenditore entrò anche nel Credito Romagnolo e quando l’istituto finì, dopo l’offerta pubblica di scambio, nell’orbita del Credito Italiano, Maramotti si ritrovò fra le mani un consistente pacchetto di azioni pari a circa il 2% di quello che di lì a qualche anno sarebbe diventato Unicredit. Una partecipazione che gli spalancò le porte prima del consiglio d’amministrazione della stessa banca milanese e poi, indicato proprio dall’allora presidente Lucio Rondelli, addirittura di Mediobanca.

Ma torniamo al pret-à-porter. Per capire meglio il nuovo business bisognava andare negli Stati Uniti e così nel 1957 Maramotti volò a New York dove la produzione di abbigliamento su larga scala era una realtà consolidata da diversi decenni. Dagli Usa importò l’idea di una vera e propria industrializzazione del processo in fabbrica. Nello stabilimento venne montato un sistema di nastri trasportatori a ritmo, azionati elettricamente, che rispettavano al secondo i tempi e le diverse operazioni per la confezione di un vestito. Sul versante stilistico, invece, il suo benchmark fu un un’incessante mediazione tra la tendenza americana che puntava sull’abbigliamento come progresso sociale e il mondo francese più legato alla moda in senso stretto. Vennero poi gli anni del «miracolo economico».

Il settore del tessile-abbigliamento cominciò a decollare e iniziò il lento declino dei sarti che lavoravano su misura. All’epoca in Italia le ditte di confezione erano circa 2.500 ma le tradizionali sartorie erano ancora oltre 50 mila. Nel 1963 quindi Maramotti intraprese un nuovo viaggio negli Stati Uniti e tornò con un sistema di produzione e di retribuzione che scombussolò le regole allora in vigore.

«Alla mamma e ai suoi assistenti occorrevano 81 ore per fare un paltò. Grazie alla scomposizione del lavoro quel numero crollò». Con questa semplice nota autobiografica Maramotti ha raccontato la svolta della sua vita di imprenditore e la rivoluzione industriale che ha creato il «made in Italy». Con le lotte operaie del 1969-70 si aprì una fase nuova e il nome dell’industriale emiliano diventò noto a livello nazionale per la fermezza dimostrata nelle vertenze sindacali. In particolare i nuovi contratti di lavoro introdussero il cottimo di gruppo e qui Maramotti cominciò a costruire la sua fama di imprenditore dal pugno di ferro non adottando la normativa. Il patron Max Mara diventò un caso anche tra gli imprenditori. Nel 1973 ritirò la delega alla Confindustria nella contrattazione nazionale, accusando esplicitamente i vertici di categoria di arrendevolezza nei confronti del sindacato.
A partire dagli anni 70, comunque, la rete dei negozi fu ampliata, raggiungendo di colpo il numero di 24 unità, tutte controllate direttamente. Va aggiunto che nel 1980 il gruppo Max Mara aveva uguagliato il fatturato della Lombardini, società controllata dal padre della moglie. Una sorta di ideale passaggio di consegne in famiglia che fece diventare il gruppo del pret-à-porter la principale impresa del Reggiano. Da quel momento la corsa del gigante silenzioso (così Max Mara è conosciuta tra gli addetti al mondo del fashion) è stata quasi inarrestabile.

Attualmente controlla oltre 20 marchi, 41 società e 2500 negozi monomarca e vi lavorano 5600 dipendenti. Possiede marchi come Sportmax, Sportmax Code, Weekend Max Mara, ‘S Max Mara, Max & Co, Marella, Emme Marella, Pennyblack, Persona, iBlues, Marina Rinaldi (quest’ultimo prende il nome dalla bisnonna di Luigi Maramotti). Dal 2004 il gruppo ha iniziato a commercializzare anche una propria linea di profumi e cosmetici in collaborazione prima con l’azienda Cosmopolitan Cosmetics, società del gruppo Wella e successivamente con la società Selective Beauty. Max Mara Fashion Group, la cassaforte con cui la famiglia controlla la nota azienda di pret-à-porter, ha chiuso il 2018 con un fatturato di quasi 1,6 miliardi di euro in crescita del 25% sull’esercizio precedente e con un utile di oltre 239 milioni. In progresso anche i margini reddituali con ebitda ed ebit saliti anno su anno, rispettivamente, da 350 a 367 milioni e da 269,5 a 283,3 milioni. Ma nell’impero Maramotti, come abbiamo già visto, non c’è solo moda.
Del Credito Emiliano, i Maramotti sono i principali azionisti. Il controllo della banca è detenuto da Credem Holding con il 76,8% della banca emiliana. La famiglia possiede oltre il 38% della finanziaria, detenuto tramite le tre casseforti Cofimar (24,5%), Società Anonima Finanziaria Emiliana (8,62%) e Unity Re (4,85%). Il resto delle azioni di Credem holding è suddiviso tra 211 investitori legati da un patto di sindacato. Il valore di questa partecipazione, escluso il premio di maggioranza, è valutabile intorno ai 430 milioni.

L’istituto emiliano è una delle migliori e più solide banche private italiane. Recentemente il consiglio d’amministrazione, in linea con le raccomandazioni espresse della Bce, e vista la situazione economica e sanitaria del Paese, ha deliberato di accantonare l’intero utile a riserva straordinaria, bloccando la distribuzione del dividendo che era di 0,22 euro ad azione. In questo modo è stata ulteriormente rafforzata la posizione patrimoniale con un Cet1 che, a fine esercizio, ha raggiunto il 15,3%. La banca ha chiuso il 2019 riportando un utile netto consolidato in crescita del 7,8% a 201,3 milioni e un margine d’intermediazione di 1,205 miliardi. Sempre in queste settimane si è saputo che il Credem è disponibile a partecipare all’m&a del credito dopo aver condotto una crescita per linee interne. «Da anni, ha detto Nazzareno Gregori, «abbiamo una strategia di sviluppo organico che ha fin qui pagato. Siamo tuttavia apertissimi a valutare opportunità di crescita non organica, anche se su questo fronte preferiamo agire invece di parlarne. L’interesse non è per istituti in stato di crisi, la banca vuole perseguire «progetti chiari e industriali, che consentano di creare valore nel tempo. Siamo attenti sul mercato e quando si presenteranno operazioni di questo tipo cercheremo di coglierle in pieno».

Il credito è stato un grande amore, ma la seconda generazione ha dimostrato maggiore distacco. I primi dissapori erano sorti l’anno prima della scomparsa del padre. La famiglia era infatti disponibile a cedere il Credem a Unicredit. Operazione che saltò proprio per l’opposizione di Achille. Ma non basta. Nei giorni precedenti la morte Maramotti arrotondò la quota in Unicredit che nel frattempo si era fusa con Hypovereinsbank. Un investimento che nei fatti si è dimostrato una grossa perdita. Fare dei calcoli precisi è quasi impossibile. Ma secondo alcune stime la famiglia avrebbe perso oltre 900 milioni. Fino al 2011, nonostante il crollo delle quotazioni di Unicredit, i Maramotti avevano evitato di allinearne il valore di bilancio a quello di mercato, con la motivazione che quelle azioni costituivano un investimento strategico. Da quel momento è iniziato un graduale disinvestimento con grandi minusvalenze e relative rettifiche di bilancio. Attualmente il gruppo dovrebbe ancora possedere circa 25 milioni di azioni Unicredit per un controvalore di 200 milioni. Insomma, una storia imprenditoriale fondata su moda e banche. Due attività completamente diverse che solo un personaggio d’altri tempi come Maramotti ha avuto la forza e il coraggio di voler coniugare. E, ironia della sorte, proprio Unicredit è stato il tallone di Achille. (riproduzione riservata)

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