Il profilo delineato dall’indagine delle tre Authority (privacy, concorrenza, comunicazioni)
Noti i rischi sui big data. Ma in pochi corrono ai ripari

Pagina a cura di Claudia Morelli

Informative privacy, queste sconosciute: tre utenti su dieci non le leggono, mentre un utente su due le legge solo in parte. Tutti, però, ritengono siano poco chiare. E nonostante ciò la consapevolezza degli effetti delle nostre azioni sul web non manca. Infatti, circa sei utenti su dieci sono consapevoli del fatto che le loro azioni online generano dati che possono essere utilizzati per analizzare e prevedere i loro comportamenti e sono informati dell’elevato grado di invadenza che il meccanismo di raccolta dei dati può raggiungere, per esempio sulla geo-localizzazione e sull’accesso di diverse app a funzionalità come la rubrica, il microfono e la videocamera. Senza dimenticare le possibilità di sfruttamento dei dati da parte delle imprese che li raccolgono.

È la fotografia scattata dall’indagine conoscitiva che Antitrust, garante privacy e Autorità delle comunicazioni hanno condotto per l’analisi del funzionamento dei mercati dei big data dal punto di vista della concorrenza, della privacy e del pluralismo informativo. Fotografia che trova conferma nell’ultimo caso di cronaca riguardante FaceApp (l’app di gran voga in questi ultimi giorni, che ringiovanisce o invecchia i volti degli utenti).
Alla luce di questi risultati le tre Autorithy hanno pubblicato le 11 linee guida e le raccomandazioni di policy (si veda la tabella in pagina), chiedendo tra l’altro l’introduzione di nuovi strumenti per la promozione del pluralismo online, la trasparenza nella selezione dei contenuti nonché la consapevolezza degli utenti circa i contenuti e le informazioni ricevute online.
L’innovazione, infatti, è un’arma a doppio taglio e nella relazione annuale dell’Antistrust emergono con chiarezza sia le asimmetrie informative (la colpevole inconsapevolezza degli utenti) sia alcuni dubbi sugli attuali criteri di valutazione delle «concentrazioni» da parte dell’Antitrust e il sistema di fissazione automatizzata (tramite algoritmi) dei prezzi.
I dati dell’indagine conoscitiva sui big data. In attesa di leggere l’intero rapporto, disponibile a breve, la relazione Antitrust riprende alcune delle risultanze della indagine conoscitiva di Antitrust, garante privacy e Autorità delle comunicazioni. Dalla prima fase della indagine sappiamo che è emerso che circa sei utenti su dieci sono consapevoli del fatto che le loro azioni online generano dati che possono essere utilizzati per analizzare e prevedere i loro comportamenti, e appaiono informati dell’elevato grado di pervasività che il meccanismo di raccolta dei dati può raggiungere. Ma è una consapevolezza colpevole visto che la maggioranza degli utenti ha dichiarato di leggere solo in parte (54%) o di non leggere affatto (33%) le informative e, più in generale, di dedicare alla loro lettura un tempo limitato; inoltre, un’ampia maggioranza del campione ha affermato che le informazioni fornite possono risultare poco chiare. L’acquisizione, l’utilizzazione e la cessione dei propri dati personali è spesso consentita anche da parte di quegli utenti che non sono del tutto consapevoli della stretta relazione esistente tra cessione dei dati e gratuità del servizio. Gli utenti che invece negano il consenso lo fanno soprattutto in ragione dei timori di un improprio utilizzo dei propri dati, come per esempio l’utilizzo a fini pubblicitari (46,7%) o l’utilizzo per altre finalità (50,2%). Dall’indagine è emerso anche che quattro utenti su dieci sono consapevoli della stretta relazione esistente tra la concessione del consenso e la gratuità del servizio; inoltre, oltre i tre quarti degli utenti sarebbero disposti a rinunciare ai servizi e alle app gratuite per evitare che i propri dati fossero acquisiti, elaborati ed eventualmente ceduti, mentre solo la metà degli utenti ha dichiarato che sarebbe disposto a pagare per servizi/app oggi forniti gratuitamente al fine di evitare lo sfruttamento dei propri dati (pubblicitario o di altro tipo). Infine, dall’indagine è emerso che solo una stretta minoranza di utenti (circa il 10%) è consapevole dei propri diritti in materia di portabilità dei dati, anche se circa la metà degli utenti mostra interesse a ottenere una copia dei propri dati. Il tema della portabilità dei dati riscuote ancora poco interesse fra gli utenti per diversi motivi: la scarsa propensione a utilizzare altre piattaforme/applicazioni (41,1%); una limitata sensibilità sulla rilevanza di tali dati (36,1%); la percezione di un’elevata complessità degli strumenti tecnologici (30,4%).
Le concentrazioni nell’economia digitale. Due le preoccupazioni emerse dalla relazione Antitrust: la prima concerne le acquisizioni societarie effettuate dai grandi operatori digitali. Un recente studio del governo inglese mostra che, tra il 2008 e il 2018, Amazon, Facebook e Google hanno acquisito, spesso con l’obiettivo di eliminare futuri concorrenti, circa 300 società, sovente nella fase iniziale del loro ciclo di vita: infatti, in circa il 60% di tali acquisizioni, l’impresa target era attiva da non oltre 4 anni. Si pensi al caso Facebook Whatsapp del 2014. Le autorità di concorrenza dovrebbero essere poste nella condizione di valutare tali operazioni di concentrazione, che invece non sono di norma soggette a un obbligo di notifica perché le imprese acquisite non generano fatturati elevati. Effetto che si potrebbe ottenere, propone la autorità, introducendo come ulteriore criterio: il valore della transazione. Il secondo tema concerne la collusione attraverso gli algoritmi utilizzati dalle imprese per la definizione e l’adeguamento continuo dei propri prezzi. È evidente, scrive l’Antitrust, «che di fronte a ciò la nozione tradizionale di intesa come incontro di volontà tra persone fisiche viene sottoposta a particolare tensione, atteso che la collusione tacita, cioè quella che si realizza tramite l’autonomo adattamento intelligente delle singole imprese, non viola le regole a tutela della concorrenza».
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