I rischi dell’Inps pigliatutto

Il presidente dell’Ente rilancia l’idea di uno schema integrativo pubblico, ma la proposta è bocciata da sindacati e Lega. Il sistema complementare italiano è ancora piccolo rispetto a Paesi come Olanda o all’Australia. Proprio perché la tutela statale è ancora forte
di Andrea Pira

La proposta che fa discutere Pasquale Tridico ha deciso di lanciarla alla fine della sua prima relazione annuale da presidente dell’Inps. L’Ente previdenziale gioca la carta pigliatutto e nelle intenzioni del successore di Tito Boeri si vuole lanciare sull’integrativo, mettendosi quindi in alternativa e in concorrenza ai fondi privati. Al momento si tratta di poco più di un’idea, appena abbozzata: un fondo pubblico, molto simile a quelli privati che canalizzi i propri strumenti di investimento nel Paese. La descrizione è quella fornita dallo stesso Tridico. I dettagli non sono stati chiariti, se si esclude che l’adesione sarà su base volontaria e che il futuro fondo a gestione pubblica si propone come alternativa alle attuali tipologie di fondi pensione e schemi complementari. Abbastanza però per suscitare prime reazioni negative contro una proposta motivata dal professore di Roma Tre con la stranezza dell’assenza da tale comparto del maggior ente di previdenziale europeo e con la volontà di favorire l’adesione dei lavoratori, oggi attorno al 30%, per poi convogliare risorse nell’economia reale.
«In Italia, abbiamo il miglior sistema dei fondi pensione dell’occidente: un sistema libero, plurale e concorrente», è stata la replica di Domenico Proeitti, segretario confederale della Uil e tra i primi a esprimersi. «Il nostro sistema viene preso ad esempio», aggiunge e le performance totalizzate, negli anni, sono state superiori a quelle del Tfr. Nel 2018, complici le turbolenze sui mercati i fondi pensione negoziali e i fondi aperti hanno perso, rispettivamente, il 2,5% e il 4,5%. I piani individuali pensionistici (Pip) a loro volta hanno registrato una flessione del 6,5%. Di contro la rivalutazione del Tfr, al netto delle tasse, è stata dell’1,9%. Sull’orizzonte decennale la previdenza complementare ha però battuto la rivalutazione del trattamento di fine rapporto. «Un fondo pensione pubblico significherebbe cambiare modello e anche modalità di calcolo dei rendimenti», sottolinea ancora Proietti.

Anche il numero degli aderenti continua a salire. Lo scorso anno, emerge dall’ultima relazione della Covip, l’autorità di vigilanza sui fondi pensione, gli iscritti alle 398 forme pensionistiche sono stati 7,9 milioni, il 4,9% in più dell’anno precedente, confermando una traiettoria che va avanti dal 2012. A fare da traino sono stati i fondi negoziali, anche per merito dell’ulteriore estensione della modalità di adesione contrattuale, che ormai costituisce il canale di adesione di circa un terzo degli iscritti. I fondi negoziali sono anche quelli più convenienti. L’indicatore sintetico dei costi medio, utilizzato da Covip per misurare l’onerosità delle diverse forme pensionistiche, è per questo genere di prodotto parsi all’1,07% su due anni e scende allo 0,26% sui 35 anni. Di contro i «nuovi Pip» hanno un costo medio del 3,87% su due anni che cala all’1,83% sui sette lustri.

Al momento la proposta di Tridico lascia tuttavia fredda la metà leghista della maggioranza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro ed ex sindacalista, ha bocciato l’idea mettendo paletti a riforme che possano mettere in discussione l’assetto privato dalla previdenza complementare. In passato, per altro, si era già ipotizzato di muoversi sul sentiero indicato dal presidente Inps. Nel 2015 l’allora senatore del Pd, Massimo Mucchetti, aveva presentato un disegno di legge (articolo qui accanto) che stimava in 5-6 miliardi gli introiti per lo Stato. All’epoca intervenne Assofondipensione: far dipendere tutta la pensione da un unico ente pubblico avrebbe messo a rischio i principi ispiratori del sistema. Quanto alle ultime cifre, le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari nel 2018 sono ammontate a 167,1 miliardi di euro, circa il 9,5% del pil. Anche considerando il totale degli asset detenuti dai fondi pensione in percentuale al pil, l’Italia è indietro tra i Paesi Ocse, ma davanti a Germania, Svezia e Francia. Va però detto che i Paesi dove il patrimonio dei fondi supera il valore del prodotto interno lordo si contano, letteralmente, sulle dita di una mano. Succede infatti soltanto nei Paesi Bassi, prima al 171% in Islanda, in Australia, in Svizzera e nel Regno Unito. A Londra esiste un fondo pensione creato dallo Stato, ma in concorrenza piena con i privati.

I dati sembrano dimostrare che il ruolo svolto dalla sicurezza sociale nei diversi Paesi influisce sulle dimensioni del sistema complementare. Lì dove la previdenza di base è più forte, in termini di contributi raccolti e di spesa per le pensioni, il sistema a capitalizzazione è più basso e viceversa. Nel confronto vanno inoltre tenute in considerazione caratteristiche peculiari dei vari sistemi. Nei Paesi Bassi, ad esempio, svolgono un ruolo centrale i piani ad adesione collettiva e a prestazione definita ad adesione obbligatoria, a volte costituiti a livello settoriale. (riproduzione riservata)

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