Unicredit è uscita e BlackRock è salita al 10%. Dopo i dossier Intesa e Carige sarà la volta buona per la Roccia Nera in Italia? Ma i pretendenti, da Mediobanca a Mediolanum, potrebbero essere molti
di Oscar Bodini – MF-Dow Jones

Per la prima volta nella sua storia ultraventennale a inizio maggio FinecoBank è diventata una banca indipendente. Il nuovo status è coinciso con la decisione di Unicredit di dimezzare – e in seguito azzerare – la quota azionaria (35%) in suo possesso. Nell’attesa di vedere se nei prossimi giorni Consob ufficializzerà tra i compratori qualche nuovo azionista rilevante, nelle ultime ore BlackRock è stata la prima a scoprire le carte. In concomitanza col disimpegno di Unicredit il gigante americano dell’asset management ha incrementato al 10,233% (8,444% di quota azionaria semplice, 0,82% oggetto di contratti di prestito titoli e 0,969% tramite contract for differences) la posizione complessiva nel capitale della banca multicanale guidata da Alessandro Foti, diventandone il principale azionista dopo l’addio di Unicredit . Agli attuali corsi borsistici l’investimento vale 645 milioni di euro. Va detto che essendo la più grande società di investimento al mondo (con oltre 6.500 miliardi di dollari in gestione) BlackRock è posizionata tatticamente su gran parte delle large cap mondiali, Piazza Affari compresa. Tuttavia va anche ricordato che pochi mesi fa il colosso americano si era proposto come capofila di una cordata di fondi che avevano cercato di rilevare Carige , salvo poi tirarsi indietro. L’anno scorso inoltre era più volte circolata la voce che BlackRock stesse trattando con Intesa Sanpaolo l’acquisto del 10% di Eurizon, ma anche in quel caso la vicenda non ebbe alcun seguito. Che il terzo tentativo possa essere quello buono? Si vedrà nelle prossime settimane se la società aggiungerà altri acquisti o si limiterà a presidiare l’investimento.
Indipendenti sì, ma fino a quando? «Non c’è alcuna differenza sostanziale rispetto a prima, anche perché di fatto abbiamo sempre operato con quel tipo di spirito» votato all’indipendenza gestionale, aveva dichiarato alcune settimane fa l’amministratore delegato Alessandro Foti, commentando il progressivo disimpegno di Unicredit da Fineco . Poiché tuttavia ora il capitale della banca è interamente sul mercato qualche fondo o qualche competitor potrebbe iniziare a ragionare su una possibile scalata. Certo, il boccone è tutt’altro che piccolo, considerato che Fineco capitalizza 6,2 miliardi e che pertanto promuovere un’opa per arrivare almeno al 50% più un’azione partendo da zero e riconoscendo un minimo premio minimo ai soci significherebbe mettere sul piatto un assegno tra 3,2 e 3,5 miliardi. Nei mesi scorsi qualche pensiero in questo senso lo aveva fatto Mediobanca , sempre alla ricerca di un «unicorno» su cui reinvestire i proventi della programmata cessione del 3% delle Generali . Anche Mediolanum potrebbe avere qualche interesse per la partita o quantomeno così è parso d’intendere leggendo tra le righe di un’intervista che l’amministratore delegato Massimo Doris ha rilaciato pochi giorni fa. Doris ha parlato di un interesse ad acquistare una rete di promotori in Italia a due condizioni: un prezzo conveniente e la disponibilità a trattare da parte del socio di controllo. Il secondo punto, con l’uscita di Unicredit , è di fatto venuto meno nel caso Fineco . Il primo al momento rimane uno scoglio, considerato che tra i competitor quotati in Italia Fineco è al momento quella con il p/e più caro. Stando ai dati di Bloomberg, a fine 2018 il rapporto prezzo/utili di FinecoBank era 26,1, contro il 20 di Azimut , il 18 di Banca Generali e il 15 della stessa Mediolanum .

L’adieu di Mustier parte da lontano. Il disimpegno di Unicredit è stato progressivo. I primi segnali risalgono all’estate 2016: oltre a un rafforzamento patrimoniale da 13 miliardi (condotto in porto nella primavera dell’anno successivo), la cura da cavallo imposta da Jean Pierre Mustier all’indomani dell’approdo in piazza Gae Aulenti aveva richiesto il sacrificio di alcuni gioielli, primo tra tutti Pioneer, rilevata da Amundi per 3,5 miliardi. La dismissione del braccio di risparmio gestito aveva seguito di qualche settimana la vendita della quota nella controllata polacca Pekao, acquisita da Pzu e dal fondo statale Pfr per 2,4 miliardi. Per reperire ulteriori risorse necessarie a rafforzare gli indicatori patrimoniali di Unicredit e rilanciarne le ambizioni, il banchiere di Chamalières aveva infine deciso di mettere mano anche al 65,5% con cui controllava Fineco . Una mossa che aveva sorpreso il mercato, suscitando più di una perplessità per via degli utili che la banca multicanale ha sempre macinato. Un primo pacchetto del 10% era stato collocato a 5,4 euro, mossa che aveva consentito di fare provvista per 330 milioni. L’operazione aveva poi avuto un seguito nel novembre dello stesso anno, quando era stata ceduta con le medesime modalità un altro 20% di Fineco per 552 milioni (4,55 euro per azione). A ben altri livelli di prezzo sono avvenute le due cessioni più recenti, deliberate quando i titoli di FinecoBank avevano ormai sfondato quota 10 euro. Un primo collocamento fuori mercato a inizio maggio ha riguardato una quota del 17% per 1,014 miliardi (9,8 euro per azione). D’intesa con il consorzio di collocamento, poiché le azioni di Fineco avevano ripreso vigore nelle settimane successive, Mustier ha infine scelto di spossessarsi dell’ultimo 18% per 1,1 miliardi (9,85 euro per azione). In quattro tranche insomma Mustier ha incassato poco meno di 3 miliardi di euro, dando una bella spinta al Cet1 capital ratio della sua Unicredit . (riproduzione riservata)

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