Pechino apre agli investitori stranieri, ma protegge i settori strategici

di Francesco Bertolino

Bastone e carota. La proposta di riforma delle norme sugli investimenti stranieri in Cina abbassa i requisiti minimi, ma inasprisce i controlli sui settori strategici. Da un lato, infatti, verrebbe diminuita la soglia minima di asset necessaria per investire in aziende cinesi. Fino ad oggi era richiesta la proprietà di asset del valore di 100 milioni di dollari o, in alternativa, la gestione di un patrimonio minimo di 500 milioni.

Se e quando la bozza del ministro del Commercio di Pechino entrerà in vigore (la finestra per osservazioni è aperta fino al 29 agosto) basterà possedere asset per 50 milioni o avere in gestione un patrimonio di 300. Inoltre, l’emendamento ridurrebbe da uno a tre anni il lock-up, il periodo in cui agli acquirenti stranieri è vietato rivendere le azioni acquistate sul mercato cinese. D’altro lato, però, con le nuove regole il governo di Xi Jinping stringerebbe la presa sulle aziende strategiche: per gli investitori stranieri diventerebbe più difficile acquisire partecipazioni rilevanti in settori giudicati di interesse nazionale dalle autorità di Pechino. Un’indiretta risposta agli Stati Uniti dove dall’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca il Comitato sugli investimenti stranieri (Cfius) ha più volte impedito l’ingresso di società cinesi in aziende americane, adducendo motivi di sicurezza nazionale.

L’irrigidimento dei controlli trae dunque origine dal conflitto doganale in corso con gli Usa che Pechino spera ancora di poter scongiurare. «La Cina non vuole una guerra commerciale», ha dichiarato mercoledì il ministro degli Esteri Wang Yi, «la porta del dialogo e delle trattative è sempre aperta». Tuttavia, Donald Trump non pare affatto interessato a varcarla. Sempre ieri, infatti, il segretario di Stato Mike Pompeo ha svelato il piano americano per competere con l’ambiziosa One Belt One Road Initiative di Pechino. La Casa Bianca lancerà un nuovo programma di investimenti infrastrutturali nella regione dell’Asia-Pacifico, proprio là dove dovrebbe passare la nuova Via della Seta del governo cinese. (riproduzione riservata)

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