Bancario vs robot

In Italia gli occupati in banca sono diminuiti di 58 mila unità (-17%) dai 340mila del 2007. L’intelligenza artificiale per ora ha avuto scarso impatto sugli esuberi. Ma la competizione fra uomini e macchine è appena cominciata
di Francesco Bertolino

Entrare nella filiale di una banca in centro a Milano è un’esperienza straniante. Si può trovare di tutto: punti di ristoro, librerie, spazi di co-working, a volte persino laboratori di disegno o i finalisti di X-Factor. In fondo, oltre gli schermi, i divani e il bar, c’è spazio anche per qualche sportello, lì a ricordare che si è pur sempre nella sede di un’industria nata per maneggiare denaro. Nessuna traccia, però, della proverbiale coda: allo sportello, totem dell’era pre-tecnologica, i clienti non sono interessati. Per l’estratto conto, i bonifici e le operazioni ordinarie bastano smartphone e app: in due parole, il digital banking. Certo, il centro meneghino non costituisce un campione rappresentativo: stando ai dati Eurostat, solo il 31% degli italiani fa ricorso ai servizi bancari via internet (contro il 51% della media europea), sicché in buona parte delle 27.430 filiali sparse per la penisola è ancora necessario mettersi pazientemente in fila. Tuttavia, la chiusura di 6.739 sportelli fra 2008 e 2017 (-19,8%) segnala che per le banche italiane la rete fisica è sempre più marginale ed è anzi destinata a ridimensionarsi ulteriormente.

Nell’ultimo piano industriale, Intesa Sanpaolo prevede lo smantellamento entro il 2021 di 1.100 filiali, quasi un quinto del totale. Da dicembre 2015 Unicredit ha ridotto il numero di sportelli di 682 unità, pari al 72% dell’obiettivo di 944 fissato in Transform 2019. Monte dei Paschi ha in programma la chiusura di circa un terzo delle sue filiali, che dovrebbero passare da 2.100 a 1.400 entro il 2021. La sua banca digitale Widiba ne ha invece aperte in quantità nell’ultimo anno, ma nella realtà virtuale. Indossando un visore, 10mila clienti della controllata di Rocca Salimbeni hanno varcato la soglia della banca 3D per controllare il conto, effettuare bonifici o ricariche telefoniche. Nelle filiali 3.0 è tutto come nella realtà, tranne che per un dettaglio: in caso di difficoltà viene in soccorso un avatar, non una persona. Esperimenti come questi allarmano i sindacati del credito, preoccupati che i sacrificati sull’altare della rivoluzione fintech siano i lavoratori dipendenti. «I processi di integrazione fra banche hanno fatto la parte del leone sul calo dell’occupazione», chiarisce Giorgio Molteni, partner dello studio legale Trifirò & Partners. «Certamente anche il progresso tecnico ha inciso, riducendo la richiesta di addetti allo sportello e aumentando quella di consulenti finanziari. Il quadro è in continua evoluzione e il settore bancario è fra i più interessati dall’innovazione tecnologica». Benché con percentuali variabili, in effetti, tutti i modelli previsionali collocano il settore dei servizi finanziari fra quelli a più elevato rischio di automazione.

La competizione fra uomo e robot è già iniziata. Di recente, l’ad di Citigroup, Jamie Forese, ha lasciato intendere che entro il 2023 le macchine potranno rubare il posto a 10 mila dipendenti della banca d’investimento americana. In precedenza, anche John Cyran, ex ceo di Deutsche Bank , aveva lanciato un avvertimento simile: «Nella nostra banca ci sono persone che lavorano come automi. Domani avremo automi che si comportano come persone: la triste verità per l’industria creditizia è che avremo bisogno di meno dipendenti». Per il numero uno di Barclays, Tim Throsby, «se la tua mansione principale è battere sulla tastiera, è improbabile che il tuo futuro sia roseo». In Italia la concorrenza tecnologica rischia di aumentare la pressione sull’occupazione, già provata da anni di crisi e ristrutturazioni industriali. Stando ai dati del sindacato Fabi, in dieci anni il settore bancario ha perso 58 mila lavoratori (-17% rispetto ai 340mila del 2007). Una tendenza che non pare destinata a invertirsi dal momento che tutti gli istituti italiani hanno già previsto ulteriori tagli. Mps , per esempio, punta a ridurre l’organico di 5.500 persone entro il 2021, Intesa di 9mila entro il 2020, Unicredit di 14mila entro il 2019 (già portato a termine il 64% degli esuberi). Nell’ultimo decennio il numero di bancari è diminuito di un quinto. Quanti sopravvivranno alla fine del prossimo? Un rapporto di McKinsey stima che in pochi anni le macchine potranno rimpiazzare fino al 30% della forza lavoro negli istituti di credito. «In 15 anni la raccolta di capitale del settore nel fintech ha raggiunto circa 115 miliardi di dollari a livello mondiale, 70 circa dei quali negli Usa, 30 circa in Asia e 13-15 in Europa», riporta a MF-Milano Finanza Ugo Cotroneo, partner e managing director di Boston Consulting Group. «In Italia la cifra assoluta è inferiore rispetto ad altre economie, ma il tasso di crescita attuale degli investimenti è superiore». «Anche se il fintech non è un fenomeno nuovo», precisa, «negli ultimi cinque anni il trend dei finanziamenti è in forte accelerazione: l’80% dei 115 miliardi menzionati è stato investito in questo arco di tempo più ristretto».

È davvero tempo di prepararsi alla grande sostituzione robotica? Marco Brandirali, partner di Mbs Consulting, mette in guardia contro il luddismo di ritorno. «Il sistema bancario soffre da anni di una sovraccapacità strutturale, dovuta a fattori endogeni come la dematerializzazione delle transazioni e dei processi», spiega Brandirali a MF-Milano Finanza. «Il fintech non avrà un impatto negativo sull’occupazione, al contrario. Negli ultimi anni le interazioni fra banca e cliente sono aumentate per numero e frequenza e, anche se non avvengono più in filiale ma a distanza, restano personali: dall’altra parte della chat e del contact center ci sono operatori in carne e ossa». Conclusioni condivise da Cathy Bessant, direttrice operativa e tecnologica di Bank of America: «Gran parte del panico che abbiamo creato nella nostra forza-lavoro è precisamente questo: paura indotta», ha dichiarato di recente. «Da anni compiti come contare il denaro, leggere gli assegni e raccogliere dati finanziari su imprese debitrici non sono svolti da umani, ciononostante i livelli di impiego sono rimasti abbastanza costanti».

Anche nel campo dell’occupazione bancaria dovrebbe, insomma, valere la legge di Lavoisier: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. «L’emergere di nuovi modelli di banca, determinato anche dal fintech, richiede una profondissima riqualificazione del personale», osserva Brandirali. «La tecnologia aumenta il bisogno di intermediazione, ma servono competenze nuove: l’attività sarà molto sbilanciata verso la relazione con i clienti, perché i processi di back office sono ormai quasi completamente automatizzati». È dello stesso parere anche Cotroneo di Bcg: «Il numero di interazioni tra clienti e banche non diminuirà, anzi, perché le persone continuano a richiedere consulenza per scelte e operazioni importanti e/o complesse. Gli addetti al front office rimarranno fondamentali, ma opereranno anche da remoto tramite chat, telefonate, videochiamate e altri canali digitali, in aggiunta alla presenza fisica del cliente in filiale che si sta riducendo». Secondo Paolo Gianturco, partner di Deloitte, «in Italia la tendenza è spostare i dipendenti ad attività a maggior valore aggiunto, come vendita e assistenza al cliente: nel ricorrere al fintech, l’obiettivo è sempre di aumentare l’efficienza della forza-lavoro almeno del 20%». «La speranza di molti manager è di non dover licenziare o comunque ridurre il personale, ma di poterlo ricollocare», prosegue Gianturco. «Far uscire persone è un costo considerevole per le aziende sia in termini di costi finanziari sia in termini di esperienza persa».

Si muove in questa direzione l’accordo siglato a febbraio 2017 fra Intesa Sanpaolo e sindacati per il cosiddetto contratto ibrido: «Si tratta di un rapporto bifronte che in via sperimentale prevede una parte di lavoro dipendente tradizionale e una parte di lavoro autonomo da consulente finanziario», spiega Molteni dello studio Trifirò. «La scommessa di Intesa ha fatto scuola, ma è ancora presto per valutare il risultato di questa iniziativa». Nelle tre precedenti rivoluzioni industriali, in effetti, dopo un iniziale periodo di stagnazione di salari e occupazione l’innovazione tecnologica ha sempre portato benefici nel lungo termine. L’economista Robert Allen ha chiamato «pausa di Engel» questo periodo di stallo prima della ripartenza e una parte degli studiosi è convinta che la quarta rivoluzione industriale si trovi precisamente in questa fase. Secondo altri economisti, però, l’avvento dell’intelligenza artificiale rischia di invalidare questa teoria: a differenza del passato, le macchine possiedono oggi abilità cognitive che consentiranno loro di sopravanzare l’uomo anche nelle mansioni intellettuali. «Quando si parla di innovazione tecnologica nel settore bancario, bisogna distinguere tra robotizzazione dei processi, che si è già affermata, e intelligenza artificiale, ancora prevalentemente in fase sperimentale», sottolinea a MF-Milano Finanza Gaetano Correnti, partner di Kpmg. «La prima consiste nell’automazione di attività lineari e ripetitive e non è legata alla riduzione delle risorse umane, ma all’ottimizzazione dei processi e all’abbassamento del rischio operativo. La seconda, l’intelligenza artificiale, è più avanzata e consente di interpretare e prevenire le applicazioni esistenti che riguardano chatbot (sistemi che sfruttano l’intelligenza artificiale per creare con l’utente una conversazione che abbia un senso logico, ndr), lo studio e la comprensione di fenomeni storici, ma è ancora presto per valutare come e quanto l’intelligenza artificiale penetrerà nelle attività bancarie e finanziarie». Per saperlo, sottolinea Correnti, non bisognerà attendere a lungo: «Le tempistiche di evoluzione da uno stadio a quello successivo si sono ridotte sensibilmente rispetto a poco tempo fa: prima si parlava di anni, ora di mesi per passare da un progetto sperimentale al lancio sul mercato».
Commerzbank, per esempio, sta cercando di trasferire i robo-giornalisti sportivi nel campo dell’analisi finanziaria. Questa la tesi dei tecnici della seconda banca tedesca: se l’intelligenza artificiale può scrivere elementari cronache di partite, dovrebbe anche essere in grado di compilare semplici report come quelli relativi agli utili trimestrali delle imprese. Dovremo presto dire addio anche a consulenti e analisti finanziari? «La tecnologia resterà al servizio dell’uomo», rassicura Brandirali di Mbs Consulting. «I robo-advisor, per esempio, sono nati qualche anno fa per disintermediare il settore degli investimenti. Oggi, in realtà, molte banche stanno creando robot for advisor, utilizzano cioè quelle stesse logiche e piattaforme digitali per aiutare il gestore nella consulenza ai clienti». «Anche l’intelligenza artificiale potrà supportare e migliorare il lavoro delle persone», conclude Gianturco di Deloitte. «Fra tecnologia e persone il rapporto non è di sostituzione, ma di collaborazione». (riproduzione riservata)

Nella consulenza l’uomo resta decisivo
di Stefania Caiazzo
Quando si parla di impatto delle nuove tecnologie fintech sull’occupazione nel macro-settore finanziario è bene distinguere tra il settore prettamente bancario e quello della consulenza finanziaria. Una differenza fondamentale tra i due riguarda la presenza o meno di una struttura organizzativa al cui interno siano inquadrati i lavoratori. Un bancario si interfaccia con un cliente come rappresentante della propria banca, mentre un consulente finanziario, de iure (gli ex-promotori) o de facto (è il caso dei dipendenti bancari, principalmente private banker, iscritti comunque all’albo dei consulenti), lo fa da privato professionista. Se un bancario viene licenziato i clienti continuano a relazionarsi con la banca, senza consulente invece scompare anche la consulenza. «La componente relazionale e fiduciaria, essenziale nella consulenza finanziaria, è difficilmente immaginabile senza la presenza umana» ha spiegato a MF-Milano Finanza Maurizio Bufi, presidente dell’Associazione nazionale consulenti finanziari (Anasf). L’attenzione attualmente dedicata alla finanza comportamentale e l’assegnazione dell’ultimo premio Nobel per l’economia a Richard Thaler sono un esempio «di quanto la psicologia sia fondamentale per comprendere le scelte economiche delle persone. E solo un essere umano può capire davvero la psicologia di chi ha davanti».
Tale premessa può aiutare a spiegare perché, a fronte di un calo continuo dei dipendenti bancari negli ultimi dieci anni, i consulenti iscritti all’albo e operativi siano sì scesi da 39.856 nel 2008 a 32.295 nel 2013, ma siano poi risaliti fino a circa 36mila unità quest’anno. Tra questi, oltre 22mila sono consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede (ex-promotori) e questa componente «è in crescita», ha affermato Bufi, «in termini di occupati dal 2013 e a livello di mercato da circa 10 anni».
Tornando al legame fra tecnologia e occupazione, nella consulenza finanziaria la prima è, secondo Bufi, «accessoria» al lavoro umano, mentre nelle banche è «disruptive, sostitutiva del lavoro». E’ uno strumento che «supporta il professionista, aumentando anche la sua produttività e la platea di potenziali clienti, ma rimane a servizio dell’uomo. I robot advisor, per esempio, sono in realtà dei robot for advisor». Il lavoro del consulente finanziario, comunque, si sta trasformando. «Rispetto al passato le competenze richieste sono cambiate e aumentate, poiché il mercato è diventato più complesso e rischioso», ha commentato Bufi, indicando tre filoni di mutamento in atto. Uno è legato proprio alla tecnologia, anche se non specificamente al fintech più recente. Oggi, infatti, «è necessario saper governare strumenti e processi tecnologici che prima non esistevano». Il consulente, in aggiunta, deve possedere una preparazione finanziaria-patrimoniale che si affianchi alle tradizionali competenze di vendita e promozione. E’ in atto inoltre una tendenza a «lavorare in mini-team, spesso di due o tre persone, ognuna delle quali specializzata in un ramo», a causa della già menzionata crescente complessità dei temi oggetto di consulenza finanziaria. (riproduzione riservata)

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