Sull’assicurazione di Vicenza è rebus

di Anna Messia
La scelta di Cattolica era stata chiara e lineare lo scorso aprile: chiudere l’accordo distributivo con la Banca Popolare di Vicenza ed esercitare l’opzione put sulle tre joint venture assicurative Berica Vita, l’islandese Cattolica Life e la piccola compagnia danni Abc assicura. Una mossa che avrebbe dovuto consentire alla compagnia assicurativa di Verona di incassare una cifra pari a poco meno di 190 milioni, che corrisponde al valore che avrebbe dovuto pagare la banca per ricomprare il 60% in mano Cattolica, in particolare per Berica Vita, la più grande delle tre. A scombussolare i piani della compagnia che nel frattempo ha cambiato amministratore delegato, con l’arrivo al timone di Alberto Minali al posto di Giovan Battista Mazzucchelli, ci ha pensato però il piano di salvataggio delle banche venete. Perché le compagnie assicurative, a sorpresa, non sono finite nella parte in bonis andata a Banca Intesa ma sono rimaste sotto il cappello degli asset destinati alla liquidazione. Lo scenario, insomma, è rapidamente cambiato e a tenere alta l’attenzione sulle compagnie è ora anche l’authority del settore. Non perché Berica Vita abbia problemi di stabilità (visto che a dicembre scorso i fondi propri ammissibili erano pari a 3,65 volte il requisito patrimoniale di Solvency II), ma perché, a questo punto, è il suo futuro che appare incerto.
Per i liquidatori non sarà affatto facile collocare sul mercato la quota di minoranza (il 40%) delle compagnie visto che ad oggi il 60% resta ancora in mano a Cattolica. Non solo. Si tratta di compagnia destinate al run off, ovvero alla gestione dei soli contratti in essere visto che, per quanto riguarda il nuovo business assicurativo negli sportelli di Vicenza sarà Intesa a gestire la partita. Anche per Cattolica, però, la questione si è fatta decisamente complicata. Perché quei 190 milioni sono diventati decisamente più incerti, destinati con ogni probabilità ad assottigliarsi e ad essere incassati solo tra qualche anno. Una questione intricata, insomma, che a questo punto, potrebbe portare Cattolica a decidere di fare una contromossa ai commissari liquidatori per uscire dall’impasse. La compagnia di Verona, potrebbe farsi parte attiva e rilevare lei il 40% restante della società, per arrivare a detenere l’intero capitale e a quel punto avere mano libera sulle assicurazioni. Uno scenario che potrebbe trovare il sostegno dell’autorità di controllo interessata, tra le altre cose, alla continuità aziendale di Berica Vita e delle altre due società. La questione è però solo alle battute iniziali con i commissari liquidatori che stanno prendendo in mano solo ora la questione e, come sempre accade in queste situazione, si sarà il fattore prezzo da considerare.
Cattolica, che vanta appunto un credito di 190 milioni calcolato sul suo 60%, non vorrà certo sborsare altri capitale per prendere solo il 40% restante e abbonare il debito alla liquidazione. Anzi è probabile che voglia chiedere una somma aggiuntiva. Questioni che dovranno che saranno affrontate nelle prossime settimane in un tavolo negoziale. Senza un accordo Berica Vita e le altre due compagnie sono destinate a rimanere in mezzo al guado con il probabile aumento dei riscatti da parte di clienti che preferiscono vendere prima della scadenza le polizze di una compagnia finita in liquidazione (nonostante il pagamento di penali da sostenere per l’uscita anticipata). Uno scenario che l’autorità di controllo preferisce probabilmente evitare, e che a ben vedere non premia neppure Cattolica che comunque dovrà aspettare a lungo per incassare solo una parte del suo credito. Ma neanche i commissari liquidatori che hanno tutto l’interesse ad evitare che gli asset che sono stati chiamati a gestire perdano anche solo parte del proprio valore. La migliore soluzione, insomma, sarebbe quella di un accordo tra le parti ma, viste le premesse, non sarà facile trovare la quadra. (riproduzione riservata)
Fonte: logo_mf