Rendimenti, l’araba fenice dell’11%

di Massimo Brambilla
Sa molto di paradosso quanto emerge dalla quinta edizione del sondaggio annuale di BlackRock, il Global Investor Pulse, a cui hanno risposto 2 mila investitori italiani di età compresa tra 25 e 74 anni: mentre il 24% dichiara di essere restio a impiegare la liquidità per timore di perdere anche solo una parte del capitale iniziale, il 32% lo farebbe solo a condizione di spuntare un rendimento medio annuo nell’ordine dell’11% per un periodo che va da due fino al massimo di cinque anni scarsi. La botte piena e la moglie ubriaca è ovviamente impossibile da ottenere in un periodo caratterizzato da bassissima inflazione e rendimenti obbligazionari ai minimi storici, sottolineando più che altro la scarsa cultura finanziaria attribuibile, in media, a chi ha risposto al sondaggio. Puntare a un rendimento a due cifre è infatti possibile, pur nel contesto attuale, a patto però di essere disposti a perdere almeno altrettanto nel caso in cui i mercati di riferimento per gli investimenti prescelti si muovano in modo sfavorevole. Nella finanza, ovvero in mercati molto efficienti e integrati, nessuno regala nulla e a maggiori aspettative di rendimento corrispondono necessariamente livelli di rischio che crescono anche in misura più che proporzionale: più si abbassa il piatto della bilancia su cui si mette il rendimento atteso e più si appesantisce l’altro piatto che riguarda la rischiosità, tanto che quest’ultimo risulta sempre più basso rispetto all’altro.

Il concetto risulta chiaro dai tre portafogli proposti a pagina 13: tutti e tre sono adatti a raggiungere, se i mercati si muovo secondo le aspettative descritte di seguito, un rendimento medio annuo a due cifre, pari almeno al 10% al lordo delle imposte. Ma è lampante che questa attitudine, pur se sfumata in tre differenti profili di rischio, ha un rovescio della medaglia non indifferente in termini di rischiosità: nel primo caso la possibilità di incappare in perdite, anche se sono state selezionate le migliori opportunità diversificate tra tutti i principali listini occidentali, ricade soprattutto sulla componente azionaria, visto che è costituita da singole azioni in alcuni casi esposte anche al rischio di cambio, mentre la componente obbligazionaria, dove tutti i bond sono quotati in Italia, ha una rischiosità più moderata. Nel terzo caso la dose più alta di rischio è in capo alla componente obbligazionaria, anche per la presenza del rischio di cambio, dove si sono ricercati i rendimenti ragionevolmente più elevati offerti sul mercato di Borsa Italiana o su EuroTlx, mentre si è cercato di contenere al massimo la rischiosità di quella azionaria attraverso Etf molto mirati su temi e settori. Il secondo portafoglio costituisce infine una via di mezzo, dove il rendimento medio del 6% della componente obbligazionaria, alla quale si possono aggiungere gioie e dolori derivanti dalla dinamica del cambio con l’euro, può essere elevato dall’andamento favorevole delle mid cap del listino italiano in ottica Pir, dall’avanzamento del listino indiano e cinese, nonché dal comparto bancario europeo, e dal possibile recupero del prezzo del petrolio e dell’argento dopo la recente correzione.

A favore del rischio. Il miglioramento delle condizioni economiche mondiali registrato negli ultimi trimestri, valido soprattutto per l’Europa e la Cina oltre che per gli Usa, nonché la smentita delle urne olandesi e francesi all’ondata di populismo che sembrava prendere abbrivio dopo il referendum britannico shock, sono alla base del progressivo aumento della propensione al rischio degli investitori, aiutato anche dalle ambiziose promesse elettorali di Donald Trump che peraltro non sono state ancora onorate: più azioni in portafoglio, anche di settori più rischiosi, e più obbligazioni ad alto rendimento emesse da Paesi emergenti, o comunque denominate in valute degli emerging market, e da società con rating sotto la soglia dell’investment grade. In questo, oltre che nelle vendite dei beni rifugio come l’oro e i preziosi, si traduce operativamente l’aumento della propensione al rischio, che in periodi di ritorni molto bassi da parte dei classici investimenti obbligazionari attecchisce più rapidamente nel tentativo di fornire ai portafogli una remunerazione più adeguata alle aspettative storiche.

Nonostante alcune mete di investimento e numerosi titoli azionari occidentali siano stati in grado di restituire guadagni anche superiori al 10% medio annuo negli ultimi anni, questo non è detto che si possa verificare ancora in futuro: la super gettonata Wall Street, e nell’Eurozona i mercati obbligazionari con particolare riferimento ai corporate bond sia di tipo investment grade sia speculative grade, potrebbero non avere più il carburante necessario per proseguire l’avanzamento. Meglio allora orientarsi verso i mercati azionari emergenti più promettenti (India e Cina), verso il Giappone e più selettivamente verso l’Eurozona, dove anche il Dax ha corso molto mentre altre piazze (tra cui l’Italia) e alcuni settori sono rimasti più indietro. In riferimento all’investimento obbligazionario le valute emergenti, o comunque con rendimenti degli di nota, costituiscono invece una scelta quasi obbligata alla luce delle prospettive poco favorevoli in capo ai mercati dell’area euro.

Le minacce certe. Le più concrete sono due, perché riguardano eventi che certamente arriveranno: quello meno incerto sulla tempistica riguarda le elezioni italiane che dovrebbero verosimilmente tenersi alla scadenza dell’attuale legislatura, ovvero all’inizio della prossima primavera. L’altra minaccia, più incerta sui tempi ma altrettanto certa sul fatto che da qui a un anno si presenterà, riguarda il graduale ritiro delle armi messe in campo dalla politica monetaria americana e europea, a cui si accoderà in un prossimo futuro quella giapponese. La minaccia elettorale riguarda la possibilità che in Italia escano vittoriose le forze, anche in termini di possibili coalizioni, che più sono in grado di minacciare lo status quo dell’Unione monetaria. La Bce, consapevole di questa minaccia, farà quindi attenzione a non effettuare cambiamenti di rotta nell’attuale politica monetaria ultraespansiva prima di aver appurato quale governo sarà chiamato a guidare l’Italia in un momento molto delicato per la storia economico-finanziaria dell’Ue.
Qusta variabile sposta un po’ più avanti nel tempo la seconda minaccia in riferimento alla politica monetaria dell’Eurozona, dove è previsto nel corso 2018, sempre che l’inflazione mantenga il tendenziale recupero degli ultimi trimestri, un progressivo rallentamento degli acquisti di bond fino a concludere il programma di Qe in atto: la mancanza sul mercato del più grande acquirente di obbligazioni farà mancare il suo significativo sostegno ai prezzi, motivo per cui sarà lecito attendersi una flessione dei corsi, più marcata per i Paesi periferici che tenderà quindi ad allargare gli spread con i titoli tedeschi, che saranno potenzialmente forieri di perdite per i detentori di bond denominati in euro, governativi, sovranazionali o corporate che siano. Ciò impatterà anche sul fronte azionario, visto che sarà motivo di debolezza per il comparto finanziario e per quello delle utility, potendosi anche trasferire ai settori industriali in caso di ulteriore rafforzamento della moneta unica, per altro probabile.

Al di là dell’Oceano la Fed, che ha già interrotto da tempo il Qe e ha già imboccato dal dicembre 2015 la strada del rialzo dei tassi, si troverà impegnata nella seconda parte del 2017 ad avviare l’ultimo motore di normalizzazione della politica monetaria, cioè di progressiva riduzione dell’imponente quantità di obbligazioni acquistate durante le tre fasi di allentamento che avverrà, con tutta probabilità, semplicemente attraverso la mancata sostituzione dei bond giunti a scadenza con altri bond acquistati sul mercato, attività che è avvenuta finora per evitare di ridurre la liquidità in circolazione. Nonostante il mercato stia metabolizzando questo scenario, e sebbene questa modalità di riduzione della liquidità sia certamente meno traumatica e molto più diluita nel tempo rispetto alla vendita di bond sul mercato da parte della Banca centrale, anche negli Usa verrà quindi meno un importante sostegno ai prezzi dei bond, costituendo quindi un motivo in più di appesantimento per i mercati obbligazionari di Eurolandia. Oltre alle mosse della Fed, Wall Street si troverà anche a fare i conti con le promesse elettorali di Donald Trump, prima tra tutte l’incisiva riforma fiscale, in assenza delle quali sarebbe a rischio di ritracciamento l’intero allungo post elettorale delle quotazioni azionarie, a meno che venga sostenuto da un pari avanzamento nel tasso di sviluppo degli utili societari. (riproduzione riservata)
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