Cumulo, l’Inps alza le braccia

Norma incompleta e impraticabile per i professionisti
di Daniele Cirioli

L’Inps ha le mani legate sul nuovo cumulo per i professionisti. La legge Bilancio 2017, che ha esteso alle casse la facoltà di cumulo degli spezzoni contributivi per maturare una pensione, è incompleta e impraticabile, perché consente più interpretazioni: la scelta non spetta all’Inps, ma alla politica.

A dirlo è il presidente dell’Inps, Tito Boeri, nella relazione al XVI rapporto annuale dell’Inps. Tra gli altri aspetti evidenziati, gli scarsi effetti delle riforme sul bilancio (l’85% delle prestazioni è ancora erogato con la regola retributiva e criteri vantaggiosi); l’elevata spesa (forse inutile) degli ammortizzatori; gli ottimi risultati del contratto a tutele crescenti (aumento imprese con oltre 15 dipendenti).

Nuovo cumulo in standby. Il lungo rapporto dell’Inps documenta, tra l’altro, il costante aumento negli anni del numero di lavoratori con più posizioni contributive. Segno che uno stesso lavoratore è spesso «costretto» a fare più lavori, diversi tra loro, che comportano passaggi fra gestioni contributive diverse. La mobilità lavorativa, però, ha un deterrente: l’esistenza di diverse regole per la valorizzazione dei contributi, spesso penalizzanti (si veda ItaliaOggi Sette in edicola). Il problema, spiega il presidente Inps, viene superato dalla legge Bilancio 2017 che, tuttavia, resta ancora inattuata per quanto riguarda il cumulo con le casse professionali perché incompleta e impraticabile. Lascia spazio, infatti, a due interpretazioni opposte nel fissare il diritto alla pensione. La prima è utilizzare i requisiti (età e contributi) più bassi tra quelli previsti dall’Inps e dalle casse; la seconda, al contrario, è allinearsi ai requisiti più elevati. La prima opzione premia le carriere mobili, è preferibile socialmente, ma crea problemi non solo di liquidità alle casse. La seconda opzione ha problemi opposti. Una terza via potrebbe essere quella di fissare la pensione quale somma delle posizioni contributive nelle varie gestioni, ed erogando le diverse quote solo alla maturazione dell’età propria di ciascuna gestione (una pensione «a progressione»). Boeri tira fuori l’Inps dalla decisione (è «politica») avvertendo che ciò che più è urgente è decidere.

Ammortizzatori. Sul tema ammortizzatori, il rapporto dice che nella lunga crisi 2008-2016 sono state 350.000 le aziende che hanno utilizzato la cassintegrazione (Cigo, Cigs e Cigd). Due terzi (circa 235 mila imprese) ne hanno beneficiato per più di un anno; una su cinque (circa 70 mila) per cinque o più anni. «Difficile pensare che in tali casi», spiega Boeri, «si tratti di problemi temporanei»; si tratta piuttosto di «un sussidio prolungato che riduce in modo continuativo il costo del lavoro di alcune imprese»: un pessimo servizio al paese, perché spinge i lavoratori «a rimanere in qualche modo parcheggiati presso aziende che non sono più in grado di offrire loro un futuro». Il Jobs act nel 2015 ha introdotto una riforma che va nella direzione giusta, riducendo la durata dei trattamenti: quelli oltre 9 mesi sono diminuiti del 60% nel biennio 2015/2016.

Contratto a tutele crescenti. A proposito di Jobs act, il presidente Inps fa notare ancora che il contratto a tutele crescenti ha «tolto il tappo» alla crescita delle imprese sopra 15 dipendenti (ex art. 18 statuto lavoratori): c’è stata un’impennata nel numero d’imprese, passato da 8.000 (fine anno 2014) a 12.000.

Privilegi pensionistici. Stentano a scomparire. A vent’anni dalla prima riforma che introdusse la regola contributiva per il calcolo delle pensioni (la riforma Dini, seguita da quella Fornero del 2012) gli effetti sul bilancio dell’Inps sono impercettibili: l’85% delle prestazioni erogate è ancora con la regola retributiva e con criteri anche più vantaggiosi.

I costi «sociali». Infine, due allarmi: immigrazione e occupazione rosa. Quanto al primo, Boeri sostiene che chiudendo le frontiere si rischia di distruggere il sistema di protezione sociale. Sul secondo, il costo sociale è addirittura peggiore: il declino delle nascite (con la crisi, solo al nord, sono calate del 20%).
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