Chi fa 30% in sei mesi

di Paola Valentini
risparmio gestito

Nel primo semestre del 2017 la raccolta del risparmio gestito è tornata a crescere a passo spedito. Solo a maggio i fondi comuni hanno ricevuto flussi per 12,5 miliardi di euro, portando il totale da inizio anno a 35,6 miliardi, più del doppio rispetto allo stesso periodo 2016 (14,7 miliardi). Merito di performance in ripresa per i mercati finanziari, di cui hanno beneficiato di riflesso anche i fondi. E i risparmiatori italiani che, come è emerso dall’ultimo sondaggio Investor Pulse Survey di BlackRock, puntano a un rendimento annuo dell’11% dai loro investimenti, nel risparmio gestito possono trovare un’alternativa ai risicati tassi dei titoli di Stato che per anni hanno dominato i loro portafogli. A patto, ovviamente, di affidarsi ai gestori più abili, in grado di navigare tra le asset class con il giusto grado di rischio.
E nei primi sei mesi i fondi che sono riusciti a catturare meglio i rendimenti in crescita nei mercati hanno reso fin oltre il 30%. Come emerge dall’analisi di Fida, che ha elaborato per MF-Milano Finanza la classifica dei cinque migliori fondi (e dei cinque peggiori) per performance nel primo semestre nelle dieci macro-categorie più importanti (sono state considerate le classi retail in euro ad accumulazione collocate in Italia). Per tutti è stato indicato anche il rendimento a un anno e a cinque anni (per chi lo ha) e, sempre sui 12 mesi, la volatilità, ovvero l’indicatore di rischio che indica la variabilità della performance rispetto alla media (tanto più alto è questo valore tanto maggiore è la probabilità di ampie oscillazioni dei rendimenti in positivo o in negativo, tanto più è basso tanto più costanti sono i rendimenti nel tempo).
Tra gli azionari Italia al top ci sono tutti fondi che investono in azioni delle pmi, molte delle quali hanno vissuto un semestre di forti rialzi grazie alla partenza dei primi strumenti legati ai Pir, i piani di risparmio esentasse dedicati all’investimento nelle mid e small cap italiane. Al primo posto si piazza Atomo Made in Italy (performance da inizio anno del 28,3%), fondo nato un anno fa che oggi ha masse per 11 milioni (rispetto ai 5 milioni di inizio anno) ed è anche quotato in Borsa Italiana (oltre a rispettare i requisiti della normativa sui Pir). «Investire in small cap è una maratona, non una corsa a scatto. Per questo, nonostante i forti rialzi che ci sono stati in questi mesi per via della liquidità affluita sui Pir, sul mercato restano comunque molte opportunità: non è vero che è diventato tutto caro», racconta Massimo Fuggetta, responsabile investimenti e fondatore di Bayes Investments, che ha la consulenza sulla gestione di Atomo Made in Italy (lanciato da Casa4Funds). «Quello che conta nelle small cap è essere selettivi, per questo ritengo che investire tramite un gestore attivo in questo segmento sia da preferire rispetto alla scelta di un prodotto indicizzato». Tra i titoli in portafoglio di questo fondo ci sono Banca Ifis , OpenjobMetis e Technogym . Il fondo ha partecipato anche ad alcune ipo (Tps , Indel B e Finlogic ) dell’Aim, il mercato di Piazza Affari dedicato alle pmi. «I Pir stanno creando una domanda naturale per le pmi, ma per evitare colli di bottiglia è importante che arrivino sul mercato nuove quotazioni e questo pian piano sta avvenendo», spiega Fuggetta.
A poca distanza si piazza il comparto Symphonia Azionario Small Cap Italia con un +28% a sei mesi. Il fondo, che ha anche una classe riservata ai Pir, è gestito da Guido Crivellaro (responsabile mercati azionari Italia) e da Samantha Melchiorri. «Le small cap comprendono un universo molto ampio ed eterogeneo di società. Le quotate al di fuori del Ftse Mib sono oltre 250», spiega Crivellaro. Che divide in tre categorie le pmi di Piazza Affari, in base al potenziale di rialzo dopo l’avvio dei Pir che ha fatto sì che alcuni titoli abbiano raggiunto valutazioni elevate, forse eccessive. «Vi sono società di grande qualità che hanno già registrato performance importanti ed evidenziano così multipli non più contenuti. Non riteniamo che vi sia per questi titoli un rischio di correzione, ma il potenziale di rialzo potrebbe essere limitato», aggiunge Crivellaro. Accanto a queste ci sono poi «diverse società che, grazie alla liquidità arrivata con i Pir, hanno recuperato parte della sottovalutazione che le contraddistingueva, anche se molte ancora non evidenziano multipli elevati». Ma le opportunità maggiori si concentrano nella terza categoria, «quella costituita da aziende che sono contraddistinte da multipli contenuti e possiedono prospettive di crescita interessanti, evidenziando pertanto potenziali di rialzo importanti».
Bene anche Arca Economia Reale Equity Italia. «Per il secondo semestre dell’anno riteniamo che il mercato azionario italiano possa ancora migliorare la performance positiva fin qui accumulata», afferma Settimio Stigliano, responsabile azionario Italia di Arca Fondi sgr che gestisce Arca Economia Reale, fondo che ha anche una classe Pir. «La sistemazione delle banche venete e la prossima soluzione della crisi del Monte dei Paschi hanno tolto l’ultimo tassello di rischio sistemico che tanto preoccupava il mercato e soprattutto gli investitori esteri. Prevediamo che il settore bancario italiano vada gradualmente a chiudere il gap valutativo che si era aperto con le altre banche europee e soprattutto spagnole, che trattano a premio per circa il 30%. L’eventuale rialzo dei tassi porterà un ulteriore supporto alle valutazioni delle banche italiane perché mediamente molto più esposte all’attività commerciale. A ciò si aggiunge un altro fattore positivo: infatti il rialzo delle stime sulla crescita del pil italiano all’1,2% nel primo trimestre, dato migliore dal 2010, infonde ottimismo per la ripresa dei consumi interni».
«In Italia, al quadro offerto dai dati macro, che confermano il rafforzamento delle ripresa, si è aggiunto nel corso degli ultimi mesi un importante afflusso di liquidità frutto dall’avvento dei Pir», osserva Francesco De Astis, responsabile equity Italia di Eurizon il cui fondo Eurizon Azioni Pmi Italia fa il 26,6%. Il gestore è anche dell’avviso che «a questi livelli di estrema tranquillità, confermati dalla bassa volatilità dei mercati, potrebbe bastare un pretesto per indurre gli investitori a realizzare i profitti, riportando un po’ di turbolenza sui mercati. Un’eventuale correzione potrebbe però rivelarsi un’occasione di acquisto, dal momento che la combinazione favorevole nel contesto macro non dovrebbe venir meno da un giorno all’altro».
Dopo un buon primo semestre quali le opportunità di rendimento delle pmi quotate? «A questo punto risulta molto importante che nei prossimi mesi, oltre alla maggiore liquidità, trovi conferma la direzione positiva delle stime degli utili, per continuare a fornire solidi motivi fondamentali all’attuale trend di mercato», aggiunge De Astis. Che, dopo una performance così forte delle small e mid cap di Piazza Affari, ha «progressivamente ridotto il sovrappeso di questa asset class», dando spazio, nella scelta dei titoli, «a quelli con minore capitalizzazione e liquidità, tra i quali riteniamo si possano trovare al momento le opportunità più interessanti». Anche tra gli azionari Europa a brillare è un fondo specializzato sulle small cap. È il T. Rowe Price European Smaller Companies Equity gestito da Ben Griffiths, che ha reso il 20,9%. «Ci aspettiamo che le small cap europee continuino a trarre beneficio dal miglioramento del contesto economico del Continente. La fonte maggiore di incertezza è l’outlook dell’economia domestica del Regno Unito, ma anche qui possiamo trovare investimenti attraenti su base selettiva, con caratteristiche uniche», afferma Griffiths. Che in Italia detiene investimenti «in due società del lusso, con una buona esposizione sia offline che online, e abbiamo investimenti anche in due titoli finanziari che pensiamo trarranno beneficio dai cambiamenti strutturali in corso nel mercato bancario e del risparmio domestico. Abbiamo anche partecipato con successo a diverse ipo in tutta Europa nel corso dell’ultimo anno».
È sempre esposto alle small cap il primo per rendimento nell’azionario giapponese, il comparto Parvest Equity Japan Small Cap (+20,5%) di Bnp Paribas Am. «La solidità dell’economia nazionale e di alcune grandi aree come la Cina e l’Europa sono di supporto ai corsi dei titoli giapponesi», sostiene il gestore Shunsuke Matsushima. Che però appare prudente sul breve. «È possibile che, durante l’estate, il mercato azionario giapponese oscilli in una banda relativamente ristretta, a causa del temporaneo rallentamento nella crescita Usa e, in conseguenza, del possibile leggero rafforzamento dello yen. Verso fine anno, alla luce della buona salute evidenziata dagli utili societari, potrebbe peraltro innescarsi un trend rialzista, soprattutto se il cambio yen-dollaro si mantenesse intorno ai livelli attuali».
Fa eco Paul Chesson, capo dell’azionario giapponese di Invesco, il cui fondo Invesco Nippon Small/Mid Cap Equity ha reso il 15,3%: «Negli ultimi tempi, abbiamo visto il mercato azionario giapponese salire sulla scia di una combinazione tra l’ottimismo circa la crescita economica globale e l’indebolimento dello yen. Le prospettive di breve termine per le azioni giapponesi appaiono positive. Ma malgrado i segnali di graduale miglioramento della crescita globale, vi è scarsa visibilità e si prevede la continuazione dell’incertezza politica, il che potrebbe tradursi in ulteriore volatilità delle azioni globali. In questo quadro, manteniamo una posizione prudente a medio termine». Sul fronte dei singoli titoli, aggiunge Chesson, «vediamo positivamente le grandi banche giapponesi con esposizione internazionale. Per quanto riguarda il settore automobilistico, Honda è nel nostro portafoglio da qualche tempo. Riteniamo infine che Japan Airlines registrerà un incremento della crescita grazie al maggiore numero di turisti in Giappone e la compagnia continua a nostro avviso a vantare una forte posizione».
A Wall Street si mette in evidenza il fondo Jpm Us Growth di Jp Morgan asset management. Nei primi sei mesi dell’anno a favorire il fondo sono state le «posizioni nei settori dell’informatica, dei beni di consumo e della salute. Per quanto riguarda le opportunità all’interno del portafoglio, nel settore della tecnologia, abbiamo esposizione alle aziende cosiddette rich data, ovvero con un ricco patrimonio di dati a disposizione, così come alle società che lavorano nel campo dell’intelligenza artificiale, che continuano a beneficiare del progresso nello sviluppo di processori. Con poche eccezioni, le valutazioni in queste aree sono ragionevoli», afferma il gestore Giri Devulapally.
Passando alla macro area degli azionari Paesi emergenti spicca il Bny Mellon Global Emerging Markets, gestito da Rob Marshall-Lee, che nel semestre fa quasi il 25%. «Ci sono diversi Paesi dove sono in atto riforme economiche positive, come ad esempio l’India e altri in cui ci sono gap di produttività che potrebbero essere colmati nel prossimo futuro, penso ad esempio ai bassi livelli di automazione nelle fabbriche in Cina», dice Marshall-Lee.
In generale, osserva il gestore di Bny Mellon, «i rapporti prezzo/utili suggeriscono che le azioni dei mercati emergenti presentino valutazioni più convenienti rispetto alle controparti dei Paesi sviluppati. L’andamento al ribasso delle valute è spesso stato d’ostacolo per i listini emergenti negli ultimi anni. Oggi, però, le divise locali sono già a livelli molto bassi, e riteniamo probabile che tornino a rafforzarsi nei prossimi anni». Nell’universo eterogeneo degli emergenti Marshall-Lee. Che vede opportunità di investimento attraenti nelle «aziende dei servizi al consumo in India, Indonesia, Filippine e, in alcuni casi, in Cina».
Sempre nell’area degli emerging markets, guardando all’obbligazionario si mette in evidenza un altro fondo di Bny Mellon. È l’Emerging Markets Debt Local Currency (+9,4%) seguito da Federico Garcia Zamora che investe nei titoli in divise locali. «Dopo diversi anni difficili, l’outlook per il debito emergente denominato in valute locali è ben più roseo. La stretta monetaria della Fed è stata ben digerita dai mercati, il rafforzamento del dollaro si è arrestato, le materie prime si sono stabilizzate e le condizioni economiche in molti Paesi in via di sviluppo sono migliorate. Queste condizioni, che hanno permesso al debito emergente in valute locali di registrare una solida ripresa, sembrano destinate a perdurare», afferma Zamora.
L’andamento è quindi strettamente legato al dollaro. «Un indebolimento del biglietto verde rappresenterebbe un vantaggio enorme per le divise emergenti; ma anche una semplice stabilizzazione del dollaro sarebbe già sufficiente perché il debito emergente denominato in valute locali generi rendimenti positivi vicini al 10%», sottolinea il money manager.
C’è anche da dire che molti Paesi emergenti versano in condizioni migliori dopo i difficili aggiustamenti degli anni passati. «Ad esempio, in Paesi come l’Indonesia, la Turchia e il Sud Africa, i deficit delle partite correnti sono significativamente più bassi, riducendo così le vulnerabilità esterne. Diverse banche centrali hanno stretto i tassi tra il 2014 e il 2016; oggi l’inflazione è in forte calo e gli istituti monetari hanno nuovamente margine per manovre di allentamento per supportare l’incipiente ripresa della crescita locale. Pertanto, ci aspettiamo che la combinazione di fattori esterni positivi e di fattori interni in miglioramento permettano al debito emergente in valute locali di generare forti rendimenti positivi nel prossimo semestre e nel 2018», conclude Zamora.
Sul fronte degli obbligazionari corporate globali il fondo Azimut Hybrid Bonds, gestito da Luca Lionetti, ha reso il 3,8%. Nel 2013 Azimut è stata la prima società di gestione al mondo a lanciare un fondo dedicato esclusivamente a ibridi non finanziari e oggi il fondo risulta essere di gran lunga il più grande al mondo dedicato a questa tipologia di titoli.
Il 2013 è l’anno in cui si �� avuta l’affermazione di questa asset class nel mondo euro corporate che fino a quel momento contava solo 20 miliardi di euro di titoli emessi. Inoltre S&P e Moody’s hanno deciso, sempre nel 2013, di standardizzare i prospetti di queste particolari emissioni dedicate esclusivamente alle principali aziende europee e globali. «Grazie a questo cambiamento e ai vantaggi che le aziende hanno in termini di rating, tassazione e accounting», spiega Lionetti, «oggi l’universo investibile si aggira intorno ai 130 miliardi di euro. Gli ibridi rimangono attualmente l’unica alternativa nel mondo obbligazionario in euro, grazie alla poca sensibilità ai tassi, in caso di aumento anche violento di questi ultimi. Il rendimento attuale si aggira intorno al 3% con tre anni di durata e sono dei sostituti naturali degli high yield».
Visione simile è quella di Invesco il cui fondo bilanciato prudente Invesco Pan European High Income da inizio anno segna il 5,5%. «La nostra view sul mercato obbligazionario europeo rimane relativamente cauta. Vediamo alcune opportunità soprattutto all’interno dei finanziari subordinati, nei corporate bond ibridi e nelle obbligazioni societarie in dollari americani», spiegano da Invesco che ha una visione più positiva «sul mercato azionario europeo dove favoriamo i finanziari, il settore dell’energia e quello delle telecomunicazioni. A nostro avviso, le azioni beneficeranno di una ripresa dell’economia europea, della significativa riduzione del rischio politico e della ripresa degli utili».
Passando ai fuoriclasse della gestione flessibile, con un rendimento da inizio anno del 31,7%, spicca il fondo a ritorno assoluto Hypo Basic Fund che è stato lanciato nel gennaio 2005. Il fondo è gestito dal team della banca svizzera Pkb Privatbank. Le persone dietro alla gestione del comparto sono Andrea Latini, gestore, e Michele Corno, membro del cda della sicav Hypo Portfolio Selection. Si tratta di un comparto dove la quota azionaria può variare da 0 a 100 (negli anni si è attestata tra il 5 e il 90%) la cui performance dipende però, principalmente, dalle scelte azionarie. «Il rendimento negli ultimi dieci anni, +63,8% contro il 6,5% dell’indice Eurostoxx comprensivo di dividendi dimostra la validità della gestione attiva», spiega Latini. Il comparto Basic Fund ha anche la classe Q quotata in Borsa Italiana. «Abbiamo iniziato l’anno mantenendo una posizione sui mercati obbligazionari vicina allo zero. Abbiamo anche azzerato l’esposizione valutaria verso il dollaro. Ci siamo quindi focalizzati molto sull’equity, aumentando l’esposizione durante il mese di gennaio», spiega Latini, «oggi un quarto del portafoglio azionario del fondo è investito in large cap europee, un quarto in mid cap europee e italiane, un altro quarto in small cap italiane e il restante quarto in special situation, in quest’ambito quest’anno abbiamo sfruttato, in italia, il movimento dovuto ai Pir», rivela Latini. I titoli che hanno contribuito di più al rendimento del fondo nei primi sei mesi sono stati «le posizioni in Fila , Lu.Ve. Sesa , Orsero e nell’austriaca Ams, che ha più che raddoppiato di valore. Importanti plusvalenze anche da Lufthansa , Ferrari Omv e Allianz», aggiunge Latini. Che per il secondo semestre non prevede di variare di molto l’approccio ai mercati. «Tra i titoli abbiamo aggiunto in portafoglio Italian Wine Brand e la padovana Sit. In Europa abbiamo ridotto Siemens e Ilad a favore di Carrefour , Vinci e CapGemini. Ci aspettiamo molto anche da Bio-on . Stiamo studiando un punto di ingresso nell’indice Crb (commodity, ndr) in quanto ci aspettiamo un rimbalzo nei prossimi mesi», conclude Latini. Negli ultimi cinque anni il fondo ha reso il 114%. Anche il fondo Banor sicav Greater China Long Short Equity è un flessibile pur limitando l’esposizione su società operanti nella cosiddetta grande Cina (che comprende anche Hong Kong e Taiwan). «Abbiamo uno stile value, come quello che adotta Warren Buffett: cerchiamo di comprare ottime aziende a sconto sul loro valore intrinseco di lungo periodo e andiamo corti su aziende che riteniamo invece di bassa qualità, sopravvalutate», spiega Dawid Krige, advisor del comparto di Banor sicav. Con questa strategia il fondo è primo tra i comparti a rendimento assoluto con un rendimento da gennaio del 32,3% mentre a cinque anni fa +50%%. (riproduzione riservata)
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