di Carlo Giuro
vignetta Ingestione
In tempi di grande incertezza e volatilità nei mercati, tra Brexit e incognite sui tassi e sull’andamento dell’economia mondiale, torna utile e d’attualità il vecchio adagio secondo cui per costruire un capitale consistente bisogna partire da piccoli versamenti. E’ la logica dei piani di accumulo in fondi comuni, i cosiddetti pac, soluzioni che consentono di mettere da parte poco alla volta acquistando in forma rateale quote di prodotti di risparmio gestito.

Non a caso il numero di risparmiatori che scelgono il pac risulta in aumento. Dall’edizione 2015 dell’indagine di Assogestioni sui sottoscrittori dei fondi comuni in Italia emerge che se la modalità di investimento preferita dal 70% degli investitori è il versamento in unica soluzione (denominato pic), tuttavia nel corso degli anni il numero di investitori che ha fatto ricorso in via esclusiva ai piani di accumulo è cresciuto e rappresenta a fine 2015 il 18%, quasi il doppio rispetto al 10% del 2002. In numeri si tratta di circa 1 milione di risparmiatori che hanno scelto la via del pac su un totale di 5,9 milioni di sottoscrittori di fondi italiani censiti a fine 2015 dalla banca dati di Assogestioni.

Un aumento spinto dalle banche cui, secondo lo studio dell’associazione del risparmio gestito presieduta da Tommaso Corcos, fa riferimento il 95% di questo milione di risparmiatori che hanno attivato il piano di accumulo. Come punto di forza il pac permette di conciliare il risparmio forzoso con il proprio budget familiare, oltre alla possibilità di realizzare una media delle quotazioni di ingresso, operando una diversificazione temporale. Non va dimenticato che il concetto di diversificazione rappresenta il vero antidoto per proteggersi in uno scenario di mercato caratterizzato da un prolungato basso livello di tassi e da una elevata volatilità sui mercati, come ha recentemente avuto modo di sottolineare lo stesso Mario Draghi, presidente della Bce. Il pac è anche di un investimento ideale per i più giovani perché con un piccolo impegno finanziario mensile, che può essere anche paria 50 euro, si può mettere da parte un buon capitale in pochi anni. In base all’analisi di Assogestioni emerge che a fine 2015 il 46,7% dei sottoscrittori di fondi italiani con meno di 26 anni ha investito in fondi tramite pac e nella fascia di età tra i 26 e i 35 anni il 45% ha scelto il pac, percentuale che si abbassa drasticamente all’aumentare dell’anzianità (è del 6,1% tra gli over settantacinquenni). Segno che questa formula avvicina al risparmio gestito chi, come i giovani, dispone di minori risorse. I pac non possono però essere destinati a minorenni perché in questo caso ogni decisione sull’investimento richiederebbe l’intervento del giudice tutelare. Meglio intestare il fondo al genitore che lo potrà passare al figlio al compimento dei 18 anni. Non esiste una differenza tra le diverse categorie di fondi e tramite il pac si può accedere a tutte le tipologie dagli azionari agli obbligazionari. In media la rata minima è fissata tra 50 e 100 euro al mese e la durata del piano varia in base alla scelta del sottoscrittore. Alcune società prevedono un numero di rate fisse che può essere pari a 60, 120 o 180 versamenti, corrispondenti rispettivamente, nel caso di accrediti con cadenza mensile, ad un periodo temporale di 5, 10 e 15 anni.

Un’analisi condotta dalla piattaforma di consulenza finanziaria Advise Only su un pac di dieci anni a confronto con un investimento in unica soluzione mostra proprio che «il pac è molto meno rischioso. Si ottengono con elevata probabilità risultati buoni anche se raramente super, attenuando però di molto il rischio di pessimi risultati. Con il pic sono possibili, ma non molto probabili, risultati eccezionali. Il prezzo da pagare per questo maggiore potenziale di performance del pic è un rischio molto più marcato», afferma Raffaele Zenti, uno dei fondatori di Advise Only. Seguire un percorso precostituito affranca poi l’investitore anche dal rischio psicologico immunizzandolo da quella che si definisce come trappola dell’emotività, per effetto della quale si assumono atteggiamenti legati all’andamento dei mercati.

Avere allora un percorso graduale predeterminato può rappresentare, specie per chi è poco propenso a farsi guidare da consulenti esperti, già di per sé una forma di autotutela. Ma come muoversi e quali sono i profili di attenzione per costruire un efficace piano di accumulo? La prima considerazione da fare è l’individuazione dell’obiettivo per il quale si vuole intraprendere il percorso di accumulo. In logica di pianificazione finanziaria va ponderata anche la propria capacità di risparmio, quantificando le risorse da destinare all’accumulo, conciliando il versamento periodico con il più complessivo budget familiare. Il passo successivo è poi la determinazione della periodicità della rateazione nell’ambito del piano di accumulo (mensile, bimestrale, trimestrale, semestrale, annuale). Questa autodiagnosi andrà poi calata sullo strumento da scegliere in termini di flessibilità. Va evidenziato che la prevalenza dei pac sul mercato preveda connotati di elasticità, con la facoltà di sospendere il programma o di interromperlo, riscattando in tutto o in parte il capitale accumulato. E’ inoltre importante individuare l’orizzonte temporale di investimento, per potere calibrare al meglio la soluzione finanziaria da utilizzare. Va poi analizzata l’architettura dei costi per scegliere lo strumento giusto. In primo luogo va verificato se sono previste spese di sottoscrizione e con quale modalità di prelievo (in alcuni casi si applica una commissione più consistente all’inizio con la successiva rateazione della restante parte lungo l’arco della rimanente parte del piano). Occorre ancora indagare la presenza di diritti fissi che potrebbero risultare particolarmente penalizzanti nel caso di un programma di investimento articolato in versamenti di piccolo importo. «Un punto importante riguarda i costi: al crescere di questi ultimi per singolo versamento, peggiorano le performance del pac. Un costo fisso di 1 euro su un versamento mensile da 100 incide per l’1%. In simili casi conviene optare per un pac con versamenti poco frequenti, ad esempio ogni tre/quattro mesi anziché ogni mese, aumentando nei limiti del possibile l’entità del versamento», prosegue Zenti.

Last but not least bisogna verificare l’eventuale previsione di commissioni di uscita in caso di disinvestimento anticipato rispetto ad un intervallo prefissato. Non va poi dimenticato come nel capitolo oneri debba essere ricompresa anche l’imposta di bollo (in misura pari allo 0,2% annuo del capitale) che incide comunque sul pac. Scelta importante è rappresentata anche dalla tipologia di investimento che dipende dalla combinazione del proprio profilo rischio e rendimento. A titolo esemplificativo con un orizzonte temporale di soli cinque anni potrebbe essere utile accedere ad un pac di tipo obbligazionario o al massimo su un fondo bilanciato obbligazionario, con un orizzonte di una decina di anni potrebbe essere il caso di propendere per un fondo bilanciato o azionario, valido quest’ultimo, magari con un connotato internazionale per cogliere anche il beneficio della diversificazione geografica, a maggior ragione per intervalli di tempo ancora più protratti. Infine può essere opportuno verificare se il pac prevede un sistema di allarme che avvisi il risparmiatore se a fine periodo non sia conveniente disinvestire il capitale (perché nel frattempo i mercati di riferimento sono scesi), ma proseguire il piano magari anche in altra forma. (riproduzione riservata)
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