di Stefania Peveraro

Il prossimo autunno si preannuncia ricco di novità in tema di finanziamento alle piccole e medie imprese italiane. D’altra parte lo ha detto chiaro il presidente di Assogestioni Domenico Siniscalco in un’intervista a MF-Milano Finanza pubblicata venerdì 26 luglio. Nelle scorse settimane si sono riuniti i tavoli di discussione per favorire gli investimenti in pmi e, ha detto Siniscalco, «siamo a buon punto e mi auguro si possa partire subito.

Del resto ci sono già imprese che hanno emesso i primi minibond e anche le banche stanno avviando i cantieri». Banche, sgr, consulenti e studi legali sono infatti tutti al lavoro; da un lato per selezionare le pmi non quotate potenziali emittenti di bond, che possano sfruttare le norme introdotte dal decreto Sviluppo dello scorso autunno, all’altro lato per strutturare fondi di investimento ad hoc da proporre agli investitori istituzionali e non. Perché questo volano si attivi, secondo Siniscalco, «non c’è bisogno di chiedere interventi legislativi o fiscali. L’importante è allineare il nostro interesse a quello generale. Solo in questo modo l’industria del gestito potrà offrire più risorse all’intero sistema economico».

 

Tuttavia, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, i ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Economia stanno lavorando a stretto contatto per partorire una serie di nuove norme in tema di finanziamento alle piccole e medie imprese.

In particolare, Stefano Firpo, a capo della segreteria tecnica dello Sviluppo Economico, si sta coordinando con il Tesoro su tre fronti. In primo luogo si sta ragionando su una revisione della Legge 130, quella che regolamenta le cartolarizzazioni. L’obiettivo è velocizzare e semplificare i processi di strutturazione e di gestione dei portafogli crediti cartolarizzati. D’altra parte nei giorni scorsi lo stesso ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni ha sottolineato che «per sostenere il credito all’economia, soprattutto alle pmi, dovranno essere rivitalizzate le cartolarizzazioni, anche con un iniziale supporto regolamentare e governativo». In particolare, un sistema di garanzie potrebbe incentivare gli investitori istituzionali a comprare obbligazioni che hanno come sottostante i crediti bancari erogati alle piccole e medie imprese. Si sta ragionando su una possibile garanzia fornita dalla Cassa Depositi e Prestiti oppure forme di garanzie mutualistiche rilasciate da consorzi.

Il secondo pacchetto di misure allo studio riguarda invece la fiscalità indiretta sulle garanzie a supporto dei finanziamenti. In questo caso l’obiettivo è ridurre la serie di balzelli e tasse che gravano sulle imprese ogni volta che devono fornire garanzie per accedere a finanziamenti in Italia. Si tratta di una fiscalità subdola che sempre più spesso porta le pmi a cercare di finanziarsi fuori dall’Italia, dove quei balzelli da pagare non ci sono.

In terzo luogo si sta ragionando su come incentivare l’impegno degli investitori istituzionali nei minibond, facilitando la creazione e la diffusione di fondi dedicati.

In particolare, una delle idee sul tavolo è quella di permettere ai fondi di investimento non residenti dedicati ai minibond, ma quotati su un mercato regolamentato, di non pagare la ritenuta alla fonte sugli interessi e gli altri proventi derivanti dai minibond in portafoglio. Da segnalare a questo proposito che i minibond in questione potrebbero invece non essere stati quotati.

 

Si tratterebbe insomma di un’evoluzione della normativa sui minibond introdotta lo scorso autunno, che ha parificato il trattamento fiscale dei bond emessi da società non quotate (diverse dalle banche e dalle micro-imprese) a quello più favorevole dei bond emessi da società quotate, a condizione che i titoli di debito in questione siano «negoziati in mercati regolamentati ovvero in sistemi multilaterali di negoziazione di Paesi dell’Unione Europea o di Paesi aderenti all’accordo sullo spazio economico europeo inclusi nella white list». Le società non quotate possono oggi avvalersi dell’esenzione per i non residenti dall’applicazione della ritenuta sugli interessi e altri proventi corrisposti sulle obbligazioni e titoli similari (pari al 20%) e possono dedurre gli interessi passivi nei limiti del 30% dell’ebitda risultante dall’ultimo bilancio approvato. Inoltre possono essere superati i limiti alle emissioni di obbligazioni societarie previsti dall’articolo 2412 del codice civile per le società non quotate, che stabilisce tra l’altro che le società possano emettere obbligazioni per una somma che complessivamente non ecceda il doppio del capitale sociale e delle riserve.

Sinora, infatti, a sfruttare a proprio vantaggio le nuove norme del decreto Sviluppo sono state soprattutto società italiane non quotate di dimensioni medie e grandi. Paradossalmente anche Poste Italiane e Ferrovie dello Stato hanno utilizzato la normativa nata per i minibond, così come grandi gruppi come Cerved o Sisal o comunque società di dimensioni di tutto rispetto come Guala Closures o Gamenet, fino ad arrivare a Prada che, con il supporto di Unicredit, giovedì 25 luglio ha condotto il primo vero private placement in euro. Per il fisco italiano infatti Prada è considerata come una società non quotata (visto che è trattata a Hong Kong, Paese in black list) e quindi il bond da 130 milioni appena collocato ed emesso dalla spa italiana ha sfruttato la normativa del decreto Sviluppo. L’esperienza di Prada potrebbe essere l’inizio di un trend, visto che nel caso di emissioni di queste dimensioni o anche inferiori, per esempio da una decina di milioni in su, sarebbe irrealistico pensare che questi titoli, una volta quotati, possano mai essere davvero liquidi e cioè regolarmente negoziati. È più probabile che le singole emissioni si configurino come private placement in euro. Il che comunque è già un grande passo avanti, visto che sinora il mercato dei private placement era sostanzialmente solo verso gli investitori Usa. Certo, quando si tratterà di veri minibond, da pochi milioni di euro ciascuno (come il bond di Caar da 2,8 milioni o la commercial paper da 10 milioni di Buscaini Angelo), allora davvero sarà cruciale che si crei un sistema di fondi dedicati. Sulla carta infatti le risorse del risparmio gestito che potrebbero essere convogliate su questi bond sono enormi. Assogestioni ha fatto un calcolo di quanti soldi potrebbero finire in asset illiquidi (si veda la tabella in pagina), visto che le regole Ue sui fondi Ucits fissano un limite del 10% del portafoglio per gli strumenti non quotati. Tuttavia, appunto, è difficile immaginare che fondi aperti possano comprare singole emissioni di minibond. Più facile immaginare che comprino quote di fondi chiusi dedicati. E, a giudicare dal successo che negli ultimi tempi hanno avuto le emissioni di bond corporate italiani sia con rating investment grade sia con rating speculativo (si veda tabella in pagina), l’interesse per questo tipo asset non mancherà. Non solo; quando il Tesoro si deciderà a licenziare l’atteso decreto che rivedrà il provvedimento ministeriale 703 sugli investimenti dei fondi pensione, è ragionevole pensare che questi ultimi incrementeranno la quota del portafoglio dedicata ai fondi alternativi, compresi quelli di debito.

 

Secondo un calcolo di Cerved Group, oggi in Italia ci sono ben 113 mila aziende con un fatturato compreso tra 2 e 50 milioni, delle quali quasi 55 mila (cioè il 47%) sono solvibili e quindi potenziali emittenti di minibond. «Si tratta di un numero di imprese solvibili analogo a quello calcolato nel 2007, cioè prima dello scoppio della crisi, ma allora quel numero rappresentava una percentuale più bassa del totale, il 43%», commenta Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato Cerved. «Ciò sta a indicare che nel frattempo la crisi ha provocato una selezione naturale delle imprese e che quelle che sono sopravvissute oggi sono più solide». Cerved, da parte sua, ha stretto un accordo con Duemme sgr (Banca Esperia) per svolgere il ruolo di rating agency a supporto dei minibond nei quali investirà il nuovo fondo al quale sta lavorando la sgr. Gli altri fondi in rampa di lancio dedicati ai minibond di cui si ha notizia sono: il Tenax Credit Opportunity Fund, strumento di diritto irlandese specializzato nel credito alle pmi; il fondo Italian Opportunities della newyorkese Muzinich da 200 milioni; il fondo da 150 milioni che sarà lanciato da Finint sgr eMontepaschi, nell’ambito del quale Crif fornirà il rating indipendente sui bond; il fondo da 500 milioni allo studio da parte della Banca Popolare di Vicenza. (riproduzione riservata)