di Andrea Di Biase

Qual è stata la responsabilità delle banche nel dissesto del gruppo Ligresti? Hanno fatto una normale operazione finanziaria di supporto a un’azienda? Sono state complici della famiglia nell’occultare la disastrosa situazione patrimoniale di Fondiaria-Sai e delle holding a monte di quest’ultima? O addirittura sono state, come sostiene Giulia Ligresti nel memoriale sequestrato dalla Procura di Torino, ma non ritenuto attendibile dai magistrati del capoluogo piemontese, i veri dominus del gruppo assicurativo? Sotto il profilo penale, la risposta verrà dai magistrati che stanno indagando sul caso: oltre al procuratore aggiunto di Torino, Vittorio Nessi, e al suo sostituto, Marco Gianoglio, a Milano sta arrivando a conclusione l’inchiesta aperta dal pm Luigi Orsi.

 

Ma al di là della responsabilità penale, c’è anche un altro aspetto che emerge mettendo in fila fatti e circostanze finora emersi.

Perché le banche hanno continuato a offrire il proprio supporto finanziario ai Ligresti quando, almeno dall’estate 2010, era evidente lo stato di dissesto del gruppo? Per provare a dare una risposta, senza cadere nel solito luogo comune dei poteri forti che si sostengono a vicenda, è necessario fare una premessa.
Parlare genericamente di Unicredit o Mediobanca, i due istituti maggiormente esposti con i Ligresti, sarebbe fuorviante. Questo vale per l’istituto di Piazzetta Cuccia dove, nel periodo compreso tra il 2003, l’anno delle dimissioni di Vincenzo Maranghi, e il 2010, quello del passaggio di Cesare Geronzi alla presidenza delle Generali, si sono confrontate, in alcuni momenti anche in modo acceso, varie anime: da un lato i manager, Alberto Nagel e Renato Pagliaro, che aspiravano a una maggiore autonomia, dall’altro i grandi azionisti, tra cui gli stessi Ligresti, interessati a presidiare le grandi partecipazioni strategiche (Generali, Rcs e Telecom). Ma il discorso vale anche perUnicredit: anche ai tempi di Alessandro Profumo l’istituto non è mai stato una monade. La dialettica tra il capo azienda e i rappresentanti dei grandi soci non si è mai interrotta nemmeno nei momenti di maggiore successo del banchiere. È evidente, dunque, che dopo i due aumenti di capitale chiamati da Unicredit tra il 2008 e il 2010, cui le fondazioni e gli altri soci stabili hanno contribuito in modo rilevante, questa dialettica si sia fatta ancora più intensa. È in questa fase, che coincide con il momento di tensione finanziaria delle holding non quotate della famiglia Ligresti, che si fanno più stretti i rapporti tra il banchiere e l’ingegnere di Paternò, che dopo l’incorporazione di Capitalia in Piazza Cordusio era entrato nel cda dell’istituto milanese in virtù dell’1% detenuto da FonSai. Profumo e Ligresti sono due personaggi agli antipodi. Da un lato c’era il banchiere che aveva fatto della creazione di valore la sua stella polare e che negli anni, restando alla larga dalle operazioni di sistema, aveva avuto nel mercato il suo azionista di riferimento; dall’altro c’era invece uno dei campioni del capitalismo di relazione italiano, in consuetudine di rapporti col palazzo, con i soci esteri di Mediobanca guidati da Vincent Bollorè e con l’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Negli anni precedenti, Profumo e Ligresti si erano spesso trovati su sponde opposte. Per citare un caso emblematico, quando Geronzi si adoperò per far entrare Capitalia e la FonSai dei Ligresti nel patto di Rcs, Profumo reagì dimettendosi dal consiglio della Rcs Quotidiani e facendo dismettere a Unicreditla quota del 2% di Via Rizzoli. Ma questo ormai era il passato. Nell’ottobre 2008, all’indomani del crack Lehman, quando Profumo si era trovato di fronte alla necessità di procedere a un rafforzamento patrimoniale di Unicredit da 6 miliardi, sarebbe stato Ligresti in persona a spendersi con il premier Berlusconi e l’allora ambasciatore libico a Roma, Hafed Gaddur, affinché la banca centrale di Tripoli, come poi è accaduto, entrasse nel capitale di Unicredit sostenendone i successivi aumenti di capitale. Erano gli anni del trattato di amicizia tra l’Italia di Berlusconi e la Libia allora guidata dal colonnello Gheddafi. Trattato che il 30 agosto 2010, due anni dopo la firma, sarà celebrato in pompa magna dalle delegazioni dei due Paesi alla Caserma Salvo D’Acquisto di Roma. In tribuna, ad assistere all’esibizione dei 30 cavalli berberi portati da Gheddafi e al carosello storico dei Carabinieri, oltre ai ministri del governo Berlusconi, c’erano i vertici delle imprese pubbliche e private che avevano fatto affari, o erano in procinto di farlo con la Libia: il presidente di Impregilo e Bpm, Massimo Ponzellini, l’ad di Finmeccanica, Pierfrancesco Guarguaglini con la moglie Marina Grossi, l’ad dell’Enel, Fulvio Conti, e lo stato maggiore del gruppo FonSai, la presidente Jonella Ligresti, l’ad Fausto Marchionni, i vicepresidenti Antonio Talarico e Massimo Pini. Sugli spalti, seduto accanto alla figlia di don Salvatore, c’era anche l’ad di Unicredit, che solo pochi giorni prima, il 18 agosto, aveva dato l’ok al piano di ristrutturazione del debito di Sinergia, la holding non quotata capofila dell’impero immobiliare e assicurativo dei Ligresti.

 

Questa operazione oggi è finita sotto la lente dei magistrati, a seguito del fallimento di Sinergia e della controllata Im.Co. Alla fine di giugno 2010 Sinergia, che aveva un debito verso le banche di 133 milioni avrebbe dovuto rimborsare una tranche da 108,5 milioni. Di questi 88,5 milioni spettavano all’Unicredit, mentre gli altri 20 milioni erano dovuti a Interbanca. La società dei Ligresti, pur avendo a disposizione un ingente patrimonio immobiliare, iscritto a bilancio per 101 milioni ma difficilmente liquidabile, e titoli Premafin, che in quel momento in borsa valevano 91 milioni ma che erano a carico per oltre 126 milioni, non aveva in cassa le risorse liquide per far fronte al proprio impegno. Un bel problema per Ligresti, ma anche per le banche. Sinergia, pur avendo un attivo immobilizzato, era di fatto insolvente. Le banche decisero pertanto di erogare la nuova finanza non alla capogruppo ma alla controllata Im.Co, che avrebbe poi provveduto a girare la liquidità al piano superiore. Tuttavia, invece di mettere sul piatto solo 108,5 milioni necessari a Sinergia per rimborsare la rata in scadenza, in quell’occasione le banche si dimostrarono più generose. Im.Co ricevette infatti due prestiti per un importo complessivo di 150 milioni: un primo da 120 milioni erogato da un pool coordinato da Unicredit e un secondo da 30 milioni curato direttamente da Interbanca. Dei primi 120 milioni Im.Co ne avrebbe utilizzati 76 per acquistare da Sinergia il 100% della Cesarina, l’azienda agricola che Ligresti aveva cercato di vendere a FonSai venendo poi bloccato dall’Isvap. I 76 milioni non erano tuttavia sufficienti a Sinergia per far fronte ai propri impegni con le banche. Per questo, grazie alla liquidità ottenuta, Im.Co girerà altri 22,5 milioni alla capogruppo sottoforma di dividendi e altri 10 a fronte di un rimborso di un vecchio credito infragruppo. Grazie a questa manovra Sinergia raccoglierà tutti i 108,5 milioni necessari a rimborsare il credito scaduto a giugno nei confronti di Unicredit e Interbanca. E gli altri 41,5 milioni di nuova finanza erogati a Im.Co? Dieci milioni furono utilizzati dalla società per rifinanziare la restante parte del debito con Interbanca, mentre i restanti 31,5 milioni andarono a finanziare la gestione ordinaria. A fronte di queste operazioni, che invece di contribuire a ridurre il debito lo hanno fatto crescere di 31,5 milioni, le banche ottennero nuove garanzie: il pegno su tutto il 20% di Premafin in portafoglio a Sinergia e Im.Co, sulle quote del Fondo immobiliare Uno Fondo Sviluppo, l’ipoteca sull’area edificabile a Sud di Milano dove dovrebbe sorgere il Centro europeo di ricerca biomedica avanzata (Cerba), il pegno sull’85,77% del capitale della stessa Im.Co.

 

Profumo, tuttavia, non potrà più seguire come ad di Unicredit la ristrutturazione del debito di Ligresti. Pochi giorni dopo, il 21 settembre 2010, alla luce delle tensioni con i rappresentanti dei grandi soci, diventate insostenibili proprio dopo l’ulteriore rafforzamento della Libia nel capitale di Piazza Cordusio, Profumo rassegnerà le dimissioni dalla carica di amministratore delegato. In quell’occasione, sui 20 consiglieri di Unicredit, gli unici a schierarsi dalla sua parte furono Lucrezia Reichlin, il presidente della banca centrale libica, Farhat Omar Bengdara, e Ligresti. (riproduzione riservata)