SVENDITA DI STATO

di Cinzia Meoni

L’incubo spread torna di attualità anche questa estate. E il timore, che fino a pochi giorni fa aleggiava nelle sale operative e nei palazzi romani, è di fatto realtà. L’Italia è sotto attacco. Di nuovo. La situazione è peggiorata venerdì 20 quando il differenziale Btp-Bund ha terminato la giornata a 506 punti, nonostante il via libera dell’Eurogruppo al piano di aiuti alla Spagna (per 100 miliardi di euro, di cui 30 entro fine mese perché siano usati «in caso di urgenti e inattesi bisogni finanziari») che passa dalle ricapitalizzazione delle sue banche. In attesa del varo dello scudo antispread la pressione sui titoli di Stato spagnoli e italiani è nuovamente aumentata. Per il mercato il giudizio è impietoso: il piano di aiuti, per quanto ingente, avrà effetti solo nel breve termine, considerando che la Spagna ha abbassato le stime sul Pil 2013. L’Italia non è messa meglio: secondo le più recenti stime dell’Fmi il Pil italiano si contrarrà dell’1,9% quest’anno e dello 0,3% il prossimo, mentre il rapporto tra deficit e Pil si attesterà al 2,6% quest’anno, con un peggioramento dello 0,2% rispetto alle stime di aprile, e all’1,5% il prossimo. E così mentre i Btp decennali italiani sfondano quota 500, per la Spagna l’asticella sale a 600. Si consideri che ogni cento punti base d’aumento dello spread comporta un aumento di quasi tre miliardi di interessi sul debito – già ingente – soltanto nel primo anno (con l’attuale differenziale, l’Italia dovrebbe pagare 10 miliardi in più per onorare il debito). 
Il rischio contagio è più che evidente. Sarà l’Italia la prossima vittima della speculazione internazionale? Il presidente Giorgio Napolitano ha apertamente ammesso di recente che la crisi attuale è la più grave «da più di mezzo secolo» e «minaccia il futuro dell’Italia», mentre il premier Mario Monti ha parlato di effetto «contagio» pur escludendo prossimi ricorsi a nuove manovre. Di certo non aiutano le agenzie di rating. Solo una settimana fa Moody’s ha declassato l’Italia in serie B. Fitch invece ha confermato il rating A-, ma con outlook tuttavia negativo. «Nel confermare il rating sovrano dell’Italia, Fitch ha cercato di guardare oltre le attuali condizioni economiche e finanziarie e di tenere conto delle recenti riforme strutturali e di quelle in prospettiva, che aumenteranno il potenziale dell’economia», ha commentato l’agenzia Usa. E in Borsa fiorisce la leggenda di piani ferie di agosto saltati all’ultimo minuto per il timore che la speculazione internazionale arrivi anche in Italia. 
Ormai sono dodici mesi che il timore aleggia e nel frattempo tutti gli altri Pigs sono passati da Bruxelles. Eccetto Roma. Un anno fa, ad agosto, lo spread (ai tempi sconosciuto ai più) ha fatto irruzione nella vita degli italiani diventando presto un argomento di conversazione quotidiano. E così, dopo il cambio di Governo e l’ennesima manovra che, nonostante i tagli e una crescente pressione fiscale, non si è dimostrata risolutiva per l’incubo spread, il premier Monti starebbe studiando un’accelerazione delle svendite di Stato. Saldi, che almeno per ora non dovrebbero toccare il patrimonio storico e artistico, ma che comunque passeranno dall’enorme patrimonio immobiliare detenuto dalle diverse amministrazioni e da sparsi tesoretti custoditi dallo Stato o da altri enti pubblici in società finora ritenute strategiche. 
Quella che ci attende potrebbe quindi essere una seconda ondata di privatizzazioni dopo la prima chiusa a metà degli anni Novanta. Da più parti iniziano a fiorire le prime ipotesi. In teoria lo Stato italiano dovrebbe poter contare su 370 miliardi di euro di immobili e almeno di 100 miliardi di partecipazioni azionarie. Ma ovviamente non è così semplice. Lo Stato possiede solo in minima parte direttamente gli immobili in questioni e molte strutture pubbliche sono al servizio della comunità. Per questo le stime più accreditate parlano di un patrimonio realmente cedibile pari al 10% massimo del valore complessivo. Per ora comunque il Governo vola ancora più basso e punta a vendere beni pubblici per 15-20 miliardi all’anno (1% del Pil) per portare il debito pubblico sotto quota 100 del Pil. Previsti tre fondi comuni, due immobiliari e uno mobiliare, ai quali sarà delegata la messa sul mercato dei cespiti. Nel dettaglio il collocamento degli immobili sarà affidato a un fondo immobiliare (previsto dal dl 98/2011 art. 33, ma i cui confini sono stati ampliati dall’attuale esecutivo) partecipato al 40% dal Mef e al 60% dall’Agenzia del Demanio. In lizza questa volta dovrebbero esserci, secondo quanto ricostruito negli ultimi giorni dalla stampa, caserme e magazzini tanto per iniziare. Ma tutto lascia pensare che si metterà mano anche alla cosiddetta white list, un elenco di 13mila immobili che in base al decreto di due anni fa sul federalismo demaniale sarebbero dovuti passare dallo Stato agli enti locali (il ricavato dovrebbe quindi andare per tre quarti all’abbattimento del debito dei Comuni e per un quarto alla riduzione del debito pubblico nazionale). Lo scorso anno nel quadro di un’indagine conoscitiva della Commissione finanze della Camera sulle tematiche relative all’utilizzo degli immobili di proprietà dello Stato emergevano: 543mila unità immobiliari di proprietà dello Stato per oltre 222 milioni di metri quadrati, e 776mila terreni per oltre 13 miliardi di metri quadrati. Un patrimonio immenso, ma che potrebbe non essere così semplice da valorizzare vista la recessione in corso e l’abbondanza di offerta. Come dimostra anche il fatto che finora, nonostante i buoni propositi (che risalgono addirittura a Giovanni Goria, ministro degli esteri nel 1986), di successi nelle svendite di Stato non se ne sono visti molti.