L’aumento dell’imposta di bollo sul dossier titoli dà più appeal a conti di deposito, fondi, libretti postali e polizze rispetto a titoli di Stato e azioni. La riforma della tassazione renderà invece la vita più difficile a bond bancari ed emissioni corporate 

di Roberta Castellarin

È in arrivo una rivoluzione per i risparmiatori italiani. La manovra correttiva firmata nei giorni scorsi dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, aumenta l’imposta di bollo per il dossier titoli, ma incorpora anche la delega per una prossima riforma fiscale che ridisegna le aliquote per i redditi finanziari.

 

Una novità che arriva pochi giorni dopo l’equiparazione fra la tassazione dei fondi italiani e quelli di diritto estero, al via dallo scorso primo luglio. Dopo l’iter di conversione, il decreto arriverà in Parlamento per la consultazione delle Commissioni e infine sarà approvato attraverso un voto di fiducia, come annunciato dal premier, Silvio Berlusconi. Ci sono quindi ancora margini affinché ci siano aggiustamenti su alcuni provvedimenti in seno alle Commissioni e il testo che arriverà in aula per la fiducia potrà dunque essere diverso da quello originale.

Ma si possono fare i primi conti su quanto la rivoluzione peserà sui portafogli degli investitori sia in termini di mancato guadagno sia in termini di scelta di asset allocation. Le due novità principali che riguardano i risparmiatori sono appunto il rincaro del bollo sul deposito titoli da subito. E, in un secondo momento, l’aliquota unica al 20% per le rendite finanziarie, esclusi i titoli pubblici e assimilabili.

Il drastico aumento dell’imposta di bollo sul dossier titoli è il primo step da affrontare.

 

In base alla bozza, l’imposta salirà da 34,2 a 120 euro per poi passare dal 2013 a 150 euro per chi ha in giacenza fino a 50 mila euro e 380 euro per chi supera questa soglia. Questo provvedimento potrà avere un effetto soprattutto sulla gestione del parcheggio. Bot, pronti contro termine ed Etf legati a indici di liquidità richiedono il dossier titoli, quindi nel valutare il loro rendimento si dovrà tenere conto anche dell’imposta. Se ne avvantaggiano i conti di deposito, i libretti postali e quelli bancari. Tanto più se si guarda anche alla riforma che ridisegnerà la tassazione delle rendite finanziarie, abbassando di fatto l’aliquota per i conti correnti dal 27 al 20% e alzando quella per gli altri strumenti dal 12,5 al 20%. Con questo nuovo step conti di deposito e libretti avranno una marcia in più rispetto ai Bot per chi parcheggia cifre contenute (vedere articolo nella pagina a fianco).

Il discorso cambia quando si valutano gli investimenti a medio-lungo termine. In questo caso, il rincaro del dossier titoli ha un impatto inferiore in quanto si tratta di investimenti che hanno un maggiore potenziale di rendimento ma pesa invece la riforma della tassazione.

Il provvedimento salva, oltre ai titoli di Stato, fondi pensione, piani di risparmio e forme di assistenza socio sanitaria. La previdenza complementare, oggi tassata all’11%, continuerebbe quindi a godere di un trattamento di favore. Mentre ancora mancano dettagli su come saranno definiti i piani di risparmio. Ma gli operatori si aspettano un sistema simile a quello utilizzato oggi per tassare le plusvalenze da operazioni immobiliari.

 

Un’aliquota al 20% per chi vende prima dei cinque anni dal momento dell’acquisto, che diventa al 12,5% dopo questa scadenza. Bisognerà però vedere quali strumenti potranno essere destinati ai piani di risparmio. In questo scenario i fondi comuni potrebbero avere una marcia in più perché le quote di fondi o sicav non necessitano di deposito titoli. Finora la maggioranza delle banche inseriva le quote di fondi nel deposito, ma non c’è alcun obbligo in questo senso. Già oggi chi compra fondi attraverso il supermercato online Fundstore non deve aprire alcun dossier. L’esenzione dall’obbligo di dossier vale anche per i prodotti assicurativi, che siano gestioni tradizionali o polizze unit e index linked. Ma per le gestioni separate, che tradizionalmente investono in titoli di Stato, l’aumento della tassazione al 20% potrebbe portare a rendimenti molto meno appetibili del passato. Niente dossier anche per le gestioni patrimoniali, anche se resta il dubbio di come saranno tassati i loro capital gain; per questi strumenti è prevista la tassazione sul maturato e non sul realizzato, come avveniva fino a una settimana fa per i fondi di diritto italiano. E l’Agenzia delle entrate dovrà chiarire se per la parte di portafoglio della gestione investita in titoli di Stato si applicherà l’aliquota agevolata o il 20%. Per il risparmio amministrato il problema non si pone, l’aliquota sarà al 20% per Etf, azioni e obbligazioni e al 12,5% per i titoli pubblici.

Un altro dubbio potrebbe riguardare i titoli di Stato esteri, quindi Bund tedeschi, Oat francesi o T-bond. Secondo una prima interpretazione non ci sarà discriminazione tra Btp e gli altri titoli di Stato almeno dell’area euro. Ma anche in questo caso servirà un chiarimento successivo.

 

Mentre dal punto di vista delle performance attese la nuova disciplina fiscale avrà l’effetto di rendere più onerosa la raccolta per banche e società, che dovranno offrire cedole più alte per essere competitive rispetto ai titoli di Stato. Come dimostra anche l’elaborazione effettuata da Milano Finanza nella tabella in pagina. Dal confronto emerge che un bond Eni, che oggi rende il 3,5% netto, dopo la riforma darà una cedola netta del 3,2%. Mentre per il Btp il rendimento non cambia. Per l’azione Enella performance netta, tenendo conto di capital gain e cedole, passerebbe da 27,1, al 24,8% dopo la riforma. Sarà ancora più difficile per le azioni, già poco presenti nei portafogli delle famiglie italiane, riconquistare l’attenzione dei risparmiatori. (riproduzione riservata)