Che farà ancora l’ingegnere?

IMPERI IN DECLINO «Virgillito mi ha insegnato molte cose. Mi ha insegnato prima di tutto a non fare debiti: “Se a Milano fai debiti”, mi diceva, “ti chiudono le porte e la Borsa”. In effetti a Milano il denaro gira all’impazzata, bisogna stare attenti, non fare mai il passo più lungo della propria gamba». Era il febbraio 1986 e uno sconosciuto finanziere diventato in pochi anni socio di Leopoldo Pirelli e Giampiero Pesenti, Carlo De Benedetti e Raul Gardini, si raccontava per la prima volta al grande pubblico in un’intervista concessa ad Anna Di Martino sul settimanale il Mondo. L’ingegner Salvatore Ligresti, siciliano di Paternò all’epoca poco più che cinquantenne, ricordando i suoi esordi di costruttore nella Milano dei primi anni ’60, rendeva così anche un tributo ai suoi padrini e mentori, a cominciare da quel Michelangelo Virgillito, il muratore semianalfabeta suo compaesano, che negli anni a cavallo della guerra si era arricchito con la compravendita di sale cinematografiche e terreni devastati dai bombardamenti. Fino ad accumulare talmente tanta liquidità da investirla in Borsa, con una tecnica in seguito perfezionata da un altro finanziere siciliano, Michele Sindona: e cioè l’acquisto a riporto di azioni e la loro successiva rivendita, non senza aver prima gonfiato i prezzi con notizie diffuse ad arte. Un giochino che avrebbe fatto di Virgillito uno dei più spregiudicati raider della piazza milanese, fino alle scalate della Lanerossi e la Liquigas. «Virgillito mi ha anche insegnato come si compra in Borsa – continuava Ligresti nella stessa intervista – La Borsa è la scuola che ti insegna il momento giusto per fare acquisti e questo ti serve anche nella vita, nel tuo lavoro quotidiano. Così ho imparato a comprare terreni quando altri vendevano».
Un quarto di secolo più tardi, don Salvatore sembra aver dimenticato entrambe le lezioni: al punto da ritrovarsi oggi carico di debiti e con non pochi problemi in Borsa. Con un impero assicurativo-immobiliare, una galassia che ruota intorno a tre società quotate, Premafin, Fondiaria Sai e Milano Assicurazioni, zavorrato da qualcosa come oltre 3 miliardi di euro di debiti, e impegnato da oltre un anno in un aumento di capitale per complessivi 800 milioni. Un’operazione di salvataggio condotta sul filo del rasoio, tra continue rinegoziazioni con i creditori e piani di dismissioni forzate che non decollano, che ha richiesto mesi solo per individuare la banca capofila e il consorzio di garanzia. Sbloccandosi solo nelle ultime settimane, con l’accordo raggiunto tra la famiglia Ligresti e le banche, per una moratoria di due anni sul ripianamento dei debiti delle holding personali dell’ingegnere (Sinergia, Immobiliare Costruzioni), e il via libera della Borsa alle sottoscrizioni delle nuove azioni. Mentre le quotazioni dei rispettivi titoli continuavano la loro caduta libera, riducendo il loro valore anche ad un decimo (nei casi Fondiaria e Milano Assicurazioni) rispetto ai corsi di soli tre anni fa.
Tornando agli esordi, così l’ingegner Ligresti raccontava sempre al Mondo l’affare che lo aveva visto decollare come imprenditore delle costruzioni. Dopo la laurea a Padova e il militare come sottotenente nell’aeronautica, da ultimo in una caserma milanese dove in realtà si occupava di pubbliche relazioni e un periodo di pratica in uno studio di progettazione, l’ingegnere si era messo in proprio. E qui, nel 1962, era arrivata la sua occasione. «È una storia bellissima. Avevo saputo della possibilità di acquistare il diritto per costruire un sopralzo, in via Savona – continua – ma ci volevano 15 milioni (di lire) e io ne avevo solo cinque». Ligresti non si era perso d’animo, ed era andato a bussare al Credito Commerciale, dove aveva trovato i soldi mancanti. E così «ho fatto il progetto, ho rivenduto il diritto per 50 milioni, guadagnando in un colpo solo 35 milioni». Una somma notevole per l’epoca.
Il salto però arriva più di 15 anni dopo, e cioè nel 1978, con l’acquisizione del pacchetto di controllo della Società Assicuratrice Industriale (Sai), compagnia torinese che all’epoca ancora gravitava nell’orbita di un avventuriero di Borsa considerato come l’erede di Virgillito, e poi scappato in Sudamerica, dopo una condanna per falso in bilancio e due mesi di carcere, e cioè l’ex patron della Liquigas Raffaele Ursini. Un’acquisizione che per oltre un decennio sarebbe rimasta al centro di una leggendaria controversia in tribunale, in cui ognuno dei due contendenti accusava l’altro di essere un bugiardo e un truffatore. Sta di fatto che esattamente come Ursini non aveva mai spiegato perché Virgillito avesse venduto proprio a lui il controllo della Liquigas, e come avesse fatto a trovare i miliardi per quell’operazione dopo solo cinque anni di lavoro come impiegato, Ligresti non ha mai chiarito i dettagli di quel passaggio azionario. Anche perché nel 1978 don Salvatore l’Ingegnere dichiarava al fisco un reddito personale di 30 milioni, mentre l’investimento in Sai aveva comportato un impegno finanziario vicino ai 100 miliardi di lire. Tant’è che quando nel 1981 la moglie, Bambi Susini (recentemente scomparsa) figlia di un architetto capo del Provveditorato alle opere pubbliche della Lombardia, venne rapita, Ligresti fu costretto a ipotecare la sua casa per trovare i 600 milioni necessari per il riscatto. La vicenda si risolse nel giro di un mese, ma ebbe un seguito inatteso: due dei rapitori, entrambi esponenti delle famiglie perdenti della mafia palermitana, vennero trovati morti ammazzati, mentre il terzo sparì nel nulla.
Il controllo della Sai è comunque un passepartout che apre a Ligresti le porte dei salotti che contano. Nel volgere di poco il costruttore siciliano entra così nel patto di sindacato della Cir di Carlo De Benedetti, inaugurando l’era delle grandi alleanze con il gotha della finanza italiana. Seguono l’ingresso in Italmobiliare, Italcementi, Pirelli, Grassetto, Generali, Mediobanca. La rete di amicizie nel mondo politico degli anni ’80, dal sindaco socialista Carlo Tognoli a Paolo Pillitteri, il cognato di Bettino Craxi, assicura all’Ingegnere delle corsie preferenziali nella ridefinizione del nuovo volto urbanistico di Milano. Ligresti ama pensare in grande: «Adesso si fa politica per i prossimi cento anni- diceva nell’intervista ad Anna Di Martino – e Milano, come centro d’Europa, deve avere uno sviluppo importante». Sono gli anni delle speculazioni e dei palazzoni scaricati agli enti pubblici: scandali come quello delle aree d’oro che anticiperà Tangentopoli, portando alla caduta della giunta guidata da Tognoli.
Ligresti ne esce distrutto: travolto dalle condanne per abusi edilizi, con il mercato del mattone fermo, rischia il fallimento. Ed è allora che interviene in suo aiuto Enrico Cuccia. L’allora consigliere delegato di Mediobanca impone nel 1989 la quotazione in Borsa della Premafin, chiedendo al mercato di salvare il finanziere suo conterraneo, che è diventata una pedina fondamentale nel suo sistema di partecipazioni incrociate. La valutazione attribuita a Premafin è a dir poco generosa: oltre mille miliardi, più di 14 volte gli utili di un anno che non si ripeterà mai più. Ma l’operazione riesce e Ligresti risorge.
«Pioveva che pareva il diluvio universale, era domenica pomeriggio. Mi telefonò il capocantiere: “Don Salvatore, lo scavo rischia di smottare, e se crollano i
cinema attorno con le persone dentro…”. Gli dissi: richiama tutti i ragazzi che puoi, altre betoniere, raddoppia il lavoro. Poi andai sul cantiere, stivaloni e cerata, e mi piazzai al centro dello scavo, nel punto più profondo. Perché pensai: se veramente crolla tutto, io resto sotto e non devo dare i resti a nessuno». Così nel processo per le tangenti Eni-Sai, per il quale aveva fatto anche tre mesi di carcere, Ligresti aveva ricordato la sua prima grande operazione immobiliare, lo scavo dei parcheggi sotterranei di corso Matteotti, un quarto di secolo prima. Passata Tangentopoli, finita l’era del capitalismo di relazioni, lasciato il testimone ai tre figli (Jonella, Giulia, Paolo), l’Ingegnere si ritrova, alla veneranda età di 79 anni, con lo stesso piglio di fronte a un bivio decisivo. Unicredit e Mediobanca gli hanno concesso due anni di tregua, ma con le attività assicurative del suo gruppo sempre più in passivo (le perdite di Fonsai sono triplicate l’anno scorso a oltre 900 milioni di euro) e i grandi cantieri milanesi (Palazzo Lombardia, Porta Nuova Garibaldi, le Varesine, ecc.) in sofferenza per la cronica carenza di liquidità e la stagnazione del mercato, riuscirà a don Salvatore quest’ennesimo azzardo?