Banche, stress test superati Ora la prova del nove in Borsa

Le cinque italiane promosse con ampio margine. Di Intesa Sanpaolo il miglior core Tier1 al 2012: 8,9%. In coda Banco Popolare, con il 5,7 per cento

Prova del nove superata per le banche italiane. Tutti e cinque gli istituti di credito nazionali che hanno partecipato allo stress test europeo (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Banco Popolare e Ubi Banca) hanno passato a pieni voti l’esame della European Bank Authority (Eba), superando «con ampio margine» il valore di riferimento del 5% del core Tier 1, ha spiegato venerdì 15 luglio Fabrizio Saccomanni, dg di Bankitalia, che spera che l’esito degli stress test possa ridimensionare la pressione sulle banche italiane. «Speriamo di averci dato un taglio con oggi (ieri per chi legge, ndr)», ha commentato il dg. Bisognerà, infatti, vedere quale sarà la reazione dei mercati lunedì 18 visto che i risultati sono stati diffusi venerdì sera alle 18, ossia a Borsa chiusa. Lo stress test ha riguardato complessivamente 90 gruppi bancari di 21 Stati membri. Non tutte le banche estere sono state però promosse: dai risultati pubblicati dall’Eba (che non ha fornito i nomi) si è appreso infatti che otto istituti esteri sono stati bocciati e che le banche europee vicine alla soglia del core Tier 1 tra il 5-6% sono 16. Andando a esclusione, tra i bocciati ci sono due istituti greci, un austriaco e cinque spagnoli. Complessivamente, inoltre, si è appreso che le principali banche europee avevano a fine 2010 un’esposizione totale aggregata di quasi 200 miliardi sul debito sovrano di Grecia, Portogallo e Irlanda (di cui la metà verso Atene). Tornando all’Italia, applicando le severe condizioni ipotizzate nello stress test, alla fine del 2012 «la media ponderata del core tier 1 post-stress per i cinque intermediari sarebbe del 7,3%», spiega Bankitalia, aggiungendo che la media è molto vicina a quella delle banche europee. In pole position c’è Intesa Sanpaolo che, in uno scenario avverso, avrebbe un core Tier 1 dell’8,9%, seguita da Ubi Banca con il 7,4%, da Unicredit con il 6,7% e da Mps con il 6,3 per cento. Ultima nei top five è il Banco Popolare con un livello del 5,7 per cento. Le banche italiane «hanno margini sufficienti per assorbire ulteriori peggioramenti delle condizioni di mercato grazie alla loro prevalente natura di banche radicate nell’economia reale e sul territorio», ha commentato Saccomanni, che poi ha precisato che nessuna delle banche italiane è compresa in quell’area grigia stabilita dall’Eba fra il 5 e il 6% del core Tier1, ovvero appena sopra la soglia del 5%, che impone maggiore attenzione. Anche il Banco Popolare (che è apprunto al 5,7% ndr) «ha un risultato più vicino al 6% – ha detto il dg di Via Nazionale – e, oltretutto, ha una esposizione del tutto marginale con Paesi con il debito sotto pressione, le due condizioni richiamate dall’Eba». Dal canto suo, il presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari, ha aggiunto che gli istituti italiani hanno confermato «di essere solidi e pronti ad affrontare il futuro, anche nell’eventualità di un severo peggioramento del ciclo economico». Il vero tema da capire ora è quanto i mercati si basino su queste analisi e quanto, invece, facciano riferimento ad aspetti relativi al rischio sistema-Italia nel suo complesso. Secondo diversi analisti, il risultato sugli stress test è un giudizio parziale. Al di là del risultato (positivo) degli stress test, il punto interrogativo è dato dalla solidità delle ipotesi con cui è stato costituito l’esame. Un primo assaggio del rischio che le premesse del test siano deboli si è visto negli ultimi giorni: oscillazioni così violente degli spread e delle quotazioni dei Btp difficilmente sono state comprese all’interno della costruzioni dei parametri usati dall’Eba per effettuare la prova di forza degli istituti bancari europei. Inoltre, resta fuori il problema dell’enorme esposizione sul debito pubblico nostrano, monitorato solo in parte. Questi test prendono, infatti, in considerazione solo una piccola parte dell’esposizione ai debiti sovrani, tralasciando i titoli di Stato contenuti nel banking book, che ne costituiscono la porzione principale (intorno all’80%, in media). Secondo alcuni esperti, infatti, se invece questa voce fosse messa sotto esame, la fotografia sarebbe ben diversa e getterebbe ombre oscure sulle banche, anche su quelle italiane