Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

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La riforma dei fondi pensione in partenza dal 1° luglio, tra adesioni automatiche dei neo-assunti e portabilità, può rappresentare l’inizio di una nuova fase per il mercato previdenziale italiano: da un lato contribuendo a ridurre il gap pensionistico di milioni di lavoratori, dall’altro creando nuove opportunità di crescita per banche, assicurazioni e consulenti finanziari. Il provvedimento si inserisce in un contesto caratterizzato da una crescente necessità di integrare la pensione pubblica, soprattutto per i contributivi puri, ovvero senza anzianità precedente al 1996, coincidente grosso modo agli under 50. A ciò si aggiunge una diffusa carenza di conoscenze previdenziali, come segnalano le indagini più recenti. Questa scarsa consapevolezza va di pari passo con un deficit di consulenza previdenziale. In base a uno studio del 2025 di Sella sgr, solo il 35% degli italiani ha discusso di previdenza con un interlocutore. Secondo le stime elaborate dalla società di consulenza C2Partners, per riportare il tasso di sostituzione dei contributivi puri ai livelli medi delle generazioni precedenti sarebbero necessari circa 60 miliardi di euro di contributi aggiuntivi ogni anno, equivalenti a oltre 6.400 euro annui per persona.
Nell’attesa di sedersi al tavolo per stabilire i termini del probabile divorzio bancassicurativo, con la joint venture che scadrà il 19 ottobre 2027, Axa e Monte dei Paschi di Siena hanno deciso intanto di brindare ai risultati raggiunti grazie alla storica partnership, avviata nel 2007, assegnandosi una maxi cedola di oltre 270 milioni. La compagnia Vita, Axa Mps Vita, guidata dal maggio 2025 dall’amministratrice di Axa in Italia, Chiara Soldano, con Nicola Maione alla presidenza (espressione del Monte), dopo aver chiuso il 2025 con un risultato netto di 86 milioni, ha stabilito di pagare un dividendo agli azionisti pari a 211 milioni. Somma cui si è aggiunta una cedola di altri 60 milioni derivante dalla joint venture Danni, Axa Mps Danni (con lo stesso assetto di governance), che nel 2025 ha registrato un risultato netto 52 milioni.
L’Ordine degli attuari sta lavorando ad alcune proposte per risolvere le problematiche sulle rendite vitalizie legate alla previdenza complementare. A renderlo noto è stato il presidente del Consiglio Nazionale degli Attuari, Nino Savelli, chiamato in audizione alla Camera dalla commissione parlamentare di inchiesta sugli Effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica in atto. I dati rivelano che, al momento, più del 90% degli iscritti ai fondi pensione preferisce prendere il capitale al momento delle pensione, nonostante una tassazione penalizzante, con il venir meno della funzione di integrazione alle pensione di questi strumenti. L’ultima legge di Bilancio ha previsto, accanto alla rendita vitalizia, nuove modalità di erogazione più flessibili, tra cui la cosiddetta «rendita a durata definita», che consente di distribuire il montante su un periodo determinato – anche parametrato alla speranza di vita – o tramite prelievi flessibili, mantenendo il capitale in gestione e consentendo il trasferimento del residuo agli eredi.

Favorire il contributo del sistema bancario per finanziare (anche col supporto delle garanzie Ismea) gli investimenti delle imprese agricole per la difesa attiva contro gli eventi catastrofali. E per sostenere, col sostegno dello Stato (in forma di contributi pubblici), l’accesso agevolato al credito anche da parte delle aziende colpite da eventi calamitosi non assicurati o non assicurabili. Tradotto: per realizzare le difese attive contro i rischi climatici da parte delle imprese dell’agribusiness serve la partecipazione coordinata delle banche che erogano i finanziamenti, dell’Ismea che concede le garanzie alle banche e dello Stato che eroga contributi per ridurre i tassi di interesse e i costi delle polizze delle assicurazioni private. Sono queste, in sintesi, le conclusioni dell’intervento del direttore generale dell’Abi, Marco Elio Rottigni, in occasione della prima convention annuale della Fondazione Mario Ravà, tenutasi il 27 maggio 2026, a cui hanno partecipato il capo di gabinetto del ministero dell’agricoltura, Raffaele Borriello, la vice presidente delle Bei, Gelsomina Vigliotti, le associazioni di rappresentanza delle imprese agricole (che entreranno nella base di riferimento della fondazione) e quelle dei professionisti operanti nel settore
L’agricoltura non si difende contro il rischio ecologico, assicurata meno di una azienda su cento. A quasi cinquant’anni dal disastro di Seveso, l’Italia produttiva resta scoperta davanti ai reati ambientali. Solo lo 0,89% delle imprese nazionali dispone di una polizza per la responsabilità ecologica. Lo rivela l’Osservatorio Pool Ambiente, consorzio di coassicurazione, su dati Ania. Nonostante il +32,6% nel 2023 (8.696 contratti), il Paese sconta un profondo divario culturale, che diventa ancor più evidente nell’agricoltura. Il comparto primario, non figurando sul podio dei settori più coperti, dove si trovano rifiuti (22,62%) e chimica (14,08%), emerge come il più vulnerabile. Tra pesticidi, sversamenti e gestione dei reflui zootecnici, il rischio di contaminazione di suolo e falde è molto alto, amplificato da eventi climatici estremi. Eppure, le aziende agricole figurano nella macro-area civile e commerciale che raccoglie appena lo 0,16% delle polizze. Le conseguenze economiche sono pesanti: i costi di bonifica variano da 200mila a 4 milioni di euro. Dal 2006, ben 20mila imprese sono fallite per non aver potuto sostenere tali spese e Ispra ha censito 484 “siti orfani” costati allo Stato 500 milioni. A livello territoriale, Veneto (2,11%) e Friuli (1,11%) sono le sole regioni virtuose oltre l’1%; la Campania è maglia nera (0,42%). «Manca una cultura matura», avverte Tommaso Ceccon, presidente di Pool Ambiente.
Il Dpo non paga i danni causati dall’hacker. L’impresa o la PA, vittima di una truffa informatica, non ha diritto di rivalersi sulla società incaricata come Dpo (responsabile della protezione dei dati). La società-Dpo, infatti, non può essere condannata al risarcimento: ciò perché le decisioni sulle misure di sicurezza e la loro predisposizione spettano, infatti, al titolare del trattamento (e cioè all’impresa/PA) e non al Dpo. È questo l’innovativo principio, estensibile anche ai professionisti che fanno i Dpo, affermato dal Tribunale di Firenze, sezione terza civile, con la sentenza n. 3034 del 29 maggio 2026, la quale analizza per la prima volta il problema della responsabilità civile del Dpo, funzione obbligatoria in tutte le PA e in molte imprese e altri soggetti privati. Nel caso specifico il Dpo è riuscito a scamparla, ma la pronuncia non sbarra la strada alla possibilità che l’impresa/PA riesca a farsi risarcire per inadempimenti contrattuali. In effetti, il Dpo (funzione svolta anche da molti professionisti, tra cui avvocati e commercialisti) è una figura ibrida, dai compiti non ben definiti: deve informare e consigliare, ma deve anche vigilare che la privacy sia rispettata. E proprio da queste promiscuità normativa potrebbero emergere profili di rischio per il Dpo, che deve imparare a erigere preventive barriere difensive.
Procedure aggiornate e uniformi nell’Ue per i controlli sui veicoli che trasportano merci pericolose su strada. Controlli che possono essere di due tipi: a campione sulla rete stradale – con, in caso di infrazione, messa in regola o immobilizzazione del mezzo – o controlli preventivi presso i locali delle imprese che trasportano o gestiscono merci pericolose, in particolare se sono state riscontrate violazioni durante i controlli stradali. A regolamentarli è il decreto 13 aprile 2026 del ministero delle infrastrutture e dei trasporti, pubblicato in Gu n. 125 dell’1/6/2025, che recepisce la direttiva Ue 2022/1999 e la direttiva Ue 2025/1801 che adegua al progresso scientifico e tecnico gli allegati I e II della direttiva 2022/1999. Le nuove disposizioni si applicheranno dal 24 giugno 2026 e dovranno essere seguite da un decreto del ministero dell’interno.
Cambia la classificazione delle attività gravose che consentono il prepensionamento. Con il messaggio n. 1808/2026, l’Inps infatti ha fornito chiarimenti in ordine alla nuova classificazione delle professioni adottata dall’Istat per l’individuazione delle attività il cui svolgimento consente l’accesso all’Ape sociale, alla pensione anticipata per i lavoratori precoci, alla pensione di vecchiaia e alla pensione anticipata, con disapplicazione dell’adeguamento dei requisiti pensionistici agli incrementi della speranza di vita. La legge 232/2016 e la legge 205/2017 hanno individuato le attività gravose che danno diritto a pensionamenti agevolati mentre successivi decreti e leggi hanno aggiornato e ampliato l’elenco delle professioni gravose.
Prosegue la corsa dei pagamenti digitali in Italia, mentre registrano un balzo quelli contactless e i bonifici bancari. Quasi scomparsi gli assegni. È quanto emerge da un report del Centro studi di Unimpresa su dati Bankitalia secondo cui le carte di debito si confermano il principale strumento di pagamento degli italiani. Nel 2025 le operazioni effettuate con carte di pagamento hanno raggiunto quota 12,3 miliardi, in aumento del 13,5% rispetto ai 10,9 miliardi del 2024, mentre gli importi movimentati sono saliti da 469 a 506,3 miliardi di euro (+8%). Parallelamente continua la riduzione del ricorso al contante: le operazioni di approvvigionamento sono scese da 1,1 a 1,1 miliardi (-5,5%) e gli importi prelevati sono diminuiti da 352,2 a 340 miliardi di euro (-3,5%). Sempre più forte anche la crescita del contactless, che ha raggiunto 8,56 miliardi di operazioni (+25,4%), e dei bonifici istantanei, aumentati del 144,7% in numero e del 150,1% in valore. Nel 2025 le operazioni effettuate con bancomat e carte di debito hanno raggiunto 7,752 miliardi, in aumento del 15,6% rispetto all’anno precedente, per un controvalore di 305,6 miliardi di euro (+9,7%). Crescono anche le carte di credito, con 1,829 miliardi di transazioni (+6,9%) e 113,1 miliardi di euro movimentati (+4,2%), e le carte prepagate, che registrano 2,803 miliardi di operazioni (+12,5%) e 87,6 miliardi di euro di importi (+6,9%)
Allianz Bank Financial Advisors ha riunito oltre 2.300 consulenti finanziari e i migliori Agenti Allianz S.p.A. alla Convention annuale “Beyond The Horizon” svoltasi giovedì 28 maggio presso il centro congressi Allianz MiCo di Milano. L’evento ha delineato la visione strategica della Banca per i prossimi anni, confermando il ruolo centrale della consulenza evoluta e della relazione con il cliente. Paola Pietrafesa, amministratore Delegato di Allianz Bank Financial Advisors, ha detto: «Andare oltre l’orizzonte significa dotarsi oggi delle competenze e della lucidità necessarie per prendere decisioni migliori, con responsabilità e visione. “Beyond The Horizon” non è solo il titolo della nostra Convention, ma rappresenta un impegno concreto: quello di accompagnare i nostri consulenti e i nostri clienti oltre la complessità, con strumenti evoluti, visione strategica e una relazione umana sempre più solida e consapevole. In uno scenario in continua trasformazione, il cliente non cerca solo risposte: cerca qualcuno di cui fidarsi. Per noi l’intelligenza artificiale può diventare un elemento centrale come leva abilitante per liberare tempo e valore, consentendo ai consulenti di dedicarsi ulteriormente alla relazione con il cliente. Proprio per questo nessuno strumento tecnologico potrà mai sostituire il ruolo del consulente finanziario».

In una fase di inverno demografico e di profonde rivoluzioni e innovazioni tecnologiche, le politiche di age management che guardano a giovani e personale senior sono una delle sfide più avvertite per le aziende lombarde. E non solo. Se è vero che l’87% dichiara di aver messo in campo, anche simultaneamente, più azioni per gestire, al meglio, under 30 e over60. Per i primi le misure più diffuse spaziano dai programmi di mentoring a nuove opportunità di crescita e di carriera, e passano anche per la concessione dello smart working. Per i secondi, anche in funzione della specifica seniority acquisita in azienda, si va dalla flessibilizzazione dell’orario di lavoro agli adattamenti ergonomici del posto, ai percorsi di riqualificazione (up/reskilling). Significativo è anche che un 9% di imprese lombarde (con over 60 in organico) propone ai lavoratori di rimanere in azienda dopo la pensione, anche a causa delle difficoltà di reperimento di determinate tipologie di figure professionali. Poco diffusi sono il cambio di attività o mansioni in funzione dell’età e delle competenze (7%) e gli incentivi all’uscita anticipata (3%). È questo uno degli aspetti più interessanti che emerge dal rapporto curato da Confindustria Lombardia in collaborazione con le nove associazioni territoriali lombarde nell’ambito dell’Indagine Lavoro svolta annualmente dal sistema Confindustria, che viene presentato oggi a Milano, e che fornisce una serie di indicazioni sulla gestione delle risorse umane elaborate sulla base delle informazioni raccolte tra circa 800 imprese associate.
I distretti agroalimentari made in Italy dal settore lattiero caseario lombardo all’ortofrutta dell’Emilia Romagna, dal salumi modenesi ai dolci del Piemonte si dimostrano più forti delle turbolenze internazionali e in molti casi presentano performance migliori rispetto alla media dei settori di riferimento. È quanto emerge dall’ultima edizione del “Monitor dei distretti agroalimentari italiani” di Intesa Sanpaolo che monitora 51 distretti chiave del made in Italy agroalimentare che, nel corso del 2025, hanno registrato un giro d’affari aggregato che ha sfiorato quota 30 miliardi con un progresso rispetto al 2024 del 4,1%. Un monitoraggio realizzato dalla Direzione Agribusiness nell’ambito della Divisione Banca dei Territori guidata da Stefano Barrese e che, tuttavia, non è tutto rose e fiori. Non mancano, infatti, le difficoltà come evidenziato dai distretti vitivinicoli del Piemonte e del Veneto. Dal Monitor di Intesa Sanpaolo emerge poi il protagonismo del comparto agricolo che, con un fatturato cresciuto del 12,3% (a quota 504 milioni), ha fornito un contributo significativo alla crescita generale.
ll danno morale catastrofale va risarcito anche se l’agonia dura poche ore, quando la vittima resta cosciente e percepisce la gravità della propria condizione e l’approssimarsi della morte. Lo afferma la Cassazione con la sentenza 16890, pubblicata il 29 maggio 2026, sul risarcimento dovuto ai familiari di un minore precipitato nella tromba delle scale di un edificio abbandonato sito nel comune di Napoli. La vicenda accade nel 2005: un ragazzo si introduce in un edificio al rustico (privo, secondo la ricostruzione processuale, di adeguate chiusure ai varchi e protezioni interne) e cade dal sesto piano, morendo alcune ore dopo. Nel processo penale erano state pronunciate la condanna generica al risarcimento e la provvisionale, poi confermate in appello.
Con l’ordinanza 11223/2026, la Corte di cassazione interviene sul contratto di agenzia, chiarendo le modalità di recesso per giusta causa dell’agente rispetto a quelle della preponendo. Il caso trae origine dal recesso per giusta causa di un promotore finanziario, a cui la società preponente si era opposta chiedendo in giudizio anche il pagamento dell’indennità di mancato preavviso e di una cospicua penale per violazione del patto di stabilità. La Corte d’appello di Roma aveva ritenuto inammissibili i motivi di recesso aggiuntivi presentati dall’agente solo in corso di causa, negando la sussistenza della giusta causa.
Il venditore risponde dei gravi difetti dell’edificio anche quando la costruzione sia stata eseguita da un appaltatore diverso dal venditore, se questi ha conservato poteri di direttiva o di controllo sull’opera eseguita dall’appaltatore. Lo afferma la Cassazione con l’ordinanza 16894/ 2026. La vicenda riguarda un edificio in riferimento al quale era stata denunciata la sussistenza di gravi difetti. Gli attori avevano chiamato in responsabilità il venditore con l’azione di cui all’articolo 1669 del Codice civile, secondo la quale l’appaltatore è responsabile nei confronti del committente per i gravi difetti presenti nell’edificio costruito. La società convenuta aveva invece sostenuto di non essere la costruttrice dell’edificio, ma “solo” la venditrice, poiché l’opera era stata realizzata da un’altra società, affidataria del lavoro di costruzione in base a un contratto di appalto.
I dati generati dall’utilizzo dell’auto aziendale rappresentano diamanti grezzi: elementi ad alto potenziale ma ancora non rifiniti. Solo attraverso processi strutturati di pulizia, integrazione e analisi avanzata è possibile estrarne valore concreto. Le aziende che investono in data strategy, data governance e strumenti di analytics sono oggi quelle in grado di trasformare questa materia prima in vantaggio competitivo misurabile, migliorando le decisioni operative e strategiche. È proprio questo il punto. Le società di telematica oggi, grazie anche al ritmo incalzante dell’IA, potrebbero erogare servizi sfavillanti, ma è necessario che i loro principali clienti, i noleggiatori, vogliano e siano in grado di investire in processi e persone. E che a valle, i clienti finali siano disposti a riconoscere commercialmente questi sforzi. Una recentissima indagine della divisione digital di Aniasa evidenzia come il dato sia ormai considerato un asset strategico per i noleggiatori. Tuttavia emergono una serie di criticità strutturali che stanno rallentando l’evoluzione data-driven del settore. Tra cui la complessità nella gestione di volumi informativi sempre più elevati, la difficoltà di normalizzare dati provenienti da ambienti eterogenei, le restrizioni imposte dalle case automobilistiche sull’accesso alle informazioni generate dal veicolo e le crescenti implicazioni normative in materia di privacy e trattamento dei dati.