Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

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La compagnia inglese Hiscox, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, punta a rilevare Global Assistance stringendo la presa sull’Italia. Lo scorso maggio il gruppo assicurativo, che alla borsa di Londra capitalizza oltre 5,8 miliardi di sterline, ha deciso di aprire una branch italiana nominando Massimo Fedeli nel ruolo di managing director. L’obiettivo del manager ex Zurich e National Suisse dovrà essere di coordinare lo sviluppo commerciale e le partnership di Hiscox con i broker sul territorio nazionale. Ma non è stata l’unica mossa sull’Italia e altre potrebbero presto aggiungersi.
L’adozione dell’AI sta crescendo rapidamente nelle imprese europee, ma «l’utilizzo intensivo che guida la trasformazione e genera vantaggi macroeconomici rimane raro». È quanto emerge da un’analisi di alcuni economisti della Bce. Secondo un’indagine di Francoforte su oltre 5 mila aziende nell’Eurozona nell’ultimo trimestre del 2025, oltre il 70% delle imprese utilizza l’AI, ma in modo moderato. Solo il 7% ne fa un uso intensivo, più comune tra imprese giovani e orientate ai servizi. L’intelligenza artificiale è considerata un motore di crescita della produttività. Tuttavia «la semplice adozione dell’AI non garantisce miglioramenti misurabili nell’efficienza delle aziende. Ciò che conta è l’uso che viene fatto della nuova tecnologia», osservano gli autori. «Le aziende che applicano l’AI ai processi chiave tendono a generare più valore rispetto a quelle che ne limitano l’utilizzo a compiti periferici o di routine». Un uso intensivo, soprattutto se legato all’innovazione e all’espansione di prodotti e servizi, ha maggiori probabilità di incrementare la produttività e sostenere la crescita economica. Finora, tuttavia, pochissime imprese europee utilizzano l’AI in modo intensivo. «Le imprese in una fase iniziale di adozione citano spesso la riduzione dei costi e il miglioramento dell’efficienza operativa come motivi principali per l’utilizzo dell’AI», sottolineano gli economisti Bce. «Gli utenti intensivi sono più spesso motivati dalla crescita e dall’innovazione».
Nel 2025, grazie all’Arbitro Bancario Finanziario (Abf), l’organismo di risoluzione stragiudiziale delle controversie contro le banche sostenuto dalla Banca d’Italia, i clienti si sono visti riconoscere 11 milioni di euro, di cui poco meno di 8 milioni già restituiti. Il dato emerge dalla relazione dell’Abf sul 2025 presentata ieri: i ricorsi sono stati in totale oltre 13.500, in leggero calo rispetto all’anno precedente (-3%), ma il contenzioso ha ripreso a crescere nella seconda parte dell’anno e nei primi mesi del 2026. Ad aumentare sono ancora i ricorsi legati a utilizzi fraudolenti di carte, bonifici e conti, che rappresentano oltre un terzo del totale, sebbene restino molto contenuti rispetto al totale delle transazioni. In calo, invece, quelli relativi alle estinzioni anticipate dei finanziamenti contro cessione del quinto dello stipendio (Cqs). Dei 12.500 ricorsi decisi dai Collegi il 56% si è concluso con un esito sostanzialmente favorevole ai clienti e resta elevato il tasso di adesione degli intermediari alle decisioni dell’Arbitro: al 94% anche nel 2025, escludendo la Cqs.
I finanziamenti alle famiglie italiane continuano a crescere anche nel 2026, ma con motori diversi rispetto al 2025. Nel primo trimestre l’accelerazione del credito al consumo (+4,9% le erogazioni dopo un 2025 che ha segnato il +2,4%) è stata sostenuta dai finanziamenti per l’acquisto di auto e moto (+6,2%) e dalla cessione del quinto dello stipendio e della pensione (+7,5%), mentre è rallentata la corsa dei mutui casa (+4%) e sono crollate le surroghe (-66,8%). È la fotografia scattata dalla 60ª edizione dell’Osservatorio credito al dettaglio di Assofin, Crif e Prometeia. Il quadro che emerge è quello di un mercato ancora tonico, sostenuto dalla buona tenuta dell’occupazione e del potere d’acquisto delle famiglie, ma che inizia a risentire dell’incertezza geopolitica e delle attese per l’evoluzione di inflazione e tassi. Dopo un 2025 positivo, il credito al consumo si conferma il comparto più dinamico.
L’economia italiana crescerà dello 0,6% nel corso del 2026. Questo grazie all’incremento atteso dei consumi delle famiglie (+0,6%) e degli investimenti (+1%). Mentre la domanda estera netta contribuirà negativamente alla crescita (-0,2 punti percentuali). Questa la fotografia scattata dall’EY Italian Macroeconomic Bulletin. La crescita dei consumi sarà sostenuta da un mercato del lavoro ancora solido, con un tasso di disoccupazione atteso al 5,6% nel 2026, mentre gli investimenti beneficeranno soprattutto della crescita nel settore delle abitazioni.
La barriere normative da una parte e lo scetticismo di società di gestione e banche reti dall’altra hanno creato in tutta Europa un paradosso: gli investitori sono sempre più interessati alle criptovalute, ma ci investono all’insaputa del loro consulente. È proprio questo cosiddetto divario di gestione il principale elemento che emerge dallo European Wealth Management & Digital Asset Report di CoinShares, un sondaggio condotto su 261 professionisti europei della consulenza finanziaria. L’Italia, in questo contesto, rappresenta l’esempio virtuoso. Secondo lo studio solo il 12% dei consulenti italiani segnala un divario di gestione superiore al 50%, il dato più basso tra i cinque mercati analizzati. Il 15% dei consulenti italiani raccomanda attivamente gli asset digitali, la quota più alta d’Europa «perché il modello relazionale diretto consente di agire negli spazi disponibili», evidenzia il report. Infine l’Italia si distingue come mercato orientato al prodotto: il 55% dei consulenti indica lo strumento degli Etp come leva principale per l’accesso della clientela alle cripto.

Con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale n. 134 del 12.06.26 del dpcm 20 aprile 2026 viene finalmente adottato il Piano nazionale per la non autosufficienza 2025-2027 e disposto il riparto del relativo fondo. Si chiude così una fase di incertezza durata oltre un anno, durante la quale molte regioni per evitare l’interruzione dell’assistenza hanno anticipato risorse proprie in attesa del nuovo provvedimento. La vera novità del Piano, tuttavia, risiede nel tentativo di raccordare la programmazione della non autosufficienza con la riforma della disabilità introdotta dal dlgs 62/2024. Il riferimento costante alla valutazione multidimensionale, alle équipe multiprofessionali, al progetto di vita individuale (Pdv) e al budget di progetto segnala, infatti, un cambiamento di prospettiva. All’obiettivo di garantire prestazioni o contributi economici, si aggiunge quello di costruire percorsi personalizzati capaci di tenere insieme bisogni sanitari, sociali, educativi, abitativi e lavorativi.

Crédit Agricole, tramite una partecipazione diretta e una posizione sintetica ottenuta attraverso derivati, sarebbe già al 29,9% di BancoBpm. A riportare l’indiscrezione è stata ieri l’agenzia stampa Adnkronos. Dalla banca francese non è arrivato alcun commento. Da tempo, d’altra parte, si susseguono rumor circa una possibile salita della banque verte nel capitale dell’istituto di Piazza Meda, la cui quota è ufficialmente attestata al 22,9% secondo i dati al 31 marzo. L’istituto transalpino ha inoltre ottenuto dalla Bce l’autorizzazione a superare la soglia del 20%, a condizione di non oltrepassare il 30%. Sebbene manchino conferme ufficiali, è realistico che la banca francese si stia posizionando a ridosso della quota limite autorizzata da Francoforte, o sia in procinto di farlo, attraverso l’utilizzo di strumenti derivati. Tecnicismi a parte, il rafforzamento di Crédit Agricole risponde a una logica precisa e va letto nel contesto del risiko bancario italiano.
Un tema all’attenzione dei fondi pensione, in vista della prossima erogazione delle nuove prestazioni pensionistiche complementari introdotte dalla legge di Bilancio 2026, è il trattamento fiscale da applicare ai valori rivenienti per effetto del mantenimento in gestione del montante presso il fondo pensione fino all’esaurimento dell’erogazione delle nuove prestazioni pensionistiche previste dal comma 3-bis dell’articolo 11 diverse dalla rendita vitalizia. Il nuovo comma 3-quinquies, articolo 11, Dlgs 252/2005, prevede che «le prestazioni di cui al comma 3-bis sono erogate direttamente dalla forma pensionistica complementare e il relativo montante è mantenuto in gestione». Ne consegue che gli importi erogati quali ratei delle nuove prestazioni pensionistiche potranno variare nel tempo per effetto dei risultati, positivi o negativi, del mantenimento in gestione dei montanti. Nessuna disposizione chiarisce quale sia il trattamento fiscale dei maggiori o minori valori rivenienti dal mantenimento della gestione nella fase di erogazione delle nuove prestazioni pensionistiche. Poiché tali valori potranno essere positivi o negativi, dipendendo essi dal risultato della gestione, appare da escludere l’applicazione dell’articolo 44, comma 1, lettera g-quinquies, del Tuir, che per le rendite vitalizie prevede l’applicazione dell’imposta sostitutiva del 26% sui «redditi derivanti dai rendimenti delle prestazioni pensionistiche di cui alla lettera h-bis del comma 1 dell’articolo 50», trattandosi di disposizione che, appartenendo alla categoria dei redditi di capitale, è applicabile solo nel caso di redditi certi e determinati, come, nel caso di rendite vitalizie, le cosiddette “rivalutazioni” che si aggiungono alla prestazione erogata e cristallizzatasi al momento di accesso alla stessa.
La previdenza complementare integra quella obbligatoria con l’obiettivo di aumentare il reddito pensionistico futuro e, tramite strumenti come la RITA, consentire anche un’uscita anticipata dal lavoro con un reddito ponte. Il suo ruolo diventa sempre più rilevante alla luce dell’evoluzione del sistema pubblico: da un lato, i requisiti di accesso alla pensione sono destinati a crescere per effetto dell’aumento della speranza di vita; dall’altro, l’importo delle pensioni tende a ridursi, soprattutto con il metodo contributivo, oggi prevalente. Quest’ultimo dipende da variabili come contributi versati, andamento del PIL ed età di pensionamento, elementi che possono determinare assegni significativamente inferiori rispetto al passato. In tale contesto, emerge l’esigenza di rafforzare strumenti integrativi e politiche volte a sostenere l’adeguatezza delle prestazioni previdenziali.
Le pensioni pubbliche che i lavoratori potranno attendersi al termine della carriera saranno, in molti casi, significativamente più contenute rispetto all’ultima retribuzione percepita. È questa una delle evidenze più nette che emerge dalle proiezioni effettuate su quattro lavoratori con età diverse (27, 37, 47 e 57 anni a gennaio 2026). Il confronto è particolarmente utile perché consente di misurare, a parità di ipotesi di base, gli effetti delle regole previdenziali oggi in vigore. Per i tre lavoratori più giovani, iscritti per la prima volta all’Inps dopo il 31 dicembre 1995, la pensione è determinata interamente con il metodo contributivo. Per il lavoratore di 57 anni, che può vantare un’anzianità precedente al 1996 ma inferiore a 18 anni, si applica invece il metodo misto previsto dalla riforma Dini. Cambia quindi il modo in cui i contributi versati nel tempo si trasformano in rendita pensionistica e cambia, soprattutto, il livello di copertura finale offerto dal sistema pubblico.
Alla fine dello scorso marzo, nonostante un quadro congiunturale in rapido peggioramento per lo scoppio del conflitto in Medio Oriente, gli iscritti alla previdenza complementare sono stati 10,6 milioni, mentre le posizioni complessive, comprendenti anche soggetti aderenti contemporaneamente a più forme pensionistiche, hanno sfiorato quota 11,9 milioni: l’1,7% in più rispetto a dicembre 2025. La raccolta complessiva nel trimestre per le varie tipologie di fondi è stata superiore a 4,7 miliardi, in crescita del 12,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Le risorse destinate alle prestazioni, superiori a 262,5 miliardi e corrispondenti in buona sostanza al patrimonio accumulato destinato al pagamento delle future pensioni integrative, sono rimaste invece stabili, con un tendenziale dello 0,2 per cento.
Il confronto internazionale offre all’Italia una lezione chiara: la previdenza complementare non può più essere considerata un accessorio del welfare, ma deve diventare una componente strutturale del rapporto di lavoro, della politica retributiva e della pianificazione finanziaria delle famiglie. Nei Paesi nei quali la pensione pubblica garantisce da tempo livelli di copertura più contenuti imprese, governi e fondi pensione hanno già dovuto affrontare il tema dell’adeguatezza del reddito nella vecchiaia. Ne è derivata una stagione di innovazione che oggi può indicare anche all’Italia una direzione di marcia. La prima evidenza riguarda il progressivo passaggio dai fondi a prestazione definita ai fondi a contribuzione definita, cosa che in Italia è già avvenuta dal 1993. Nei primi, l’obiettivo pensionistico è predefinito e il rischio economico resta prevalentemente in capo all’azienda o al soggetto promotore. Nei secondi è definito il contributo, mentre la prestazione finale dipende dall’entità dei versamenti, dalla durata della partecipazione e dai rendimenti ottenuti. La conseguenza è evidente: se il rischio viene trasferito progressivamente sull’individuo, occorre dotarlo di strumenti più robusti, più comprensibili e più efficaci.
Una quinta lezione che si può trarre dal confronto con gli altri Paesi riguarda le modalità di adesione ai fondi. L’esperienza internazionale mostra che la volontarietà pura difficilmente consente di raggiungere tassi di partecipazione adeguati ai fondi pensione. Perciò si sono diffuse forme di iscrizione automatica o semiautomatica, spesso accompagnate dalla possibilità di recesso. L’obiettivo non è comprimere la libertà di scelta del lavoratore, ma correggere quella naturale inerzia che porta molte persone a rinviare decisioni essenziali per il proprio futuro. L’iscrizione automatica, se ben disegnata, trasforma la previdenza complementare da scelta eccezionale a comportamento normale. Ma non basta aderire: occorre anche versare in misura sufficiente. Molte aziende estere hanno introdotto meccanismi di incremento automatico della contribuzione nel tempo: il lavoratore parte da un certo livello di versamento e, salvo diversa decisione, lo aumenta progressivamente di anno in anno. Nei piani a contribuzione definita, i contributi complessivi si collocano spesso tra il 10% e il 15% della retribuzione, con punte più elevate nei sistemi nei quali la previdenza privata ha un ruolo più centrale.
Dalle 739 del 1999 alle 273 operative al termine dello scorso anno. In circa un quarto di secolo le forme pensionistiche complementari si sono ridotte di quasi due terzi, con un aumento della dimensione media degli operatori che ha rafforzato la capacità di risposta rispetto a scenari sempre più complessi e permesso risparmi di costo grazie a economie di scala. A fine 2025 gli oltre 10 milioni di iscritti alle forme complementari si sono suddivisi tra 33 fondi negoziali o chiusi, 38 fondi aperti, 71 piani individuali pensionistici (Pip) e 131 fondi preesistenti.
La riforma della previdenza complementare inaugura una nuova fase caratterizzata da un’applicazione graduale e da importanti innovazioni operative e di sistema. Tra le principali novità vi è l’introduzione dell’adesione automatica per i lavoratori alla prima assunzione, con un termine ridotto a 60 giorni per esercitare una scelta consapevole, che coinvolge non solo il Tfr ma anche l’eventuale contribuzione datoriale e del lavoratore. Parallelamente, si rafforza il ruolo informativo del datore di lavoro, chiamato a garantire trasparenza e correttezza nel processo di onboarding previdenziale. Cambiano anche le logiche di investimento, orientate a modelli life cycle più coerenti con l’orizzonte temporale degli iscritti, e si amplia la flessibilità delle prestazioni pensionistiche, introducendo nuove modalità di erogazione della rendita. Nel complesso, la riforma punta a incrementare l’adesione e l’efficacia del sistema, ma richiede un elevato livello di consapevolezza da parte degli aderenti e una gestione attenta da parte degli operatori.
La legge 199/2025 (Bilancio 2026) segna un passaggio rilevante per la previdenza complementare. Le nuove disposizioni non incidono soltanto su regole tecniche relative al Tfr o alle prestazioni pensionistiche, ma introducono obblighi organizzativi e informativi che coinvolgono direttamente le imprese. Per le Direzioni HR la previdenza complementare diventa così un tema di compliance, ma anche una componente delle politiche di welfare, total reward e gestione sostenibile del capitale umano.
Le aziende devono fare i conti con molteplici opzioni di gestione del Tfr e della contribuzione, in relazione alle scelte effettuate da un lavoratore entro i 60 giorni dall’ingresso in azienda. Una sorta di piccolo labirinto in cui una prima discriminante è costituita dalla condizione che il neoassunto dopo il 30 giugno sia al primo rapporto di lavoro subordinato (privo di una posizione di previdenza complementare), e in quanto tale definito “dipendente di prima assunzione”, o se stia solo cambiando datore di lavoro, e in quanto tale definito “dipendente non di prima assunzione”.
Da quest’anno, il Tfr dei dipendenti che scelgano o abbiano scelto di mantenerlo in azienda, in realtà deve essere versato al Fondo di tesoreria dai datori di lavoro con almeno 60 dipendenti medi al 31 dicembre 2025 oppure da quelli costituiti nel 2026 con almeno 50 dipendenti medi. Infatti da gennaio trovano applicazione le nuove regole sulle soglie dimensionali introdotte dall’ultima legge di Bilancio (articolo 1, comma 203 della legge 199/2025), al raggiungimento delle quali scatta l’obbligo per le aziende di smobilizzare all’Inps i Tfr non destinati al fondo di pensione complementare. È stata così rimossa la previgente regola che subordinava l’obbligo di versamento del Tfr alla soglia media di 50 dipendenti cristallizzata al 31 dicembre 2006. Da quest’anno la verifica della soglia dei 60 dipendenti deve essere effettuata al 31 dicembre dell’anno precedente, e così, ad esempio, al 31 dicembre 2025 per verificare la decorrenza dell’obbligo dal 1° gennaio 2026. La legge 199/2025 ha altresì fissato soglie dimensionali differenti per i prossimi anni, pari a 50 dipendenti dal 2028 al 2031 e a 40 dipendenti dal 2032.
La riforma della previdenza complementare (legge 199/2025) interviene in modo significativo sulla fase di erogazione delle prestazioni, ampliando le opzioni disponibili al pensionamento, mentre resta invariata la disciplina della RITA, che continua a operare come strumento di accompagnamento anticipato. Viene confermato il limite del 50% per la liquidazione in capitale, ma si introducono nuove modalità di utilizzo del montante: la rendita a durata definita, i prelievi flessibili e l’erogazione frazionata (operativa da ottobre). Queste soluzioni aumentano la flessibilità, consentendo una gestione più personalizzata delle risorse, che restano in parte investite nel fondo. Tuttavia, la maggiore libertà si accompagna a una crescente complessità decisionale, anche per effetto delle differenze fiscali tra le varie opzioni, rendendo essenziale una scelta consapevole che consideri durata della vita pensionistica, livello della pensione pubblica e tutela dei beneficiari.
Dal 31 ottobre prossimo la previdenza complementare italiana sarà chiamata a misurarsi con una delle innovazioni più rilevanti introdotte dalla legge 199/2025 (Bilancio 2026): la piena portabilità del contributo aziendale. La norma, inizialmente prevista dal 1° luglio e poi differita, consente al lavoratore, dopo due anni di partecipazione a una forma pensionistica complementare, di trasferire l’intera posizione maturata verso un altro fondo pensione, mantenendo anche il diritto al versamento del contributo del datore di lavoro previsto dalla contrattazione collettiva. Fino ad oggi, infatti, la scelta del fondo pensione è stata spesso condizionata dalla possibilità di beneficiare del contributo datoriale, che nella maggior parte delle situazioni veniva riconosciuto esclusivamente in caso di adesione al fondo negoziale di riferimento, rendendo economicamente meno conveniente il trasferimento verso un fondo aperto o un piano individuale pensionistico. La nuova disciplina modifica questo equilibrio: il contributo aziendale segue il lavoratore e non resta necessariamente ancorato alla forma pensionistica individuata dal contratto. Il primo impatto riguarderà inevitabilmente le imprese. Non sarà più sufficiente gestire, per ciascun contratto collettivo applicato, un numero limitato di interlocutori previdenziali. La libertà di scelta del lavoratore potrà determinare una maggiore frammentazione dei versamenti, con un aumento della complessità operativa. Per le aziende, però, il tema non sarà solo amministrativo. La portabilità del contributo aziendale incide anche sulla politica di welfare e sul rapporto fiduciario con i dipendenti.
La previdenza complementare italiana si prepara a un passaggio importante. Le novità introdotte dalla legge di Bilancio 2026 e le istruzioni poste in consultazione dalla Covip attribuiscono alle linee di investimento dei fondi pensione un ruolo più centrale rispetto al passato. Non si tratta più soltanto di offrire una gamma di comparti garantiti, obbligazionari, bilanciati o azionari, ma di costruire percorsi capaci di accompagnare l’iscritto lungo l’intero ciclo di vita previdenziale. Il cambiamento è particolarmente rilevante perché si collega al nuovo meccanismo di adesione automatica. Dal 1° luglio 2026, per i lavoratori interessati dalle nuove regole, l’ingresso nella previdenza complementare potrà avvenire anche senza una scelta esplicita. In questo scenario diventa decisivo stabilire dove debbano essere investiti i contributi di chi non ha espresso una preferenza consapevole. La risposta individuata è rappresentata dai percorsi life cycle, strategie che modificano progressivamente il profilo di rischio in funzione dell’età dell’aderente e della distanza presunta dal pensionamento. In realtà tali strategie non sono esclusivamente destinate a coloro che automaticamente saranno iscritti ad un fondo pensione ma potranno essere prescelte anche da tutti gli altri aderenti. La logica è semplice. Un lavoratore giovane, avendo davanti a sé un orizzonte temporale lungo, può sopportare una maggiore volatilità in cambio di un rendimento atteso più elevato. Con l’avanzare dell’età, l’esposizione alle attività più rischiose dovrebbe invece ridursi, per proteggere il capitale accumulato e limitare il rischio di perdite significative nella fase finale del percorso. È il cosiddetto glide path: una traiettoria di progressiva riduzione del rischio che trasforma l’investimento previdenziale da scelta statica a processo dinamico.
I fondi pensione mostrano rendimenti superiori alla rivalutazione del Tfr in quasi tutti gli orizzonti temporali, ma le loro performance sono frutto di una sorta di trappola demografica: con un’alta età media degli iscritti e in costante crescita (dai 42 ai 46 anni in 20 anni), la bassa attitudine all’investimento in titoli di capitale frena i risultati, eclatanti sul mercato azionario. È quanto emerge dalla recente Relazione annuale della Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip), relativa al 2025. Negli ultimi 20 anni il rendimento medio annuo è stato +2,9 per i fondi negoziali e +2,7% per gli aperti, oltre il 2,4% della rivalutazione media annua del trattamento di fine lavoro (vedi infografica a fianco). Il Tfr ha beneficiato della fiammata inflazionistica seguita dall’invasione russa dell’Ucraina, che ha invece pesantemente penalizzato le gestioni previdenziali.
Il Dlgs 252/2005 consente agli iscritti alla previdenza complementare di accedere anticipatamente, in presenza di specifici requisiti, alle somme accumulate tramite anticipazioni, riscatti e RITA, strumenti non modificati dalla legge di Bilancio 2026. Le anticipazioni permettono prelievi parziali per spese sanitarie gravi (fino al 75% in qualsiasi momento), acquisto o ristrutturazione della prima casa (fino al 75% dopo otto anni) e ulteriori esigenze (fino al 30% dopo otto anni), con regimi fiscali differenziati. I riscatti, totali o parziali, sono invece legati a eventi come disoccupazione, invalidità o decesso, con aliquote generalmente agevolate. La RITA, infine, consente un’erogazione frazionata del montante prima della pensione di vecchiaia, fungendo da strumento di accompagnamento al pensionamento. Nel complesso, si tratta di istituti che offrono flessibilità nell’utilizzo delle risorse previdenziali, mantenendo però una disciplina fiscale e condizioni di accesso ben definite.
La previdenza complementare ha la funzione di integrare la pensione obbligatoria e dà diritto alle prestazioni al raggiungimento dei requisiti pensionistici pubblici, con almeno cinque anni di partecipazione. Le prestazioni possono essere erogate in parte in capitale (fino al 50%) e per il resto in rendita vitalizia, con possibilità di liquidazione integrale in capitale in casi specifici; la riforma 2026 ha inoltre ampliato le opzioni introducendo rendita a durata definita, prelievi flessibili ed erogazione frazionata. Dal punto di vista fiscale, il sistema della previdenza complementare è generalmente più favorevole rispetto al Tfr: le prestazioni sono soggette a imposta sostitutiva con aliquota base del 15%, riducibile fino al 9% in base all’anzianità di partecipazione (con trattamento più oneroso solo per l’erogazione frazionata). Al contrario, il Tfr è tassato con il meccanismo della tassazione separata, legato al reddito e soggetto a possibile riliquidazione. Ne deriva che, soprattutto per redditi medio-alti, la previdenza complementare risulta fiscalmente più efficiente, oltre a offrire maggiore flessibilità nelle modalità di erogazione.

Il settore assicurativo si prepara a far fronte a richieste di risarcimento di entità considerevole per le navi danneggiate durante la guerra in Iran. È quanto ha comunicato mercoledì Allianz Commercial. Anche la stessa controllata di Allianz ha ricevuto segnalazioni di sinistri legati al conflitto; in alcuni casi si tratterebbe addirittura di perdita totale delle navi, ha affermato Régis Broudin, responsabile globale per i sinistri nel settore marittimo. Allianz Commercial, secondo quanto dichiarato dalla stessa compagnia, è tra i cinque maggiori assicuratori marittimi e continua a offrire copertura assicurativa per le navi nel Golfo Persico. L’assicuratore non ha ancora fornito dati sul volume concreto dei danni, poiché la situazione rimane instabile. «È chiaro che la perdita di vite umane e i danni materiali – sia alle navi che al loro carico – sono finora le cause principali», ha affermato Broudin. Si prevedono inoltre ulteriori richieste di risarcimento qualora si verifichino danni al carico a causa del fatto che le navi rimangono bloccate in mare per un periodo prolungato. I costi derivanti dai ritardi nel trasporto delle merci, tuttavia, non sono di norma coperti dall’assicurazione.