Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

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Ieri i cda di Montepaschi e delle controllate Mediobanca Premier (la ex Che Banca) e Wise Dialog Bank (ex Widiba) hanno approvato il progetto che ridisegna le attività di Piazzetta Cuccia: investment e private banking, branch estere e il 13,2% di Generali verranno scorporati e girati all’attuale Premier, che cambierà nome in Mediobanca spa. Al contempo avrà luogo la scissione parziale della stessa Premier a favore di Widiba, cui saranno trasferite le reti di consulenti finanziari ex Mediobanca. La doppia mossa è il cuore del piano industriale che Lovaglio ha presentato al mercato a febbraio ma che ha subìto rallentamenti per la sua defenestrazione e lo scontro sul rinnovo del board. Prima comunque bisognerà procedere alla fusione di Mediobanca in Mps, operazione che dovrà incassare il via libera delle assemblee straordinarie previste entro settembre. Tutta la riorganizzazione dovrebbe completarsi entro l’anno. Il progetto viaggia parallelo con l’offerta presentata da Intesa Sanpaolo in tandem con Unipol. Oltre a modificare la struttura del gruppo senese, la fusione potrebbe far incrementare il valore di mercato del Monte. Salendo al 100% di Mediobanca Siena dovrebbe infatti incorporare il valore del 13,7% di flottante residuo che, agli attuali prezzi di borsa, vale 2,9 miliardi. Qualche analista legge così la mossa in termini difensivi sebbene ieri il board di Mps (assistito da Ubs e Bofa e dagli studi Bonelli Erede e White & Case) non si sia sbilanciato sui nuovi scenari di m&a. «Procedono le attività di analisi e valutazione preliminare della proposta di potenziale operazione di aggregazione da parte di Banco Bpm e» dell’opas «notificata da Intesa Sanpaolo», spiega una nota.
In cima alla lista ci sono ovviamente Consob, cui dovrà essere consegnato il documento d’offerta, destinato a diventare prospetto entro l’anno, Bce, Banca d’Italia e Ivass. Come anche l’Antitrust che dovrà fornire il consenso all’operazione che, proprio con l’obiettivo di rispettare i vincoli alla concorrenza, ha già previsto che 635 sportelli ex Mps siano rilevati dal gruppo assicurativo Unipol, insieme al marchio della banca più antica del mondo. Filiali che dovranno poi essere fuse in Bper per dare vita al secondo gruppo bancario italiano con Unipol che, in conseguenza del conferimento, salirà a oltre il 40% della banca, destinata a cambiare nome in Banca Monte dei Paschi. Nei giorni scorsi il presidente di Unipol, Carlo Cimbri, chiamato in audizione alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario, ha confermato che è sostanzialmente definito il perimetro degli sportelli che il gruppo acquisirebbe da Intesa in caso di successo dell’operazione, pari appunto a 635 filiali. «Al limite ne prenderemo qualcuna in più o in meno», ha spiegato Cimbri, precisando che la ripartizione è «frutto di un accordo tra le parti» ed è stata costruita per rispondere alle esigenze poste dalla normativa Antitrust. Ma ora dovrà essere l’autorità alla concorrenza a dire la sua, e non sarà certo la sola.
Bnp Paribas Cardif, compagnia assicurativa del gruppo Bnp Paribas, e Bcc Iccrea, il maggiore gruppo bancario cooperativo italiano che comprende 111 banche, hanno annunciato ieri una doppia operazione. Da un lato la realtà francese ha acquisito una quota aggiuntiva del 19% nella compagnia assicurativa Bcc Vita, arrivando così a detenerne il 70%. Dall’altro la joint venture Italia-Francia nel settore Vita è stata prolungata al 2039.

Le famiglie europee accantonano in media il 15% del reddito netto, percentuale tre volte superiore rispetto a quella delle famiglie americane. Nonostante questo, il numero degli investimenti delle prime risulta inferiore, con circa il 60% delle famiglie negli Usa che partecipa ai mercati dei capitali a fronte del 27% di quelle in Europa. È quanto emerge da uno studio del Boston Consulting Group Henderson Institute, condotto su 13 mila risposte quantitative e qualitative di oltre 5.000 residenti in Germania, Francia, Italia e Spagna. Il risultato è che circa 12 miliardi di euro restano fermi in conti correnti, depositi e strumenti a rendimento zero o quasi. Tradotto, più della metà delle famiglie europee tiene i propri risparmi in strumenti a basso rendimento
I compensi corrisposti dagli intermediari assicurativi ai collaboratori-procacciatori (“Produttori di quarto grato) in regime forfetario sono soggetti alla Certificazione Unica. I percipienti sono esonerati dagli obblighi di fatturazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi, con l’effetto che i relativi dati non sono disponibili nel patrimonio informativo dell’Amministrazione. Consentendosi la trasmissione tardiva della CU, sul piano operativo per le somme corrisposte nel 2024 al punto 6 potrà essere indicato il codice 25. Per la successiva annualità si ritiene più corretto l’uso del codice 24. In tal senso si è espressa l’Agenzia delle entrate con la risposta n. 127 del 22 giugno 2026. La richiesta di un’agenzia assicurativa che si avvale di collaboratori soggetti al regime ‘forfetario’ di cui alla legge di Bilancio 2015, riguarda l’obbligo di emissione e trasmissione telematica della CU per compensi corrisposti agli stessi. A tal proposito, si fa presente che il dlgs n. 1/2024 ha previsto dal 2024 l’esonero da emissione e trasmissione della CU per i soggetti che erogano compensi ai contribuenti che adottano il regime ‘forfetario’. Tuttavia, la risposta ad interpello n. 132 del 13 maggio 2025, con riferimento al caso dei i medici ‘forfetari’ in convenzione con il Ssn, ha specificato che l’obbligo opera in tale circostanza, stante l’esonero disposto per la fatturazione elettronica.
Ok all’IA (intelligenza artificiale) in aiuto dell’arbitro bancario e finanziario (ABF), ma sotto la tutela di un team di umani. A sdoganare l’uso del robot a supporto delle decisioni sui ricorsi di correntisti contro gli istituti di credito è il Garante privacy, che – con il provvedimento n. 380 del 28/5/2026 – ha dato parere favorevole allo schema di regolamento della Banca d’Italia in materia di attività di assistenza all’ufficio dell’ABF. L’intervento del Garante fa emergere il problema dei limiti entro i quali nell’attività di risoluzione delle controversie possano essere usate le IA, senza che il robot emargini o annulli l’apporto umano. Nel caso della Banca d’Italia, l’IA viene usata, innanzi tutto, per analizzare i ricorsi e per estrarre le notizie rilevanti utili alle segreterie dell’ABF. Sempre all’IA si ricorre per il rintraccio nei ricorsi e relativi allegati degli elementi da valutare per stabilire se il ricorso è ammissibile. Il robot è adibito anche alla ricerca di precedenti decisioni su casi analoghi a quelli in decisione e alla stesura della relazione tecnica per il collegio dell’ABF. In dettaglio, gli strumenti di IA sono utilizzati per analizzare le precedenti decisioni dei collegi ABF, previamente anonimizzate, e individuare gli orientamenti espressi sui principali filoni di ricorsi e anche per estrarre e connettere concetti e ricorrenze, facendo emergere, per ogni gruppo omogeneo di ricorsi, sia le decisioni tipiche sia quelle difformi.
Le aggressioni al personale sanitario continuano a crescere in tutta Italia, con cinque regioni ormai in «allarme rosso»: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Campania. Parallelamente si allarga il divario tra gli episodi effettivamente subiti dagli operatori e quelli che vengono denunciati formalmente. È quanto emerge dall’indagine diffusa dal sindacato Nursing Up dopo l’ultimo caso registrato al pronto soccorso del Sant’Orsola di Bologna. L’analisi restituisce «un quadro profondamente diverso da quello di pochi anni fa». Non solo aumentano gli episodi di violenza, ma cambia anche la loro distribuzione geografica, mentre cresce il peso delle aggressioni nei reparti di emergenza-urgenza e nei servizi dedicati alla salute mentale. In Italia sono attivi circa 620 pronto soccorso e Dea, ai quali si aggiungono oltre 300 Servizi psichiatrici di diagnosi e cura: quasi 1.000 strutture sanitarie di frontiera chiamate a gestire le situazioni più delicate.
 Solo il 60% dispone di almeno una copertura assicurativa; le garanzie più specialistiche sono poco diffuse, con la Business Interruption ferma al 4% a fine 2024, solo il 7% delle imprese risultava assicurato contro i rischi catastrofali. Proprio per rafforzare la cultura della prevenzione e della protezione e per garantire l’esistenza e la prosecuzione di molte attività imprenditoriali, è stato siglato, ieri, un accordo tra Cna, Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, e Intesa Sanpaolo e Intesa Sanpaolo Protezione. Per le aziende che siano correntiste di Intesa Sanpaolo, quindi, sarà possibile usufruire di coperture assicurative a condizioni agevolate a tutela di eventuali minacce, derivanti da catastrofi naturali e fenomeni atmosferici estremi. L’accordo, sottoscritto da Otello Gregorini, segretario generale Cna; Stefano Barrese, responsabile della divisione Banca dei territori Intesa Sanpaolo; e Massimiliano Dalla Via, a.d. e d.g. di Intesa Sanpaolo Protezione, punta a far crescere la consapevolezza della cultura del rischio, come leva cruciale di crescita, competitività e continuità aziendale. Inoltre, nelle prossime settimane partirà un roadshow dedicato alle associate su tutto il territorio nazionale.

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Nel 2040 si prevede un aumento delle temperature nel Sud d’Italia e nella costa tirrenica di almeno due gradi che rischia di costare all’Italia fra il 3% e il 5% del Pil. Con l’ultima ondata di caldo il Po ha perso il 60% della portata in una settimana. E potrebbero esserci conseguenze sugli approvvigionamenti potabili. I principali corsi d’acqua sono tutti in sofferenza. A reggere sono i livelli dei grandi laghi, tutti comunque sotto la media. A lanciare l’allarme è l’associazione nazionale dei consorzi per la gestione e tutela del territorio e delle acque irrigue (Anbi), che chiede di accelerare sul piano invasi, proposto con Coldiretti, per aumentare la quota d’acqua trattenuta al suolo, che ad oggi è pari all’11% contro il 30% di Francia e Spagna.

La ricchezza delle famiglie europee è sproporzionatamente allocata in attività poco produttive o “a basso rischio e basso rendimento. È quanto emerge dal rapporto 2026 «Investimenti retail in Europa», frutto della collaborazione di Università Bocconi ed Equita. A differenza di quanto accade in altre economie avanzate, i risparmiatori privilegiano depositi bancari e immobili, privando le imprese di capitali vitali e limitando la propria crescita patrimoniale. La situazione è ancora più marcata in Italia, dove le famiglie mantengono ben il 27,7% della propria ricchezza in liquidità e depositi — il doppio rispetto alla Svezia (13,5%) — mentre la partecipazione diretta al mercato azionario si ferma a un modesto 6,4%, contro il 18,7% del Regno Unito.  Lo studio stima che tale sottoesposizione al mercato azionario si sia tradotta, per le famiglie italiane, in una perdita compresa tra 1,2 e 1,8 punti percentuali di rendimento reale annuo nel corso dell’ultimo ventennio, frenando lo sviluppo economico e penalizzando il benessere finanziario a lungo termine.
Entro il 2036, secondo l’Associazione italiana private banking (Aipb), è stimato un passaggio della ricchezza di circa 470 miliardi per il passaggio generazionale. Una sfida con cui il private banking si sta già confrontando. «Dobbiamo aiutare le famiglie a sviluppare una visione evoluta del rischio, comprendendo che la vera sicurezza non coincide con la conservazione passiva del risparmio, ma con la capacità di investire in un portafoglio in grado di soddisfare i propri obiettivi futuri – sottolinea Andrea Ragaini, presidente di Aipb -. L’industria sta andando verso un modello advice driven, nel quale il valore nasce dalla capacità di integrare competenze diverse, finanziarie, di pianificazione e di governance, attorno ai progetti di vita del cliente». Il settore adegua consulenza e servizi e affianca le famiglie nel processo di pianificazione della successione. «Tra i nostri clienti circa 24 miliardi di euro di masse in gestione (quasi un quinto del totale), saranno oggetto di successione entro il 2035 – commenta Maria Ameli, Head of wealth advisory Banca Generali e consigliere delegato di Generfid -. Abbiamo creato un’area di Family protection & planning, un team dedicato che si occupa della pianificazione del passaggio generazionale e della gestione delle successioni, valutando i rischi fiscali, legali e imprenditoriali. Abbiamo anche alzato l’asticella del servizio offerto dalla fiduciaria Generfid, ampliandone il raggio d’azione».
Sulla previdenza complementare la riforma dal 1° luglio, con il meccanismo del silenzio assenso e la confluenza automatica del Tfr a un fondo pensione in mancanza di una decisione contraria esplicita da parte dei lavoratori neo assunti, si concretizza nel modulo che dovrà essere consegnato dalle aziende. Il modello è stato elaborato da Mefop: si tratta di una bozza in attesa che il ministero del Lavoro adotti formalmente il format. Naturalmente il modello recepisce le indicazioni della legge di Bilancio 2026 e riproduce l’architettura del nuovo sistema: finestra temporale ridotta a 60 giorni, adesione automatica in caso di inerzia del lavoratore, e conseguente destinazione del Tfr alla forma pensionistica collettiva di riferimento. Il modello si basa, per i neo assunti, sulle due opzioni che si fronteggiano: la prima con la destinzione del Tfr maturando, in misura totale o parziale (se consentito dal contratto) al fondo pensione (dalla date di decorrenza dell’adesione che dovrà essere comunicata con un modelli allegato). L’altra scelta è relativa al mantenimento del Tfr in azienda (oppure al fondo di tesoreria presso l’Inps). Quest’ultima decisione – si specifica – sarà sempre modificabile. Nel caso di silenzio assenso – è l’avvertenza- tutto il Tfr e tutta la contribuzione, del datore di lavoro e del lavoratore, dalla data di assunzione verranno versati al fondo pensione collettivo di riferimento.
Non basta il flag sul modulo online per rendere efficace la clausola vessatoria nei contratti conclusi per via telematica: la specifica approvazione richiesta dall’articolo 1341, secondo comma, del Codice civile deve risultare da una firma elettronica, anche nella forma semplice o cosiddetta leggera, purché idonea a manifestare il consenso del contraente all’approvazione specifica della clausola vessatoria. È il principio affermato dalla Cassazione con l’ordinanza 20945 depositata il 20 giugno 2026. La decisione riguarda il tema, di rilievo pratico sempre più frequente, della conclusione online dei contratti e, in particolare, delle modalità con cui devono essere approvate le clausole rientranti nell’elenco dell’articolo 1341, secondo comma, del Codice civile. Al riguardo, la Corte premette il richiamo all’articolo 13, comma 1 del Dlgs 70/2003, per il quale le norme sulla conclusione dei contratti si applicano anche quando si procede per via telematica. Anche nel commercio elettronico, dunque, le clausole vessatorie, richiedono la specifica approvazione per iscritto prevista dall’articolo 1341, secondo comma, del Codice civile.
Nei primi cinque mesi del 2026, l’Ombudsman assicurativo ha ricevuto oltre il 50% di reclami in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’organismo di conciliazione del settore assicurativo sta quindi raggiungendo i propri limiti non solo in termini di personale, ma anche dal punto di vista finanziario. Dopo aver già raggiunto un volume record nel 2024, il numero di reclami è aumentato notevolmente anche nel 2025. Con un totale di 28.904 reclami ricevuti, l’organismo di conciliazione ha registrato un numero di reclami mai visto prima. Ciò si è riflesso sui tempi di elaborazione. Lo scorso anno i procedimenti sono durati in media 77,6 giorni. Sebbene nel complesso siano rimasti al di sotto del termine di 90 giorni previsto dalla legge, i casi complessi si sono talvolta protratti per molto più tempo. Nel frattempo la situazione si è ulteriormente aggravata: sul proprio sito web il Mediatore assicurativo chiede quindi di astenersi dal richiedere informazioni sullo stato di avanzamento delle pratiche
Chi desidera stipulare un’assicurazione può informarsi tramite chatbot come ChatGPT e Claude. In molti casi, questi sistemi basati sull’intelligenza artificiale (IA) forniscono addirittura consigli concreti sulle tariffe. Non è chiaro se ciò sia consentito – né chi sia responsabile in caso di consulenza errata. La Camera di Commercio e Industria Tedesca (DIHK) e l’Autorità di vigilanza finanziaria Bafin sollecitano quindi una soluzione europea uniforme. «Notiamo che i chatbot e gli agenti basati sull’IA forniscono sempre più spesso raccomandazioni concrete sui prodotti o addirittura preparano contratti, entrando così in una zona grigia dal punto di vista giuridico», ha dichiarato al quotidiano Handelsblatt Stephan Wernicke, responsabile legale della DIHK. In Germania, infatti, per fornire consulenza in materia assicurativa a titolo professionale o per mediare la stipula di contratti è necessaria un’autorizzazione. Le applicazioni basate sull’IA, tuttavia, verrebbero sviluppate e utilizzate a livello transfrontaliero, e anche la regolamentazione avverrebbe in gran parte nell’UE, afferma Wernicke. Egli chiede quindi «una soluzione europea che sia giuridicamente sicura e pragmatica, che consenta l’innovazione tecnica e che, al contempo, mantenga la tutela giuridica». Anche la Bafin ritiene necessaria una valutazione uniforme a livello europeo della questione. Secondo un portavoce dell’autorità, l’autorità europea di vigilanza assicurativa Eiopa ha già chiesto qualche tempo fa alla Commissione europea se e quando l’attività di un chatbot basato sull’intelligenza artificiale debba essere considerata un’attività di vendita di prodotti assicurativi. L’Eiopa prevede di ricevere una risposta solo nel corso dell’anno