Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

logoitalia oggi7

La GenAI sta evolvendo a un ritmo più rapido rispetto alle reali capacità di valutarne e assicurarne la sicurezza. Gli attacchi informatici potenziati dall’Intelligenza artificiale, infatti, sono cresciuti del 90% rispetto allo scorso anno, ma le imprese italiane risultano ancora impreparate. Quasi nove su dieci (86%) non hanno ancora destinato risorse per la sicurezza dei sistemi di intelligenza artificiale generativa. Non va meglio dal punto di vista della consapevolezza dei vertici di quanto avviene nella propria azienda: solo il 9% dei Chief information security officer (Ciso) dispone di piena visibilità sulle iniziative GenAI in corso. Non solo. La piena integrazione dei rischi della GenAI negli schemi di risk management è stata eseguita soltanto dal 12% delle imprese. E procede a rilento anche la formazione: il 63% delle organizzazioni non ha ancora avviato programmi strutturati di formazione sulla sicurezza GenAI. Questo è lo scenario contenuto nel report “Lo stato della GenAI Security in Italia”, la prima indagine congiunta condotta da Deloitte e Cloud security alliance (Csa) su un campione di oltre 100 organizzazioni, Chief information security officer e responsabili della funzione security, nel 2025.
Se l’omessa valutazione dei rischi cyber e la mancata previsione di misure adeguate consentono di favorire illeciti da parte di terzi (frodi informatiche, danneggiamento dati, ecc.), gli amministratori delle società possono essere chiamati a rispondere personalmente per i danni causati all’azienda, ai soci o ai creditori, in casi gravi anche in sede penale. E per i sindaci la mancata segnalazione di carenze critiche nei sistemi di sicurezza informatica può configurare una responsabilità civile per culpa in vigilando. Sono queste alcune delle conseguenze in termini di responsabilità a carico dei vertici aziendali che anche il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (Cndcec) ha messo in evidenza nel documento “Cybersecurity e Modello 231: integrazione dei rischi informatici nella governance dell’impresa” pubblicato a maggio 2026 in collaborazione con la Fondazione nazionale commercialisti (Fnc), che rappresenta una guida operativa per i professionisti che svolgono l’attività di vigilanza. Ciò in quanto la sicurezza informatica attualmente non è un mero adempimento aggiuntivo, ma una componente strutturale della governance d’impresa. Lo studio analizza le intersezioni tra la sicurezza IT (la pratica che consiste nel proteggere sistemi informatici, reti, dispositivi digitali, e dati di un’organizzazione da accessi non autorizzati, violazione dei dati, attacchi informatici e altre attività dannose) e la responsabilità amministrativa ex dlgs 231/2001
Le omissioni in materia di cybersecurity espongono gli amministratori a responsabilità civili (“colpa di organizzazione”) e, in casi gravi, a responsabilità penali. E la verifica dell’effettiva adeguatezza dei sistemi di sicurezza e dei flussi informativi rientra nei compiti degli organi di controllo dell’impresa. Sono queste, in sintesi, le responsabilità a carico dei vertici aziendali messe in evidenza dal documento “Cybersecurity e Modello 231: integrazione dei rischi informatici nella governance dell’impresa”, pubblicato dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili (Cndcec) in collaborazione con la Fondazione nazionale commercialisti (Fnc). Lo studio analizza le intersezioni tra la sicurezza It (ovvero la pratica che consiste nel proteggere sistemi informatici, reti, dispositivi digitali, e dati di un’organizzazione da accessi non autorizzati, violazione dei dati, attacchi informatici e altre attività dannose) e la responsabilità amministrativa ex dlgs 231/2001. Tutto ciò in considerazione del fatto, tuttavia, che non è da considerarsi efficace un Modello 231 in chiave cyber che previene tutti gli incidenti (obiettivo per definizione irraggiungibile), ma quello che consente all’ente di dimostrare di aver adottato ogni ragionevole misura di prevenzione. In definitiva, la cybersicurezza rappresenta una problematica sempre più critica e strategica che la governance aziendale deve affrontare anche sul piano economico e organizzativo. In particolare, gli amministratori devono rispondere di “adeguati assetti organizzativi”, il che include l’adozione di un’infrastruttura It sicura, mentre l’Organismo di vigilanza (Odv) e gli organi di controllo (come il Collegio sindacale) sono tenuti a verificare l’effettiva adeguatezza dei sistemi di sicurezza e dei flussi informativi. Poiché i reati presupposto del dlgs 231/2001 includono i delitti informatici, lo studio di Cndcec e Fnc evidenzia la necessità di mappare i cyber risk all’interno del Modello di organizzazione, gestione e controllo (Mogc), introducendo misure preventive e protocolli per evitare accessi abusivi e frodi.
Nelle operazioni di M&A, nelle cessioni d’azienda e nelle riorganizzazioni societarie, il vero rischio non sempre emerge al closing: può arrivare anni dopo, sotto forma di accertamento fiscale. Per questo la polizza a copertura del rischio tributario sta diventando uno strumento sempre più strategico per proteggere prezzo, patrimonio e continuità dell’operazione. Il mercato delle operazioni straordinarie sta cambiando. Alla tradizionale attenzione per la due diligence legale, finanziaria e industriale si affianca oggi un’esigenza ulteriore: presidiare il rischio fiscale non solo con clausole contrattuali, fondi rischi o garanzie del venditore, ma anche attraverso strumenti assicurativi evoluti. La funzione della polizza fiscale è chiara: trasferire all’assicuratore il rischio economico derivante da una futura contestazione tributaria collegata all’operazione. In altri termini, laddove l’Agenzia delle entrate dovesse disconoscere il trattamento fiscale applicato, contestare la qualificazione dell’operazione o rideterminare il carico impositivo, l’assicuratore interviene, nei limiti e alle condizioni previste dalla polizza, facendosi carico delle maggiori imposte, delle sanzioni e degli interessi. La polizza non elimina il rischio giuridico, ma lo trasforma in un rischio finanziariamente presidiato. È questa la sua vera forza: non promette l’assenza di contestazioni, ma consente alle parti di sapere, sin dall’origine, chi sopporterà il costo economico dell’eventuale accertamento
Per rispettare la privacy dei pazienti, prima di presentare una relazione a un convegno, il medico ha due possibilità: o anonimizza i dati oppure deve chiedere il consenso e comunque non deve divulgare dati direttamente identificativi. È quanto ha chiarito il Garante della privacy con l’ingiunzione n. 308 del 29 aprile 2026, con la quale ha irrogato a una dottoressa 5 mila euro di sanzione. Alla professionista è stato contestato di avere pubblicato su Internet, senza il consenso dei genitori, l’immagine di un neonato malato, in una culla di ospedale, affetto da una grave malformazione e poi deceduto
Cresce la propensione al risparmio degli italiani che, invece, si confermano ancora poco propensi agli investimenti. Infatti, se da un lato, la quota di reddito disponibile messa da parte dalle famiglie è passata dal 7,55% del 2019 all’8,28% del 2024; dall’altra parte, il divario tra risparmio e investimento rimane ancora ampio: nel 2026 la quota di risparmiatori si attesta al 57% contro il 30% di investitori. In tale scenario, gli strumenti digitali ridisegnano le attività di consulenza e le scelte finanziarie. Sono alcune delle evidenze che emergono dalla lettura di tre report curati, rispettivamente, da Unioncamere-Tagliacarne, dall’osservatorio Athora Italia-Nomisma e da Bnp Paribas Asset Management con Finer secondo i
quali i risparmiatori italiani accumulano liquidità ma faticano ancora a costruire strategie di lungo periodo. È in aumento la consapevolezza finanziaria ma restano i timori legati all’accesso immediato al denaro e alla protezione del capitale.

aflogo_mini

 

il viaggio che sta conducendo Carlo Cimbri da via Stalingrado a Bologna verso Rocca Salimbeni a Siena, dove ha sede Mps, si è rivelato più lungo e avventuroso di quanto lo stesso presidente di Unipol si aspettasse. Già nel 2024 Cimbri aveva tentato il matrimonio tra la banca partecipata da Unipol Bper e Monte dei Paschi, ma il disegno aveva incontrato le resistenze del governo Meloni. Così Cimbri, da sempre abile a tessere relazioni trasversali, ha aspettato che i tempi fossero maturi e che il governo potesse accettare un’operazione di questo tipo da parte di un gruppo assicurativo, Unipol appunto, a destra tradizionalmente accostato alle cooperative rosse. Nel frattempo, ha trovato il perfetto alleato: il numero uno di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, il banchiere di sistema per eccellenza.
Il blitz di Intesa Sanpaolo su Mps, dopo un anno e mezzo di silenzio, ha spiazzato gli avversari. Sia Unicredit che Banco Bpm, gli altri due attori
importanti del risiko bancario iniziato nell’autunno 2024, devono ora studiare le possibili contromosse a un’operazione che rischia di essere quasi definitivo. Proprio da questo riassetto, cui partecipa anche Orcel con Unicredit proprio per non lasciare troppo spazio ai francesi, e da ultimo anche il Banco Bpm, può scaturire la prossima mossa del risiko. Con Generali ultima pedina da mettere a posto. Intesa, se andrà in porto l’Opas su Mps, si guadagnerà il posto di primo pretendente, davanti a Delfin (10%), Unicredit (9%), Caltagirone (6,7%), Benetton (4,5%). Ma queste pedine sono in movimento, Orcel e Philippe Donnet stanno parlando di accordi industriali e quindi l’ultima mossa potrebbe essere l’Opa o una fusione
di Intesa o Unicredit con la prima compagnia assicurativa italia. Per formare un campione bancario assicurativo europeo
Iscritti e patrimonio in crescita per i fondi pensione, ma con molti squilibri. Nel 2025 il patrimonio si è assestato a 262 miliardi di euro, con un aumento del 7,7% sul 2024, e si sono iscritti ai fondi pensione 775 mila lavoratori in più, il 4,8% in più sull’anno precedente, emerge dalla relazione appena presentata dal presidente della Covip Mario Pepe. Costituiscono il 39,9% dei lavoratori, un significativo balzo in avanti rispetto al 33,8% di cinque anni fa. Ma, sottolinea Pepe, «le donne formano il 38,8% degli iscritti. Il gap di genere tende ad ampliare i divari ereditati dalla struttura del mercato del lavoro; il tasso di partecipazione delle donne è di circa sette punti percentuali inferiore a quello degli uomini». L’età media, 46,9 anni, non mostra differenze sostanziali tra i generi, ma «la percentuale degli iscritti al di sotto dei 35 anni è del 20,8», una quota inferiore al tasso di partecipazione al mercato del lavoro che, per quanto basso, raggiunge il 33,2%.
Le criticità dei sistemi pensionistici europei sono note e ampiamente dibattute, ma le soluzioni proposte si limitano a misure impopolari come
l’aumento dell’età pensionabile, il taglio delle prestazioni o l’aumento dei contributi. Prendendo spunto da tre strategie alternative adottate da Nuova Zelanda, Svezia e Paesi Bassi, il Bcg Henderson Institute ha provato a ipotizzare nuovi scenari, dove non solo il peso sui conti pubblici viene ridotto ma vengono anche aumentati gli investimenti nell’economia reale. Secondo i calcoli dell’istituto, i tre modelli di riforma potrebbero generare fino a 4.100 miliardi di euro entro il 2040 in Germania, Francia, Italia e Spagna. Il tutto partendo da una situazione attuale dove circa un quarto della spesa pubblica è destinato alle pensioni, con una punta del 28% in Italia. I tre casi oggetto dello studio, tutti e tre coronati dal successo, prevedono l’affiancamento di strumenti a capitalizzazione ai sistemi pubblici. La prima soluzione individuata dallo studio è la creazione di fondi pensione nazionali sul modello della Nuova Zelanda, dove lo Stato destina una quota limitata delle proprie risorse a un fondo autonomo incaricato di investire nel lungo periodo. Il secondo modello riguarda la creazione di conti pensionistici individuali, una soluzione adottata alla fine degli anni Novanta dalla Svezia, che oggi vanta conti individuali gestiti dallo Stato che valgono circa il 45% del Pil.  Il terzo esempio arriva dai Paesi Bassi, che hanno costruito un sistema pensionistico che si basa principalmente sul secondo pilastro. La maggior parte delle aziende offre piani pensionistici previsti dai contratti collettivi di lavoro.

Intesa Sanpaolo è una grande banca ma, a maggior ragione se l’Opas su Montepaschi andrà in porto, dovrà temere soprattutto sé stessa. E il troppo consenso che la circonda. Rimane fuor di dubbio che l’operazione, molto apprezzata finora dal mercato, sia pienamente giustificata da ragioni strategiche. E che l’Europa, e non solo l’Italia, abbiano bisogno di creare soggetti finanziari forti e ben capitalizzati in grado di combattere le sfide di fintech e Intelligenza artificiale oltre che affrontare la concorrenza di colossi americani e cinesi. Dopotutto questa è la sintesi dei celebrati rapporti Draghi e Letta, scritti da due ex premier italiani. Se non si creano, in alcuni dei settori strategici dell’economia del futuro, dei campioni europei saremo ridotti al ruolo di spettatori se non a quello, umiliante, di sudditi. Nel clamore dell’offerta da 30 miliardi sul gruppo senese — finalmente proposta con un po’ di cassa, vista la marea di utili, e non solo con la tradizionale carta — va riconosciuta la funzione storica svolta dalle Fondazioni bancarie, create dalle leggi Amato e Ciampi, altri due premier nel decennio delle privatizzazioni sul finire del secolo scorso. Nel settore del credito sono stati creati due campioni nazionali e, nel caso di UniCredit impegnato nell’acquisizione di Commerzbank, di valenza certamente più europea.
In comune hanno il nome, Carlo, e un interesse: stabilizzare la struttura finanziaria del Paese. Messina e Cimbri, il primo amministratore delegato della banca Intesa Sanpaolo, il secondo presidente senza apparenti deleghe dell’assicurazione Unipol, sono i designer del nuovo prospettato assetto della finanza italiana. Una mossa attesa, quella annunciata il 7 giugno. Tutti i movimenti nel settore degli ultimi due anni avevano portato a una geografia nuova e potenzialmente instabile. La generosa offerta di Intesa Sanpaolo su Mps (+12,5% la valorizzazione al concambio delle azioni + un euro cash per ogni titolo apportato all’offerta) sembra aver messo tutti d’accordo, rendendo liquide posizioni che rischiavano di non esserlo e regalando al Paese il secondo campione nazionale di dimensioni europee, questo con profonde radici nella realtà nazionale, visto che se l’operazione andrà in porto, verranno blindate anche le Assicurazioni Generali, una delle casseforti del risparmio italiano
Poco prima dell’annuncio dell’offerta di Intesa Sanpaolo sul Monte dei Paschi, gli analisti erano convinti che il prezzo dell’azione di Generali potesse arrivare a 42 euro dai quasi 38 dei conti trimestrali. Ma l’operazione lanciata dalla banca guidata da Carlo Messina ha fatto scattare il Leone di Trieste: a cinque giorni dagli annunci il titolo è arrivato a 41 euro. Tradotto, il risiko bancario ha fatto correre Generali che appare essere al centro degli interessi e dei ragionamenti dell’industria italiana del risparmio e il punto finale di molta parte delle mosse sullo scacchiere bancario. Per la maggior parte dei player della finanza entrati in manovra, la compagnia è un «nice to have», per usare le parole del ceo del Monte, Luigi Lovaglio quando aveva conquistato Mediobanca con il suo 13,2% del gruppo guidato da Philippe Donnet
L’Emilia-Romagna in questi ultimi anni ha inanellato una serie di successi, vuoi di merito vuoi simbolici. Ha scalato posizioni nel ranking dell’economia reale, ha contribuito a mandare in soffitta il vecchio triangolo industriale e a sostituirlo con il nuovo Bologna-Varese-Treviso, ha battuto per più anni per Pil generato la lepre del Nordest veneto-friulano. Ma tutti gli osservatori, anche i più inclini a evidenziare i fasti del modello emiliano, hanno sempre sottolineato come in finanza questa regione contasse molto poco. Come non fosse un territorio vocato a dare la spinta a progetti di largo respiro, gli mancasse addirittura l’alfabeto. Meglio dunque per l’Emilia-Romagna rinserrarsi nella cura e innovazione dei suoi distretti, dalla Food alla Motor Valley, dalla ceramica al biomedicale, dalla logistica al packaging. La nuova puntata del risiko bancario made in Italy esplosa sugli schermi nel week end del 7 giugno si presta però a ribaltare quella narrazione, aggiunge elementi inediti e spinge tutti a interrogarsi se l’Emilia Felix non abbia improvvisamente scoperto di poter essere protagonista anche nella scena bancaria nazionale
Dalle mappe del traffico agli algoritmi capaci di individuare in anticipo le situazioni di rischio. La sicurezza stradale entra in una nuova fase, in cui dati e intelligenza artificiale possono affiancare infrastrutture e controlli tradizionali per aiutare amministrazioni e cittadini a prevenire gli incidenti prima che si verifichino. È questa la direzione indicata dalle ricerche presentate al Forum 2026 di The Urban Mobility Council, il think tank promosso dal gruppo Unipol: spostare l’attenzione dall’analisi degli eventi già accaduti alla prevenzione dei rischi. La sfida è particolarmente rilevante in Italia, dove nel 2024 si sono registrati 173.364 incidenti stradali con lesioni alle persone. I feriti sono stati 233.853 e oltre il 73% degli incidenti si è concentrato nelle aree urbane. Il costo sociale dell’incidentalità è stimato in circa 20 miliardi di euro l’anno, secondo il Rapporto 2026 di The Urban Mobility Council realizzato con Isfort su elaborazioni di dati Istat e Aci. Il rapporto evidenzia inoltre come, dopo il forte miglioramento registrato tra gli anni ‘90 e i primi anni Duemila, i progressi sul fronte della sicurezza stradale si siano progressivamente attenuati fino a una sostanziale stabilizzazione nell’ultimo decennio. Il progresso tecnologico di veicoli e infrastrutture, dunque, da solo non sembra più sufficiente a produrre i risultati ottenuti in passato. Da qui l’interesse crescente per nuovi strumenti capaci di individuare in anticipo le situazioni di rischio e supportare gli interventi di prevenzione. «I dati della telematica assicurativa utilizzati da anni per garantire sicurezza e assistenza ai clienti, anche grazie a modelli basati sull’intelligenza artificiale, hanno permesso di sviluppare ricerche per anticipare il rischio stradale e aiutare le città a progettare e i cittadini a percorrere strade più sicure», spiega Paola Carrea, direttore generale di UnipolTech
Msa Mizar, operatore europeo nei servizi tecnologici avanzati per la gestione dei sinistri assicurativi, ha presentato Shine2030, il piano industriale varato a seguito dell’ingresso nel capitale di Tower Brook accanto a Columna Capital e Giovanni Campus, che guiderà l’evoluzione del gruppo nei prossimi cinque anni. Il piano si propone di supportare obiettivi sfidanti di crescita, che sarà alimentata sia da nuove acquisizioni – soprattutto in mercati europei non ancora presidiati dal Gruppo, come Gran Bretagna e Germania – sia da crescita organica e dall’attivazione di nuove linee di business, a partire dal segmento travel. Sono previsti, inoltre, investimenti strutturali in tecnologia e intelligenza artificiale pari a circa 30 milioni di euro in 5 anni, con particolare focus sullo sviluppo di soluzioni proprietarie Software-as-a-Service, digitalizzazione dei processi e integrazione delle infrastrutture tecnologiche del gruppo.
Il settore del noleggio veicoli ha proseguito nel 2025 la sua crescita, raggiungendo un giro d’affari di 17 miliardi, più 7,5% sul 2024, con una flotta di 1,5 milioni di veicoli e 526.500 immatricolazioni (+11%). Il noleggio a lungo termine, come evidenzia la 25esima edizione del rapporto Aniasa, l’associazione che all’interno di Confindustria rappresenta il settore dei servizi di mobilità, ha continuato la sua espansione, raggiungendo oltre 13 miliardi di euro di fatturato (+5,5%), di cui 3,7 derivanti dalla rivendita dell’usato, una flotta di 1,3 milioni di veicoli (+2,5%) e 411 mila immatricolazioni, con un’incidenza sul mercato auto salita al 24%. Oltre alle aziende di tutte le dimensioni, il lungo termine continua a far breccia tra i clienti privati, cresciuti del 4% a quota 185 mila. Sul fronte delle alimentazioni, elettrico e plug-in hanno raggiunto il 20%, mentre il diesel continua la sua discesa.

Riequilibrare la responsabilità civile dei professionisti tecnici: ingegneri, architetti, geometri, periti, geologi. Va in questa direzione la proposta di legge, a prima firma Andrea de Bertoldi (Lega), che sarà presentata formalmente domani alla Camera. E che è stata elaborata proprio con il contributo dei Consigli nazionali, a partire da quelli di ingegneri e architetti. Alla presentazione del testo interverranno, tra gli altri, il presidente degli ingegneri, Domenico Perrini, la vicepresidente degli ingegneri, Carla Cappiello e il presidente degli architetti, Alessandro Panci
Le somme che la persona danneggiata ha già percepito per gli stessi fatti che hanno causato il danno vanno scomputate dal montante del risarcimento. Ma ciò avviene solo se vi sia un’assoluta omogeneità tra le poste in gioco. Non basta, invece, che si tratti di danni della stessa natura (patrimoniale o non patrimoniale). Lo ha ribadito la Cassazione che, con l’ordinanza 14356 del 15 maggio 2026,è tornata a occuparsi di compensatio lucri cum damno. Si tratta di un tema delicato soprattutto nel campo delle conseguenze non patrimoniali da lesioni di grave entità, per cui l’esatta perimetrazione delle diverse voci di pregiudizio e di sofferenza morale non è sempre agevole e lineare. Questa operazione, come si legge nella pronuncia, è invece più semplice quando si tratta di danno patrimoniale; così, ad esempio, «la perdita del reddito è un danno patrimoniale come il danno al veicolo, ma nessuno si sognerebbe di scomputare dal risarcimento dovuto per un guasto meccanico a un autoveicolo la (frazione di) rendita corrisposta dall’Inail per incapacità lavorativa»
L’assicuratore della responsabilità civile che abbia risarcito il danneggiato non può agire direttamente nei confronti dell’assicuratore del corresponsabile per recuperare la quota di danno che ritiene eccedente rispetto alla propria pertinenza. Con la sentenza 18559 dell’8 giugno 2026, la Cassazione ha affermato un principio destinato ad avere rilevanti ricadute pratiche. La vicenda trae origine da un caso di malpractice medica, concluso con la condanna solidale di una struttura sanitaria e dei chirurghi dell’équipe al risarcimento dei danni subiti da un paziente. L’assicuratore della struttura aveva versato al danneggiato l’intero importo liquidato, ritenendo di avere pagato anche una quota riconducibile alla responsabilità personale di uno dei medici, assistito da una propria copertura assicurativa professionale.