La previdenza complementare italiana nel 2025 mostra una crescita robusta di adesioni, risorse e contributi, accompagnata da segnali di cambiamento strutturale e da una riforma (Legge di bilancio 2026) che ne ridisegna meccanismi di ingresso, investimento e prestazioni in senso più inclusivo e flessibile

Alla fine del 2025 gli iscritti alle forme pensionistiche complementari superano i 10 milioni, con un aumento di quasi il 5 per cento rispetto all’anno precedente. In rapporto alle forze di lavoro, il tasso di partecipazione arriva al 39,9 per cento (era 33,8 per cento cinque anni prima), a conferma di un processo di diffusione graduale ma continuo. Nel solo 2025 i nuovi iscritti sono 757.000, il valore più alto dell’ultimo decennio, con un marcato rimbalzo dopo la fase pandemica. Oltre la metà dei nuovi aderenti ha meno di 35 anni e il tasso di partecipazione dei giovani alle forze di lavoro raggiunge il 33,2 per cento, in crescita di 9,8 punti percentuali rispetto a cinque anni prima. E’ quanto è emerso durante la relazione annuale della Covip, l’autorità di vigilanza sui fondi pensione.

Squilibri strutturali ancora presenti

Nonostante la crescita, la fotografia della platea evidenzia rilevanti squilibri di genere, generazionali, occupazionali e territoriali. Le donne rappresentano il 38,8 per cento degli iscritti e il loro tasso di partecipazione è circa sette punti percentuali inferiore a quello degli uomini, amplificando i divari già presenti sul mercato del lavoro.

I lavoratori autonomi restano una componente sotto-rappresentata, con un tasso di copertura pari al 23,4 per cento, circa la metà di quello dei dipendenti. Dal punto di vista territoriale, il 57,3 per cento degli iscritti risiede nel Nord, dove i tassi di partecipazione e i contributi medi sono superiori alla media nazionale e risultano pressoché dimezzati in molte aree del Mezzogiorno.

Risorse accumulate e flussi contributivi

A fine 2025 le risorse complessivamente accumulate presso le forme di previdenza complementare raggiungono 262 miliardi di euro, in aumento del 7,7 per cento sull’anno precedente. Tali somme corrispondono all’11,6 per cento del PIL e a circa il 4 per cento delle attività finanziarie delle famiglie italiane, a conferma del ruolo ormai strutturale del secondo pilastro nel welfare nazionale.

Nel corso dell’anno sono stati raccolti contributi per 22,4 miliardi di euro, con una dinamica più vivace rispetto alla media del quinquennio precedente. Il flusso di TFR conferito alle forme pensionistiche ammonta a 9,6 miliardi e raggiunge il 29,4 per cento del TFR complessivo generato nel sistema produttivo, cinque punti percentuali in più rispetto alla media dall’avvio della riforma del 2005.

Continuità dei versamenti e comportamenti di uscita

 

Nel 2025 risultano versamenti per circa 7,4 milioni di iscritti, pari al 73 per cento della platea complessiva. Il contributo medio annuo pro capite è pari a 2.990 euro, con un differenziale di genere rilevante: l’importo medio versato dalle donne è inferiore del 16 per cento rispetto a quello degli uomini, riflesso delle differenze retributive e di carriera.

Significativa la presenza di 2,7 milioni di “non versanti”, per i quali nell’anno non risultano contributi, pur registrandosi per la prima volta un’inversione della tendenza alla crescita di questa componente, più diffusa nelle forme di mercato e tra gli autonomi. Sul fronte delle uscite, le prestazioni previdenziali complessive ammontano a 13,9 miliardi, con 5,5 miliardi erogati in capitale, 347 milioni in rendita, 2,8 miliardi di RITA, 2,1 miliardi di riscatti e 2,8 miliardi di anticipazioni.

Strategie di investimento e ruolo nell’economia reale

L’allocazione degli investimenti delle forme di previdenza complementare mantiene una prevalenza di obbligazioni governative e altri titoli di debito (55,8 per cento), mentre i titoli di capitale rappresentano il 24 per cento. Considerando anche le componenti azionarie sottostanti gli OICR, l’esposizione complessiva in azioni arriva al 32,9 per cento, in aumento di 2,4 punti rispetto al 2024.

Gli investimenti nell’economia italiana – titoli di Stato, titoli emessi da soggetti residenti e immobili – valgono 43,9 miliardi di euro, pari al 19,3 per cento del totale e sostanzialmente stabili; gli impieghi in titoli di imprese domestiche ammontano a 5,8 miliardi, poco più del 2,5 per cento del patrimonio. Sempre più fondi, soprattutto negoziali, iniziano tuttavia a includere in portafoglio strumenti di private equity, private debt e fondi infrastrutturali, con un peso ancora contenuto ma in progressivo aumento.

Rendimenti, costi e scelte di rischio

Nel 2025 i rendimenti netti, al netto di costi e fiscalità, risultano positivi per tutte le tipologie di comparto. I profili azionari realizzano risultati medi tra il 7,5 e il 10 per cento, i bilanciati tra il 3,5 e il 5,5 per cento, mentre anche i comparti obbligazionari registrano performance positive, seppur più contenute.

Su un orizzonte decennale 2016‑2025, le linee azionarie esprimono rendimenti medi annui composti intorno al 5 per cento per tutte le forme pensionistiche e si collocano ben al di sopra sia delle linee obbligazionarie sia della rivalutazione del TFR, pari al 2,5 per cento medio annuo. Nonostante ciò, solo il 13,9 per cento degli iscritti complessivi sceglie linee azionarie, a fronte di oltre un quarto dei nuovi iscritti 2025 che opta per profili azionari, con una quota di tali scelte triplicata negli ultimi otto anni.

Giovani, nuovi iscritti e cambio di paradigma

I comportamenti delle nuove coorti di aderenti segnano alcune discontinuità importanti rispetto al passato. L’aumento del peso delle donne tra i nuovi iscritti e il forte coinvolgimento delle classi under 35 indicano una progressiva riduzione dei divari di genere e generazionali in ingresso, pur in presenza di differenze ancora marcate sullo stock complessivo.

Ancora più indicativo è l’orientamento al rischio di lungo periodo: oltre un quarto dei nuovi iscritti nel 2025 sceglie comparti azionari, contro una quota molto più bassa registrata sulla massa totale degli iscritti. L’incremento è stato particolarmente intenso nei fondi aperti e nei PIP, mentre i fondi negoziali mostrano un recupero più recente, favorito dall’aumento delle linee azionarie disponibili.

La riforma: adesione automatica e life-cycle

Le innovazioni introdotte con la Legge di bilancio 2026 (Legge 199/2025) rappresentano un vero e proprio ripensamento del disegno complessivo della previdenza complementare, toccando adesione, investimento e prestazioni. Per i lavoratori di nuova assunzione nel settore privato, il nuovo meccanismo di adesione automatica prevede non solo il conferimento del TFR, ma anche l’obbligo di versamento dei contributi del datore di lavoro e del lavoratore, con l’obiettivo di superare l’inerzia che ha finora frenato l’accesso soprattutto nelle prime fasi della carriera.

Per i soggetti che entrano con adesione non esplicita, i contributi vengono ora indirizzati verso linee di investimento costruite secondo logiche life-cycle, calibrate su età anagrafica e orizzonte temporale, in linea con le raccomandazioni OCSE e UE per i sistemi ad auto‑iscrizione. L’abbandono della linea garantita come opzione di default per i lavoratori silenti segna un passaggio cruciale, orientando il sistema verso strategie più coerenti con il lungo periodo e in grado di migliorare le prospettive di rendimento pur mantenendo una gestione del rischio più efficiente.

Un altro pilastro della riforma riguarda il rafforzamento della flessibilità in uscita, attraverso l’ampliamento sia della quota massima erogabile in capitale sia del ventaglio delle modalità di fruizione delle prestazioni. Accanto alla rendita vitalizia tradizionale, vengono introdotte forme più elastiche come la rendita a durata definita, i prelievi liberamente determinabili e l’erogazione frazionata del montante, che permettono di modulare nel tempo l’utilizzo del capitale accumulato mantenendolo in gestione e ampliando la libertà nella designazione degli aventi diritto in caso di decesso.

Queste innovazioni puntano a ridurre la percezione di rigidità e “indisponibilità” delle risorse che ha spesso ostacolato la partecipazione, pur preservando la finalità previdenziale di lungo termine. Nella fase iniziale, tuttavia, la maggiore complessità delle opzioni richiede un forte impegno informativo da parte dei fondi pensione e la definizione da parte dell’Autorità di un quadro regolamentare chiaro e facilmente comprensibile.

La Legge di bilancio 2026 introduce anche la possibilità, per gli iscritti a forme di origine collettiva, di “portare con sé” la contribuzione datoriale in caso di trasferimento ad altra forma pensionistica, con decorrenza dal 31 ottobre. Si tratta di una novità di rilievo in termini di portabilità dei diritti maturati, destinata a incidere sulla concorrenza tra forme e sulle dinamiche di mercato.

L’impatto sistemico di questa misura è però ancora difficile da valutare, data la sua natura innovativa; sarà necessario monitorarne attentamente gli effetti su comportamenti di scelta, stabilità dei flussi contributivi e assetti delle forme negoziali.

Fisco, inclusione e giovani generazioni

Sul versante fiscale, viene confermato il regime di favore per le nuove prestazioni pensionistiche, con un trattamento allineato a quello già in vigore. L’erogazione frazionata del montante gode di un beneficio leggermente meno favorevole, pur restando complessivamente conveniente, a fronte del periodo più breve in cui consente di percepire integralmente il capitale.

L’innalzamento del tetto di deducibilità dei contributi a 5.300 euro annui, rispetto ai 5.164,57 precedenti, non rappresenta un vero ampliamento degli incentivi ma una semplificazione legata a una cifra più facilmente gestibile. Per rafforzare l’inclusione, vengono invece indicate come particolarmente promettenti misure quali la possibilità per i lavoratori discontinui di riportare negli anni successivi le deduzioni non fruite e l’introduzione di incentivi mirati per i giovani, inclusi versamenti da parte di familiari diversi dai genitori e bonus alla nascita finalizzati all’adesione precoce.

Educazione previdenziale e cultura del lungo periodo

La crescita quantitativa del sistema è affiancata da un forte investimento sul fronte dell’educazione previdenziale e finanziaria. COVIP ha intensificato la produzione di materiale divulgativo sul proprio sito, mentre il Ministero del Lavoro ha lanciato un portale dedicato alla previdenza complementare, affiancato dalle iniziative del Comitato Edufin.

La Legge 21/2024 ha poi previsto l’inserimento dei temi di educazione finanziaria nelle ore di educazione civica nelle scuole di ogni ordine e grado, riconoscendone il valore come componente di cittadinanza economica. L’adesione alla previdenza fin dalla giovane età è presentata non solo come strumento di accumulo di lungo periodo, ma anche come veicolo di formazione culturale e di sensibilizzazione dell’intero nucleo familiare.

Prospettive: verso un welfare integrativo integrato

In un contesto macroeconomico segnato da tensioni geopolitiche e volatilità dei mercati, il sistema della previdenza complementare continua a mostrare solidità e resilienza, come confermato anche dalle tendenze del primo trimestre 2026 con crescita di iscritti e contributi e tenuta dei rendimenti di medio-lungo periodo. Al contempo, si rafforza l’idea che ai fondi pensione sia sempre più richiesta una presenza “lungo tutto l’arco di vita”, non solo per la vecchiaia ma per le diverse fasi e bisogni delle persone.

Da qui l’apertura esplicita verso un “welfare integrativo integrato”, in cui previdenza complementare, coperture per la non autosufficienza (long-term care) e sanità integrativa possano dialogare in modo più organico. In questo scenario, l’ipotesi di un’unica Autorità di controllo per il welfare integrativo è indicata come via per valorizzare le competenze maturate sulla previdenza complementare e generare sinergie con i fondi sanitari, a beneficio di una maggiore razionalizzazione e tutela degli iscritti.

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