L’aumento delle denunce INAIL non indica un peggioramento delle condizioni di lavoro, ma una nuova capacità di rilevazione. Per il mercato assicurativo si apre una fase di ripensamento tecnico.
di Leandro Giacobbi
Dopo aver commentato il primo Bollettino Trimestrale INAIL dell’anno 2026 sull’aumento delle denunce di infortunio in occasione di lavoro, è indispensabile approfondire il fenomeno delle denunce per malattie professionali dove l’aumento è ancora più marcato: 28.487 denunce, pari a un +16,66% rispetto al 2025. Crescono sia la componente femminile (+19,02%) sia quella maschile (+15,86%).
Una tendenza in aumento “confermata”
In realtà, il fenomeno dell’incremento delle denunce delle malattie professionali aveva già contraddistinto il 2025; infatti, l’anno scorso le denunce di malattie professionali protocollate erano state 98.463, l’11,26% in più rispetto al 2024 (88.499). Nel dettaglio per genere, si rilevano 2.124 denunce in più per la componente femminile, passata da 23.122 a 25.246 (+9,19%) e 7.840 denunce in più per la componente maschile, passata da 65.377 a 73.217 (+11,99%). Tra l’altro, l’analisi territoriale presenta dei dati per certi versi inaspettati, per cui le ragioni con i numeri più elevati nel 2025 sono la Toscana (16.452 denunce) e la Puglia (11.198 denunce), mentre la Lombardia si attesta a n. 5.011 denunce con un +731 rispetto al 2024.
Una tendenza con percentuali di crescita così elevate e non collegate alle dimensioni del mondo industriale (vedi la Lombardia, ma lo stesso Veneto del 2025 ha avuto 5.990 denunce) è sicuramente un aspetto da inquadrare correttamente.
Le prime giustificazioni
La pubblicazione dell’OPRAS (Organismo Paritetico Regionale Ambiente Sicurezza) “Repertorio Salute” fornisce per il 2025 un dettaglio molto esaustivo del fenomeno “malattie professionali”:
- denunce di malattia professionale nel 2025: 463, circa 10 mila in più rispetto allo stesso periodo del 2024 (+11,3%). L’aumento è del 35,3% rispetto al 2023, del 62,0% sul 2022, del 78,1% sul 2021, del 118,7% sul 2020 e del 60,6% sul 2019
- settori: industria e servizi incrementi delle patologie denunciate (+11,7%, da 73.723 a 82.371 casi), agricoltura (+9,4%, da 14.026 a 15.346) e un calo nel conto Stato (-0,5%, da 750 a746)
- analisi territoriale: aumento al Sud (+21,1%), al Nord-Ovest (+14,3%), al Centro (+8,9%) e al Nord-Est (+7,6%). In calo le Isole (-2,7%)
- lavoratori italiani e stranieri: l’aumento ha interessato sia le denunce dei lavoratori italiani, passate da 80.847 a 89.388 (+10,6%), sia quelle degli stranieri, da 7.652 a 9.075 (+18,6%)
- le prime tre tipologie di malattie professionalidenunciate sono le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, quelle del sistema nervoso e dell’orecchio, seguite dai tumori e dalle patologie del sistema respiratorio.
Ma oltre le cifre (Repertorio Salute segnala che i dati non erano ancora quelli definiti 2025) viene sottolineato che “per quanto riguarda le malattie professionali il loro aumento presenta un aspetto positivo considerando i decenni passati caratterizzati dai bassissimi riconoscimenti, non perché le malattie non ci fossero ma perché l’iter burocratico dell’Istituto (INAIL) di fatto non le faceva emergere”. Sempre su questo tema, l’INAIL nella relazione riferita all’esercizio 2024 evidenziava che “l’incremento delle denunce di malattie professionali non è necessariamente da ascrivere a un peggioramento delle condizioni di lavoro. Al contrario, può essere attribuito a una accresciuta informazione da parte dei lavoratori e dei medici certificatori in merito alle coperture assicurative e all’ampliamento nel tempo del novero delle patologie riconoscibili”.
Queste precisazioni aiutano a comprendere il divario tra dimensione industriale e numero di denunce, ma soprattutto delineano uno scenario nuovo e inatteso: il fenomeno delle malattie professionali sta emergendo solo ora nella sua reale consistenza, e la tendenza futura è destinata a crescere, non a stabilizzarsi.
Il problema del nesso di causalità
Il cuore del contenzioso previdenziale, richiamato anche da OPRAS, resta la dimostrazione del nesso causale: provare che la malattia derivi direttamente dall’attività professionale. Per lungo tempo il sistema è rimasto rigido: solo le patologie incluse nelle tabelle INAIL erano indennizzabili, con l’effetto di escludere le nuove forme morbose legate all’evoluzione tecnologica.
La svolta arriva con la sentenza della Corte costituzionale n. 179/1988, che apre la tutela anche alle patologie non tabellate. Da allora il modello diventa misto: le malattie tabellate godono di una presunzione a favore dell’assicurato, mentre per quelle non tabellate è la persona esposta al rischio a dover provare il nesso causale.
Si crea così un doppio binario probatorio, tuttora decisivo nelle vertenze. Per le patologie tabellate è sufficiente dimostrare la malattia e l’esposizione alla lavorazione nociva per la durata richiesta dall’INAIL; spetta all’Istituto fornire la prova contraria, dimostrando l’origine esclusivamente extralavorativa.
Quando invece la patologia non rientra nelle tabelle – o non vi rientra la specifica attività – la presunzione viene meno e l’onere della prova grava interamente sull’assicurato.
Le prime tre tipologie di malattie professionali denunciate
Le prime tre tipologie di malattie professionali denunciate offrono un quadro decisamente complesso. La categoria più numerosa è quella delle patologie osteo‑muscolari e del tessuto connettivo: disturbi da usura e sovraccarico – tendiniti, lombalgie, etc – legati a movimenti ripetitivi, posture scorrette e carichi fisici prolungati.
In assenza di un evento traumatico, il problema è quindi soprattutto posturale e da lavoro ripetitivo, tipico di molti settori contemporanei. A incidere è anche l’invecchiamento della forza lavoro, che rende più frequenti le sindromi da sovraccarico e le patologie degenerative, aumentando la vulnerabilità a questo tipo di disturbi.
La seconda categoria per numerosità è rappresentata dalle patologie del sistema nervoso e dell’orecchio, un insieme eterogeneo che comprende ipoacusie da rumore, neuropatie da movimenti ripetitivi (come la sindrome del tunnel carpale) e disturbi legati a vibrazioni o microtraumi.
Si tratta di malattie che riflettono condizioni di lavoro caratterizzate da ritmi intensi, attrezzature rumorose, vibrazioni meccaniche e gesti ripetuti, tipiche di settori come edilizia, logistica, agricoltura, sanità e assistenza. Questa categoria è particolarmente significativa perché segnala un rischio meno “visibile” rispetto al trauma acuto, ma altrettanto diffuso: un deterioramento progressivo delle funzioni sensoriali e nervose, spesso favorito da organizzazioni del lavoro stressanti e da un uso prolungato di strumenti manuali o macchinari.
La terza categoria è costituita dalle patologie tumorali e respiratorie, un insieme meno numeroso ma di grande rilevanza sanitaria e previdenziale. Comprende i tumori correlati a esposizioni professionali (amianto, silice, idrocarburi, fumi), broncopneumopatie croniche, asma professionale e malattie legate ad agenti chimici o biologici. Si tratta di patologie caratterizzate da latenze molto lunghe, spesso di decenni: ciò che emerge oggi è l’effetto di esposizioni avvenute anche venti o trent’anni fa. Questo spiega perché, nonostante il calo di molte esposizioni storiche, il numero delle denunce continui a mantenersi significativo. La loro presenza tra le prime tre tipologie denuncia un fenomeno strutturale: la persistenza di rischi ambientali e chimici in diversi comparti produttivi e la crescente capacità diagnostica di riconoscere l’origine professionale di queste malattie.
L’organizzazione del lavoro che non fa bene alla salute
Questo tema è stato molto ben sviluppato da un recente studio, “Salute e benessere nella trasformazione del lavoro: evoluzione dei rischi e nuove sfide”, realizzato dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro dove si precisa che, accanto ai rischi tradizionalmente legati all’ambiente e all’esposizione fisica, emerge con sempre maggiore evidenza il ruolo dell’organizzazione del lavoro come fattore determinante per la salute dei lavoratori. Ritmi intensi, pressione sui tempi, orari irregolari e difficoltà di conciliazione incidono infatti in modo diretto sul benessere psicofisico, contribuendo alla diffusione di stress, affaticamento e disturbi cronici.
“È soprattutto la fascia d’età centrale, tra i 45 e 54 anni, dove i percorsi di carriera tendono ad essere più assorbenti e i carichi famigliari ancora di più, che le valutazioni sono più elevate, e la quota di quanti affermano che il lavoro condiziona negativamente la salute sale al 22,6% (tab. 9)”.
Cosa fanno le imprese di assicurazione?
La presenza sempre più frequente della garanzia “Malattie Professionali” nelle polizze multirischio delle PMI indica che una domanda assicurativa esiste ed è in crescita. Tra l’altro la proposta assicurativa sul mercato si focalizza su due elementi cardine:
- una formulazione claims made, che richiede che la richiesta di risarcimento sia presentata per la prima volta dall’Assicurato durante il periodo di assicurazione
- un limite temporale retroattivo, che impone che la condotta colposa dell’imprenditore, ritenuta causa della malattia, si sia verificata entro un arco temporale precedente l’inizio della polizza, spesso limitato a soli due anni.
Ed è proprio questo secondo elemento a creare la principale criticità: nelle malattie professionali i tempi di insorgenza sono fisiologicamente lunghi, spesso pluriennali o addirittura decennali. Di conseguenza, una retroattività di due anni rende la garanzia difficilmente attivabile nella pratica, perché la maggior parte delle patologie emerge molto dopo l’esposizione al rischio. Il risultato è una copertura che, pur presente nelle condizioni di polizza, ha un’effettiva capacità risarcitoria ridotta, soprattutto per le patologie osteo‑muscolari, tumorali e respiratorie che costituiscono oggi il cuore delle denunce. Sicuramente gli intermediari devono insistere per soluzioni con un periodo retroattivo più ampio, solitamente disponibile con un premio aggiuntivo.
Ma quello che le Compagnie non fanno, salvo rare eccezioni, è indagare la natura e la qualità delle denunce. Siamo tutti consapevoli che 100.000 segnalazioni di malattia professionale, a fronte di una popolazione lavorativa che supera i 23 milioni di occupati, rappresentano una quota estremamente ridotta. Un numero così contenuto può essere interpretato come un indicatore di rischio “basso”, ma un portafoglio “importante” di PMI con questa copertura in assenza di serie storiche affidabili e, parallelamente, con un trend in aumento potrebbe generare qualche problema sugli andamenti tecnici, anche se il “paracadute” delle retroattività a due anni costituisce uno strumento “difensivo” molto efficace.
Conclusioni
Il quadro che emerge dai dati INAIL e dalle analisi OPRAS è quello di un fenomeno in piena evoluzione: le malattie professionali non stanno aumentando in senso assoluto, ma stanno emergendo dopo decenni di sottostima. Questa nuova visibilità, tuttavia, non trova ancora un adeguato riscontro nella risposta assicurativa, che continua a basarsi su strumenti pensati per rischi a insorgenza immediata e non per patologie a lunga latenza.
Per le PMI, per gli intermediari e per le Compagnie si apre quindi una fase nuova: comprendere la reale dimensione del fenomeno, adeguare le coperture e costruire modelli tecnici coerenti con la natura del rischio. Solo così sarà possibile trasformare un trend in crescita in un ambito di tutela effettiva e non in un semplice esercizio di trasferimento formale del rischio.
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