Più di 6 persone su 10 dichiarano di utilizzare già l’intelligenza artificiale per questioni legate alla salute mentale, ma l’uso non supervisionato di questi strumenti apre un nuovo fronte di rischio che il settore assicurativo non può ignorare. Una quota rilevante degli utenti segnala infatti criticità: circa un terzo riferisce di aver sentito un disagio per i consigli ricevuti e oltre 1 su 4 afferma che alcune raccomandazioni dell’AI hanno portato a comportamenti dannosi, mentre il 43% delle persone potenzialmente in sofferenza non si è rivolto ad alcun professionista nell’ultimo anno.

Secondo l’ultima edizione dell’AXA Mind Health Report, realizzata con Ipsos in 18 Paesi, la salute mentale continua a peggiorare: in 10 dei 16 Paesi monitorati i punteggi di salute mentale sono ai minimi dall’avvio dell’indagine nel 2021. Il 46% degli intervistati si colloca nelle fasce di “struggling” o “languishing”, a conferma di una tendenza strutturale legata all’accumulo di fattori di stress che erodono stabilmente il benessere psicologico.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che, nel 2025, i disturbi di salute mentale interessino oltre un miliardo di persone nel mondo, con un impatto diretto e indiretto sui sistemi sanitari, produttivi e assicurativi. In questo contesto di vulnerabilità diffusa, le abitudini digitali – dal tempo trascorso davanti agli schermi all’uso dell’AI – diventano chiavi interpretative essenziali per comprendere come le persone cercano supporto.

Gli intervistati dichiarano di trascorrere in media 5,1 ore al giorno davanti agli schermi nei giorni feriali, escludendo l’orario di lavoro/studio ei weekend. In alcuni Paesi il dato è ancora più elevato, come nelle Filippine e in Thailandia, dove si arriva a 6,4 ore quotidiane.

Due persone su tre ritengono che questa esposizione abbia un impatto negativo – anche se spesso definito “moderato” – sulla propria salute mentale. La percezione, dunque, è già in parte consapevole: molti riconoscono che l’eccesso di tempo online può aggravare ansia, stress e difficoltà emotive, pur mantenendo comportamenti digitali intensivi.

Accesso alle cure: il “vuoto” tra bisogno e assistenza

Un dato particolarmente rilevante per il settore assicurativo riguarda il gap di accesso alla cura: tra le persone identificate come potenzialmente in situazione di “sofferenza mentale”, il 43% non ha visto alcun professionista sanitario nell’ultimo anno per parlare del proprio disagio.

Le barriere restano numerose: in prima battuta la percezione di “non aver bisogno” di un supporto medico, seguita dal costo della terapia e dalla mancanza di tempo. Questo disallineamento tra bisogno reale e ricorso effettivo alla cura spinge molti individui verso forme alternative di aiuto percepite come più accessibili, immediate e meno stigmatizzanti.

L’emergere dell’AI come “primo interlocutore”

In questo scenario si inserisce la crescita dell’intelligenza artificiale come nuovo attore nel panorama della salute mentale: il 61% degli intervistati dichiara di usare già l’AI per domande legate alla propria salute mentale. La pratica è particolarmente diffusa in Paesi come Cina, Filippine e Turchia, dove la penetrazione degli strumenti digitali e la familiarità con le piattaforme AI è più alta.

L’AI viene percepita come uno strumento che abbatte diverse barriere: è gratuita, fornisce risposte rapide e resta disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Il 55% degli utilizzatori si dichiara soddisfatto dei consigli ricevuti, e il 42% afferma di seguire “quasi sempre” le raccomandazioni fornite dalle piattaforme di AI per la salute mentale.

Esperienze problematiche e limiti percepiti

Accanto agli elementi positivi, emergono però anche segnali di rischio: quasi un terzo degli utenti (32%) dichiara di essersi sentito un disagio con alcuni consigli ricevuti dall’AI. Ancora più critico, oltre 1 utilizzatore su 4 (28%) riferisce che alcune raccomandazioni lo hanno portato ad adottare comportamenti dannosi.

Nonostante ciò, gli intervistati mantengono una certa lucidità sui limiti dell’AI: solo il 38% dichiara di fidarsi delle piattaforme di AI più che dei professionisti della salute mentale quando ha bisogno di un parere. L’AI viene quindi vissuta come risorsa utile, soprattutto in un’ottica di prevenzione e auto-riconoscimento delle proprie difficoltà, ma non come sostituto pieno della consulenza clinica.

Impatto economico e ruolo delle imprese

Dal punto di vista macroeconomico, i disturbi depressivi e d’ansia sono responsabili di perdite di produttività stimate in 1.000 miliardi di dollari l’anno a livello globale. Secondo AXA France Datascope 2026, in Francia sono diventati la principale causa di assenze per malattia di lunga durata, rappresentando oltre la metà dei casi di assenza tra gli under 30.

Sul versante della domanda di intervento, l’84% degli intervistati – e l’88% della fascia 18–24 anni – afferma che parteciperebbe a programmi di supporto alla salute mentale e al benessere offerto dal proprio datore di lavoro. Ciò evidenzia il ruolo decisivo delle aziende nel rompere il tabù e nel facilitare l’accesso a percorsi di supporto strutturati.

Per il mondo assicurativo, questi risultati delineano una trasformazione del percorso di cura, in cui l’AI entra sempre più come primo touchpoint per l’individuo, soprattutto nelle fasi iniziali di disagio. Questo comporta sia opportunità (prevenzione, engagement, triage più precoce) sia rischi (consigli inappropriati, ritardi nell’accesso a cura adeguata, potenziale aggravamento della gravità clinica).

Patrick Cohen, CEO di AXA European Markets & Health, sottolinea che spezzare il tabù sulla salute mentale richiede di superare l’idea che sia un problema esclusivamente individuale, per riconoscerla come sfida collettiva alimentata dai cambiamenti del contesto di vita e di lavoro. In questa prospettiva, l’AI può avere un ruolo crescente nel supporto precoce, ma non può sostituire i terapeuti: resta essenziale un percorso di cura strutturato, coerente, fondato su competenze mediche riconosciute e su meccanismi di supporto robusti.

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