Presentando il nuovo piano industriale al 2026 l’amministratore delegato del Montepaschi Luigi Lovaglio ha usato parole ambiziose: «Credo di essere sulla strada giusta per risolvere il problema della banca e quindi quello dei contribuenti». Come biglietto da visita per l’imminente aumento di capitale da 2,5 miliardi, la strategia è una parte della soluzione. Il doppio obiettivo del ceo è da un lato quello di comprimere i costi (a partire da quelli del personale) e snellire la struttura del gruppo e, dall’altro, quello di tornare alla redditività mettendo a segno un miliardo di utili nel 2024, il triplo di quelli realizzati oggi. Numeri di fronte ai quali giovedì 23 il mercato si è diviso tra chi è pronto a dar fiducia al progetto e chi fiuta una riedizione dei precedenti piani industriali di Siena, puntualmente disattesi dalla struttura. Vero è che le capacità di ristrutturatore messe all’opera prima in Unicredit (Bank Pekao) e poi al Credito Valtellinese fanno oggi di Lovaglio uno dei manager più adatti a ripulire e rilanciare il Monte.

Se l’orizzonte del piano è il 2026, la partita più delicata del banchiere sarà nel corso dell’estate. Già nei prossimi giorni partirà il road show per presentare la strategia industriale e, soprattutto, per sondare gli investitori sulla ricapitalizzazione che la banca intende lanciare in autunno. La ragione? Il Tesoro (azionista al 64%) ha già garantito che sottoscriverà la parte di sua competenza, ma la presenza di soggetti privati sarà essenziale perché l’aumento possa essere considerato «di mercato» da parte della Commissione europea; in caso contrario, la DgComp potrebbe considerare il sostegno economico da parte del Mef come aiuto di Stato e questo potrebbe comportare l’azzeramento di alcune posizioni, come per esempio i bond subordinati. Ecco perché, con un flottante pari al 36% del capitale, i privati andranno convinti della bontà dell’ennesimo piano di salvataggio.

Considerando che l’operazione sarà con alte probabilità riservata agli istituzionali, gli scenari possibili sono almeno un paio. A detta di un banker vicino a Siena, l’opzione ideale sarebbe coinvolgere una pattuglia di investitori istituzionali che prenotino una porzione dell’offerta, presumibilmente tra il 5 e il 10%. Questi anchor investor potrebbero avere due effetti: rassicurare il consorzio bancario capitanato da Mediobanca, Citi, Bofa e Credit Suisse sul buon esito dell’operazione e innescare un effetto trascinamento sul mercato. Per il momento non si fanno nomi anche se è noto che, da amministratore delegato del Credito Valtellinese, il banchiere ha saputo costruire relazioni di stima con investitori di primo piano come il fondo Algebris di Davide Serra o l’inglese Hosking Partners. In alternativa Siena potrebbe far leva soprattutto sui partner storici, cioé Anima e Axa, coinvolgendoli nella ricapitalizzazione. Proprio nel corso della scorsa settimana Thomas Buberl, amministratore delegato del colosso parigino delle polizze, ha fatto chiare aperture sull’ipotesi di un coinvolgimento nell’offerta: «Partecipare all’aumento di capitale del Monte dei Paschi di Siena? Vedremo».

Il diavolo però non sta nei dettagli e, a tre mesi di distanza, l’esito dell’aumento appare tutt’altro che scontato. Durante la presentazione di giovedì 23 giugno Lovaglio ha preferito non toccare l’argomento, ma qualche analista ha cominciato a interrogarsi su un piano B in caso di flop. L’ipotesi più plausibile è che a quel punto il Tesoro acceleri sulla privatizzazione, offrendo il Monte a un cavaliere bianco a condizioni di favore. Ferma restando la disponibilità del Mediocredito Centrale a un intervento selettivo, i nomi che oggi circolano con maggiore insistenza sono quelli di Banco Bpm e Crédit Agricole, peraltro candidate a un potenziale merger a trazione francese. I rispettivi ceo smentiscono, ma per una manovra di emergenza sotto la regia del governo e della Bce non si vedono altri candidati. (riproduzione riservata)

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