Perché l’integrazione di Ivass in Bankitalia può essere importante

L’annuncio, da parte del direttore generale della Banca d’Italia – presidente dell’Ivass Luigi Federico Signorini, di una proposta di legge, progettata dall’istituto di Palazzo Koch per trasformare l’istituto di vigilanza sulle assicurazioni in ente strumentale della banca, già fa discutere. Lo scopo dichiarato, come ieri ha riportato questo giornale, sarebbe quello di una maggiore razionalizzazione dell’operatività dell’Ivass, già coordinata con quella della Banca d’Italia (a cominciare dalla presidenza e dal direttorio integrato), nonché di una piena condivisione delle funzioni di supporto e di una graduale integrazione del personale. L’obiettivo dichiarato è quello di conseguire una maggiore efficienza e sviluppare «una cultura di supervisione condivisa traendo il meglio dall’esperienza di entrambe le istituzioni» anche guardando ai modelli realizzati in Europa.

È noto a coloro che hanno memoria storica che negli anni settanta del Novecento venne proposta alla Banca d’Italia l’assunzione della vigilanza sulle imprese assicurative, tuttavia l’allora governatore Guido Carli ringraziò ma rifiutò l’incorporazione di tali attribuzioni: non intendeva alterare la specificità delle funzioni della banca centrale e impegnarla in regolazioni e controlli che si caratterizzavano per la loro diversa specificità.

Fu, quindi, successivamente costituito l’Isvap come organo di vigilanza sulle imprese in questione dotato di personalità giuridica propria e di autonomia istituzionale e funzionale. Ma nel primo decennio del nuovo secolo ritornarono, nel dibattito tra addetti ai lavori, le ipotesi della confluenza di tale Vigilanza nella Banca d’Italia. Lo impedivano però, tra l’altro, il potenziale conflitto di interesse per avere quest’ultima una partecipazione nelle Generali di oltre il 4 per cento, nonché la vigenza di alcune attribuzioni in capo al competente ministero.

Alla fine, risolto il primo problema con la dismissione della suddetta partecipazione, nel 2012 l’Isvap fu riformato, ne fu cambiata la denominazione in Ivass e venne decisa una comunione di organi con la Banca d’Italia e di coordinamento di specifiche forme operative. Restano, tuttavia, distinte le due persone giuridiche. Ora, stando a quanto come sopra genericamente affermato da Signorini, si vorrebbe che l’Ivass diventasse ente strumentale della banca: ciò significa che la competenza primaria nella materia diviene, quindi, di quest’ultima? L’essere strumento presuppone un fine e questo diventa proprio, esclusivo della Banca d’Italia? Perché, allora, non si compie il passo della piena confluenza delle attività, magari con una sezione ad hoc? Ma sarebbe giusto un tale passo finale? Insomma, vi è molto da chiarire, a cominciare dal primum movens: la Banca d’Italia non ha di certo il potere di proposta legislativa; può rappresentare al governo esigenze di riforma, ma poi è quest’ultimo che deve assumere l’iniziativa e sottoporre al Parlamento la revisione.

Non è di certo immaginabile, come si potrebbe dedurre da alcuni riferimenti, che tutto ormai sia definito, essendosi manifestato, a quanto sembra, un certo favor da parte del Tesoro. Non esistono, per di più, riforme à la carte. Nel campo della tutela delle risorse del risparmio e della vigilanza sugli organi interessati alla gestione degli strumenti collettivi di investimento (che siano a contenuto previdenziale o meno) vi sono poi altri soggetti interessati a una visione unitaria e alle sue conseguenze quale la la Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip).

Insomma, si attende di conoscere il testo di una eventuale proposta del governo, che certamente non potrà condensarsi in un emendamento inserito in un provvedimento legislativo che abbia una corsia veloce e privilegiata, ma deve assumere una organica formulazione ad hoc, aperta alla valutazione parlamentare. (riproduzione riservata)

Angelo De Mattia
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