Obiettivo quota 100

Paola Valentini
La guerra e i tassi in aumento per frenare l’emergenza inflazione hanno messo in pausa il cantiere pensioni aperto a fine 2021 per studiare meccanismi di pensionamento anticipato che prendano dal 2023 il testimone da Quota 102 (38 anni di contributi e 64 anni di età), in vigore solo per quest’anno come misura temporanea per il dopo Quota 100 (che per tre anni ha permesso di andare in pensione con 38 anni di contributi e 62 anni di età). In mancanza di nuove misure dal prossimo anno l’asticella della pensione risalirà ai 67 anni previsti dalla legge Fornero, senza deroghe. In attesa di capire quindi se si tornerà alla legge dell’ex ministro che nel 2012 alzò l’età dell’addio al lavoro, quel che è certo è che per il lavoratori, pur con tutte le difficoltà del momento che mettono sotto pressione il budget famigliare, resta fondamentale rimpinguare l’assegno pubblico con la previdenza complementare. Che tutto sommato ha retto bene durante il Covid anche se ora gli effetti della guerra e i rialzi dei tassi stanno creando non poche difficoltà (anche) ai gestori dei fondi pensione. Come ha spiegato Mario Padula, presidente della Covip, nella sua relazione annuale sul 2021: «Il sistema italiano di previdenza complementare, che nel complesso aveva ben assorbito il primo impatto della pandemia, ha continuato a mostrare una solidità di fondo anche a fronte di shock imprevisti. Gli iscritti e i contributi sono tornati ad aumentare con tassi, su base annua, simili a quelli del periodo pre-pandemia. La gestione finanziaria ha prodotto risultati positivi».

A fine 2021, gli iscritti alla previdenza complementare in Italia erano 8,49 milioni, +4,2% sul 2020, per un tasso di copertura del 34,7% sul totale delle forze di lavoro (considerando gli iscritti alle polizze previdenziali di vecchia generazione si arriva a 8,77 milioni, +3,9%). I contributi nell’anno sono stati 17,6 miliardi di euro, tornando a crescere su livelli pre-Covid.

Grazie a questa dinamica (oltre ai rendimenti 2021 pari al +4,9% per i fondi pensione negoziali, al +6,4% per gli aperti, e al +11% per i piani individuali pensionistici, ovvero i pip, legati alle polizze unit linked) le risorse delle forme pensionistiche complementari sono salite a 205,9 miliardi di euro a fine 2021, + 7,9% sul 2021 (231 miliardi comprese le polizze di vecchia generazione): un importo pari al 12% del pil e al 4,1% delle attività finanziarie delle famiglie italiane. Se questi sono i numeri del 2021, oggi lo scenario è cambiato per via della guerra e dell’impennata dell’inflazione. E il conto potrebbero pagarlo soprattutto le fasce più deboli che più hanno bisogno di una integrazione pensionistica. «A fronte di una sostanziale solidità dei fondi pensione, il contesto macroeconomico e sociale che si sta delineando rischia pericolosamente di allontanare gli individui più fragili nella loro condizione di occupazione, prevalentemente giovani e donne, dalla prospettiva delle scelte di lungo termine. I fondi pensione accolgono soprattutto uomini di età matura, residenti nel Nord, inseriti in imprese ragionevolmente più solide. Donne, giovani, lavoratori delle aree meridionali continuano a essere in modo preoccupante più assenti dal settore della previdenza complementare», avverte Padula. Per cui, prosegue il presidente dell’autorità di vigilanza, «la situazione rende ancora più complesso affrontare la sfida dell’inclusione previdenziale, su cui già da tempo la Covip richiama l’attenzione». Solo il 17,8% degli iscritti ai fondi pensione ha meno di 35 anni e negli ultimi cinque anni la percentuale della fascia più giovane è cresciuta di appena 0,4 punti percentuali. L’età media è di 47 anni. Gli uomini costituiscono il 61,8% e anche in questo caso negli ultimi cinque anni l’incidenza della componente femminile è aumentata di soli 0,5 punti.

In un sistema pensionistico pubblico come quello italiano che dal 2012 è contributivo per tutti, l’importo dell’assegno previdenziale è legato alla quantità di risorse accantonate, più si versa e più si ottiene e quindi carriere discontinue o interruzioni nei versamenti riducono il montante finale, a differenza del retributivo nel quale la pensione era legata agli ultimi stipendi.

L’Italia (tabella in pagina) ha, in un campione di Paesi Ocse, la quota più elevata di contributi alla previdenza pubblica in rapporto alle retribuzioni (33%), e parallelamente è uno degli Stati in cui gli asset delle pensioni private sul pil sono tra i più bassi al mondo. Una presenza elevata dello Stato nelle pensioni pubbliche ha distolto l’attenzione sulla costruzione di un’adeguata pensione di scorta. Tanto che nel 2021, rileva Covip, un quarto degli iscritti alla previdenza integrativa ha versato meno di 1.000 euro. Il 14,2% tra mille e 2 mila euro, il 10,2% tra 2 mila e 3 mila euro. Per singolo aderente, i contributi nel 2021 sono stati pari mediamente a 2.790 euro. Eppure il limite di deducibilità fiscale annua dei contributi è ben più alto, 5.164 euro. Non solo. Nel 2021 2,4 milioni di iscritti non hanno effettuato versamenti, il 27,2% del totale; rispetto al 2020, sono aumentati di 76 mila unità. Oltre un milione di individui non dà contributi da almeno cinque anni. «Per costoro la condizione di non versante ha ormai assunto natura strutturale ed è meno probabile il ripristino di una partecipazione attiva alla previdenza complementare», avverte Padula. Il problema è che il sistema contributivo unito a un mondo del lavoro con carriere più frammentate rischia di creare pensioni non adeguate se non si interviene con un’integrazione.

D’altra parte, come mostra una simulazione di smileconomy, costanza di versamenti e iscrizione alla previdenza complementare in giovane età permettono senza costi eccessivi di arrivare al traguardo di quota 100, ovvero all’obiettivo di avere con i versamenti ai fondi pensione, un tasso di sostituzione (ovvero il rapporto tra primo assegno previdenziale atteso, tra parte pubblica e privata, e ultimo stipendio) del 100%. Il target non è irrealistico e pur con tutte le difficoltà del momento, prima si inizia a versare inferiore sarà l’onere.

Per capire quanto mettere al mese nei fondi per avere una integrazione della propria pensione pubblica che permetta di arrivare a un assegno pensionistico totale del 100% dello stipendio attuale MF-Milano Finanza ha chiesto alla società di consulenza indipendente smileconomy un’elaborazione per 30, 40, 50 e 60enni dipendenti e autonomi, con redditi netti mensili da 1.500 a 3 mila euro (tabella in pagina). Sono tutti pensionati con il sistema contributivo, tranne i 60enni. Ad un trentenne con un reddito di 1.500 euro netti possono bastare cifre mensili tra i 149 euro (dipendente che ha scelto una linea del fondo pensione con rischio medio) e i 261 euro (autonomo con una linea a rischio basso).

Per un quarantenne da 2.000 euro netti, le cifre salgono tra i 402 euro (dipendente con rischio medio) ed i 693 euro (autonomo con rischio basso). Per i 50enni e soprattutto i 60enni, naturalmente le cifre salgono molto, sia perché sale il reddito, sia perché si ipotizza che il piano per raggiungere l’obiettivo 100% inizi oggi. I tassi di sostituzione della sola pensione pubblica presenti in tabella sono ipotizzati a carriera costante. «Con carriere discontinue e con redditi crescenti nel tempo, sarebbero più bassi», spiega Andrea Carbone, fondatore di smileconomy. Per tutti viene riportata anche l’efficienza finanziaria, pari al rendimento a vita media di ogni euro investito, che è sempre molto sopra uno. «Le elaborazioni confermano i punti fermi di ogni ragionamento previdenziale: il valore del tempo e l’aiuto che può offrire il rendimento dei mercati», dice Carbone.

Per ampliare la platea, soprattutto i più giovani, per la Covip un sostegno può arrivare dal canale digitale. I siti dei fondi pensione sono sempre più attivi nei rapporti con gli aderenti. Attraverso il web è possibile semplificare il processo di adesione, con l’iscrizione online, «modalità che può concorrere a incentivare la partecipazione alla previdenza complementare», osserva Padula, con «l’obbligo che i fondi pensione prestino attenzione ai profili di sicurezza informatica». Per spingere le iscrizioni il focus è anche sulle agevolazioni fiscali (oltre a quelle già presenti nei fondi pensione tra cui la tassazione dei rendimenti al 20% al posto del 26% standard, la deduzione dei contributi versati fino a 5.164,57 euro l’anno e l’assenza di imposta di bollo annua dello 0,2% sul capitale). Covip propone di dare la possibilità, oggi prevista solo nella fase di ingresso nel mercato del lavoro, di riportare in anni successivi la deducibilità dei contributi di 5.164 euro non sfruttata in un anno. Potrebbe anche essere utile riproporre il meccanismo di adesione automatico del silenzio-assenso già utilizzato nel 2007 in Italia. E’ utile fare riferimento alle diverse esperienze internazionali (si veda box), da cui emerge che un meccanismo di adesione automatica per raggiungere «gli effetti deve avere un funzionamento semplice e deve rendere immediatamente chiari e percepibili i benefici dell’adesione ma deve anche essere adottato in fasi di relativa stabilità dei mercati finanziari», avverte Padula.

Interessante è poi anche il confronto dei rendimenti dei fondi pensione con la rivalutazione del tfr. Nel 2021 i rendimenti, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, sono stati, come si accennava, in media positivi per tutte le gestioni e superiori alla rivalutazione del tfr (+3,6%). Ma quest’anno l’andamento sarà molto diverso perché i ribassi di azioni e bond hanno lasciato ai gestori pochi spazi in cui rifugiarsi tenendo conto che gli attivi alternativi e più decorrelati all’andamento dei mercati quotati hanno ancora un peso ridotto nei portafogli previdenziali. In ogni caso l’orizzonte di lungo periodo proprio dei fondi pensione offre spazi di recupero. Ad esempio su un ciclo a 20 anni (fino a fine 2021), che comprende la fase di avvio dell’operatività delle forme complementari nonché diversi periodi di turbolenza dei mercati, il rendimento medio annuo composto dei fondi negoziali è stato del 3,2%. Per i fondi pensione aperti, caratterizzati da un’esposizione azionaria maggiore, è stato in media del 2,6% all’anno. Per il tfr, la rivalutazione annua è stata pari al 2,3%. Il tutto in vista dei Pepp (Pan-european personal pension products) i nuovi fondi pensione europei di cui è prossima l’emanazione del decreto legislativo di adeguamento della normativa italiana. Per la Covip i Peep possono fornire un contributo positivo in ambito nazionale, in primo luogo nell’intensificare la concorrenza nel mercato dei prodotti pensionistici individuali, in particolare per quanto riguarda i livelli di costo. Infatti, in base alla normativa europea, questi fondi devono contemplare una linea di investimento (cosiddetto Basic Peep) offerta di default che deve rispettare un limite annuale di costo dell’1% del capitale accumulato. «Costo che quindi sarebbe inferiore a quello di gran parte dei prodotti individuali, ovvero fondi pensione aperti e pip presenti sul mercato nazionale», conclude la relazione Covip. (riproduzione riservata)

Adesione automatica, i modelli di Uk e Nuova Zelanda
di Carlo Giuro
La Covip nella propria Relazione annuale sul 2021 evidenzia che tra le leve attivabili per incidere sui fenomeni di esclusione previdenziale, e quindi per aumentare il numero di iscritti ai fondi pensione, ci sono i meccanismi di auto-enrolment, cioè di iscrizione automatica, ampiamente sperimentati in diversi Paesi. Tra questi rientra il cosiddetto silenzio-assenso, utilizzato in Italia all’avvio della riforma previdenziale del 2007 per i lavoratori in attività e poi rimasto per i soli neo-assunti. La Commissione europea ha commissionato uno studio, pubblicato a novembre 2021, su tali meccanismi di adesione automatica già applicati a livello nazionale dai singoli Paesi, con lo scopo di identificare le caratteristiche e le buone pratiche rispetto agli obiettivi di copertura della previdenza complementare.

In questo approfondimento sono giudicate positive in particolare le esperienze del Regno Unito e della Nuova Zelanda considerando che hanno dato luogo a notevoli incrementi della diffusione della previdenza complementare e significativi aumenti del risparmio previdenziale, oltre alla riduzione del divario pensionistico di genere (uomini-donne) e al miglioramento dell’offerta pensionistica tra le fasce di lavoratori a basso reddito. Nel Regno Unito il successo dell’iniziativa è messo in relazione al fatto che dall’introduzione dell’adesione automatica il tasso di iscrizione alle forme pensionistiche cosiddette work-based (ossia legate alla condizione di lavoro dipendente) è aumentato in modo significativo (dal 55% nel 2012 all’88% nel 2019). Il meccanismo ha avuto particolare successo tra i gruppi a basso reddito che erano il target della misura. Al contempo i tassi di rinuncia si sono mantenuti bassi, intorno al 7%. Una caratteristica significativa dell’esperienza nel Regno Unito è stata l’attenzione alle commissioni: gli schemi pensionistici che i singoli datori di lavoro potevano selezionare per indirizzare i propri dipendenti dovevano praticare costi molto contenuti. Ciò da un lato stabilendo un tetto massimo di spesa pari all’1% del capitale accumulato; dall’altro prevedendo, per iniziativa del governo, l’istituzione di uno schema che fosse in grado, anche grazie a una sovvenzione pubblica, di praticare costi particolarmente contenuti, ben al di sotto del tetto massimo previsto.

Tale schema, denominato National Employment Savings Trust (Nest), ha in effetti costituito un punto di riferimento nel funzionamento dell’automatic enrolment nel Regno Unito, finendo per essere quello prescelto dalla maggior parte dei datori di lavoro per i propri dipendenti e, soprattutto, costituendo un benchmark, in termini sia di costi contenuti sia di qualità complessiva di gestione, rispetto al quale sono stati costretti a misurarsi tutti gli altri schemi autorizzati a operare come fondi destinatari del meccanismo di automatic enrolment.

L’altra esperienza che lo studio giudica in modo favorevole è quella della Nuova Zelanda dove l’introduzione dell’adesione automatica ha avuto luogo nel 2007 tramite i piani pensionistici detti Kiwi Saver. Si è registrata da parte dei lavoratori un’adesione molto consistente. Una loro caratteristica distintiva sono gli incentivi finanziari, che includono non solo contributi a carico del datore di lavoro e del lavoratore, ma anche contributi a carico dello Stato (fino a un massimo di circa 521 dollari all’anno). La campagna informativa che ha accompagnato l’introduzione del meccanismo è stata considerata efficace nell’evidenziare gli incentivi finanziari dei Kiwi Saver.

Per quel che riguarda l’Italia, lo studio fa notare anzitutto il numero limitato di nuovi iscritti che ha avuto luogo a seguito dall’esperienza dell’adesione automatica. Covip sottolinea che il successo di un nuovo semestre di silenzio-assenzio dovrà avere una campagna di informazione serrata.

Dall’avvio della riforma, nel 2007, su 376,4 miliardi di tfr, 208,2 miliardi (il 55,3%) sono rimasti in azienda; 86,1 miliardi (il 22,9%) sono confluiti nel Fondo di Tesoreria (le aziende con più di 50 dipendenti devono versare a questo comparto il tfr che resta presso di loro). La parte destinata alla previdenza complementare è stata di 82,1 miliardi, il 21,8%. (riproduzione riservata)
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