Paola Valentini
Il mese scorso Azimut, attraverso la controllata a Shanghai, ha ottenuto, insieme a pochissimi operatori internazionali, la licenza Qdlp che consente di lanciare fondi in Cina per investire in mercati esteri. In Cina le masse gestite ammontano a circa 17 mila miliardi di euro e più di 14 mila miliardi di euro di risparmi dei privati giacciono in depositi bancari, ma di questa enorme quantità di capitali, solo una piccola percentuale è investita all’estero per via delle molte restrizioni ad investire fuori il Paese. Grazie alla licenza Qdpl Azimut avrà d’ora in poi la possibilità di offrire prodotti ai suoi clienti in Cina, dove si aspetta che in futuro ci sarà una forte crescita di domanda per investimenti esteri. Il gruppo presieduto da Pietro Giuliani, Generali ed Eurizon sono gli unici tre big italiani del risparmio gestito ad avere una presenza in Cina. La prima è stata la compagnia triestina.

Nel 2009, Generali comprò il 30% di Guotai Amc, la prima società di gestione del risparmio ad essere costituita in Cina (nel 1998). La joint venture tra Generali e il gruppo Guotai è autorizzata a gestire tutte le classi di attivi, compresi i piani pensionistici aziendali. Guotai Amc ha registrato nel 2021 ricavi per 430 milioni di euro, in forte aumento rispetto ai 294 milioni del 2020 e gli utili netti sono raddoppiati passando da 80 a 162 milioni. La business unit Generali Asset & Wealth Management guidata dall’ad Carlo Trabattoni (che raggruppa le principali società del gruppo Generali nell’asset e wealth management) comprende nel mercato cinese anche Generali China Amc, nata nel 2013. E’ una joint venture con China National Petroleum Corporation (tra le più grandi imprese statali cinesi, nonché uno dei principali gruppi energetici del mondo). Generali in realtà è presente in Cina da 20 anni nel business assicurativo: nel 2002, attraverso la compagnia Vita Generali China Life Insurance Company, in partnership sempre con China National Petroleum Corporation, era stato il primo gruppo italiano a entrare nel mercato cinese del risparmio. Un settore che, grazie a progressive aperture dell’economia, mostra tassi di crescita ben più elevati rispetto a quelli dell’Europa che ha un’industria dell’asset management più matura e soprattutto con una concorrenza da tutto il mondo.

Anche Eurizon ha costruito negli ultimi 15 anni una base nel mercato asiatico. In Cina la società di gestione di Intesa Sanpaolo detiene dal 2017, in joint venture con Guosen (società finanziaria posseduta dalla municipalità di Shenzen), il 49% di Penghua. «In quel periodo la Cina aveva dato la possibilità di acquistare quote di minoranza di società di asset management, un mercato che mostrava prospettive di grande sviluppo perché il rapporto tra pil e il risparmio gestito era bassissimo», ricorda Massimo Mazzini, head of marketing and business development di Eurizon Capital Sgr e membro del cda di Penghua.

Il patrimonio di questa società è passato dai 20 miliardi di euro del 2007 agli attuali 155 miliardi di euro, pari a circa il 3,3% degli asset totali dell’industria cinese dei fondi comuni (che valgono attorno ai 3,5 mila miliardi di euro, fonte Amac), dove figura al nono posto. E nel solo primo trimestre di quest’anno le masse sono salite del +33% sullo stesso periodo 2021, con un +7% da fine 2021 grazie anche a una raccolta di 12,6 miliardi di euro tra gennaio e marzo di quest’anno. Nel frattempo Eurizon in Europa ha registrato una crescita più contenuta: +1% a 425 miliardi di euro le masse da marzo 2021 con flussi di 1,6 miliardi di euro nel primo trimestre. Nella top ten delle più grandi joint venture dell’asset management (grafico in pagina) Penghua, emerge dai dati di Z-Ben Advisors, è quinta; l’unica altra italiana è Generali-Guotai, decima. Z-Ben Advisors ha anche aggiornato la classifica (2022 China Rankings) dei 25 maggiori asset manager esteri in Cina e per l’Italia c’è solo Eurizon al 12° posto (era al 15° nel 2021). La classifica (grafico in pagina) considera le masse gestite nel Paese, nel caso di Eurizon tramite Penghua. E anche gli asset di clienti non cinesi investiti in Cina ovvero per la sgr il business delle controllate Eurizon Capital Asia (100%) di Hong Kong (di cui Mazzini è presidente e recentemente rafforzata per svilupparla come centro negli investimenti azionari sui mercati emergenti asiatici) e Eurizon SLJ Capital (65%), basata a Londra e con un team di gestori specializzati sull’obbligazionario cinese. Gli asset cinesi di queste due società valgono circa 6 miliardi di euro. Se Penghua è di fatto una azienda dedicata ai fondi collocati sul mercato locale che Eurizon, essendo in minoranza, supporta nel processo di investimento, invece le società di Hong Kong e Londra sono in maggioranza della sgr e gestiscono fondi in azioni cinesi, in obbligazioni in renminbi e multiasset collocati in Europa, Italia inclusa. Dal 2021 la Cina ha dato la possibilità di acquisire la maggioranza delle joint-venture. «Lato nostro crediamo che l’attuale azionariato sostenuto, da una parte, da una società, come Guosen, importante in Cina e con una profonda conoscenza degli aspetti normativi e, dall’altra, dalla nostra esperienza sui mercati e sui processi, sia un’ottima combinazione per far sviluppare ancora Penghua», spiega Mazzini, «che oggi distribuisce i fondi tramite le principali banche cinesi oltre a essere uno dei gestori principali dei fondi pensione pubblici».

Il gruppo Azimut è presente a Shanghai e ad Hong Kong oltre a contare su una rete distributiva a Taiwan. Azimut ha stabilito la propria presenza in Cina a fine 2010 e nel 2011 ha lanciato il fondo lussemburghese AZ Fund Renminbi Opportunities, fondo aperto specializzato nella valuta cinese. Nel 2018, Azimut è stato il primo gestore indipendente italiano, il primo tra quelli con sede nell’area dell’euro e l’undicesima azienda straniera al mondo, a ottenere tramite la controllata AZ Investment Management la licenza Wofe Private Fund Manager grazie alla quale poter offrire prodotti di investimento onshore a istituzionali e a investitori con alte disponibilità nella Cina continentale. «Molte persone con un patrimonio netto elevato in Cina sono imprenditori di prima generazione che necessitano di una consulenza su tutto, dalla gestione alla pianificazione patrimoniale», osserva Morgan Stanley.

«Gli investitori cinesi sono prevalentemente investiti in titoli o prodotti locali, perché non è parte della loro cultura la diversificazione in asset fuori dalla Cina, senza dimenticare che i flussi in uscita verso asset stranieri sono ancora soggetti a controlli da parte delle autorità statali», dice Mazzini. Dal punto di vista del business i lockdown dovuti alla pandemia non hanno frenato l’industria «perché la modalità di distribuzione del risparmio gestito è legata a strumenti digitali molto più che in Italia. Sono ad esempio molto diffuse applicazioni che permettono di investire automaticamente lo stipendio accreditato nel conto su fondi monetari, in una fase in cui i tassi vanno dal 2,5% nel breve fino al 3% a dieci anni», racconta Mazzini.Quanto agli sviluppi di Eurizon in Cina, «valuteremo l’evoluzione della normativa sui veicoli Qdlp, noi conosciamo bene il mercato», afferma Mazzini, «questi strumenti che consentono a un investitore cinese di costruire portafogli internazionali oggi hanno diverse limitazioni in Cina, ma una volta che questi vincoli saranno allentati, ciò potrebbe agevolare un progetto di distribuzione nel Paese e il nostro brand riconosciuto ci potrebbe fornire opportunità di sviluppo in termini di raccolta diretta».

Sul fronte dell’economia, la Cina si sta riprendendo dallo shock del nuovo lockdown anti-Covid degli ultimi due mesi. «L’abolizione delle restrizioni nelle principali città dovrebbe dare il via a un forte rimbalzo. In Cina, a differenza di alcune economie occidentali, quando la popolazione esce da una situazione di blocco si assiste a un aumento della produzione, perché le fabbriche fanno turni supplementari per evadere gli ordini arretrati il più rapidamente possibile», sottolinea Mazzini. Secondo Christoph Siepmann, economista di Generali Investments, «la Cina manterrà la politica di zero Covid almeno fino al quarto trimestre, ma l’attuazione si affiderà di più ai test per evitare blocchi estesi». Per Stefano Chao, general manager e capo degli investimenti di AZ Investment Management a Shanghai «prevediamo, come nel 2020, che la Cina avrà una rapida normalizzazione. In aggiunta, a differenza del resto del mondo, sta perseguendo una politica monetaria e fiscale che darà una spinta alla crescita nella seconda metà del 2022. Si può permettere questo perché non ha realizzato una strategia molto espansiva nel 2020 e 2021, come fatto dagli Usa, e quindi ha un’inflazione sul 2% e può tagliare i tassi». (riproduzione riservata)
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