Italiani, 277 miliardi all’estero

È QUANTO HA INDICATO LA COMMISSIONE UE NELLA RELAZIONE ANNUALE IN MATERIA DI FISCALITÀ
di Matteo Rizzi
Cresce la ricchezza degli italiani all’estero che ammontava a 227 miliardi di euro nel 2018, rispetto ai 142 miliardi del 2016. Con una perdita di gettito che ammonta a più di 10 miliardi di euro l’anno. Roma è comunque al terzo posto in Ue dopo i 433 miliardi nascosti dai tedeschi e i 411 miliardi nascosti dai francesi. È quanto ha indicato la commissione europea nella Relazione annuale in materia di fiscalità del 2022 pubblicata ieri in cui vengono analizzati i dati più recenti dei sistemi fiscali dell’Ue e individua le modalità di miglioramento della politica fiscale. Tendenza comunque generale visto il picco dei 8.600 miliardi di euro di capitali detenuti offshore nel 2018 in tutto il mondo, rispetto ai 7.300 miliardi di euro del 2016, con una stima di 1.700 miliardi di euro detenuti dai cittadini dell’Unione europea (ovvero il 12% del Pil rispetto al 9,7% del 2016). In media, Italia, Francia, Germania, Spagna da sole arrivano ai due terzi della ricchezza nascosta dagli europei. Con una perdita di gettito che ammonta a 124 miliardi di euro all’anno per la sola Ue rispetto ai 46 miliardi del 2016.

Sebbene i requisiti di trasparenza “siano aumentati, l’evasione fiscale da parte delle persone fisiche nei centri finanziari offshore rappresenta ancora una perdita fiscale considerevole per gli stati membri”, scrive l’esecutivo di Bruxelles. L’aumento significativo delle cifre tra il 2016 e il 2018, spiega la commissione, può comunque essere spiegato principalmente dall’aumento dei prezzi dei titoli azionari. Inoltre, lo studio stima nuovi tipi di attività detenute offshore da persone fisiche europee, come immobili (1.300 miliardi di euro), assicurazioni sulla vita (5,3 miliardi di euro) e contanti (17,9 miliardi di euro).

Le società di comodo. Le entità “Shell” sono strutture perfettamente legali che, per loro natura, sono opache. Tuttavia, le prove suggeriscono che “individui e società con un elevato patrimonio netto talvolta ricorrono a entità di comodo per minimizzare il loro carico fiscale”. Il numero di entità letterbox all’interno dell’Ue in uno studio del Parlamento europeo del 2018 è stimato in modo “piuttosto prudente” in “circa 29.000 entità”. Una stima superiore, basata su dati irlandesi, indica “75.000 società di comodo nell’Ue”.

Un’entità di comodo può servire come veicolo intermedio per il cosiddetto “treaty shopping”. Si tratta di un caso di abuso di trattati contro la doppia imposizione, quando un gruppo societario desidera effettuare un pagamento tra due paesi che non hanno alcun trattato fiscale tra loro, e crea un’entità di comodo in un paese terzo, irrilevante per la transazione ma con una rete di trattati fiscali interessanti (ad esempio, nessuna o minore ritenuta alla fonte), allo scopo di dirottare il pagamento attraverso l’entità di comodo in questo paese terzo. Un altro meccanismo per evitare la tassazione attraverso l’uso di entità di comodo consiste nello stabilire entità in stati membri con un regime favorevole di ritenuta alla fonte su dividendi, interessi e royalties in uscita (fuori dall’Ue).

In questo contesto, il 22 dicembre 2021 la Commissione ha presentato un’iniziativa per combattere l’uso improprio delle entità di comodo a fini fiscali: la direttiva Unshell che introdurrà nuove norme per agevolare le amministrazioni fiscali degli stati membri nell’identificazione di entità prive di una minima sostanza economica e ad alto rischio di essere utilizzate per l’elusione o l’evasione fiscale.

I paesi Ue usati per la pianificazione. Per quanto riguarda la pianificazione fiscale aggressiva, la commissione fiscale rileva che nell’ultimo anno e nel contesto del Pnrr, paesi come i Paesi Bassi e Cipro si sono impegnati ad adottare misure per chiudere le scappatoie fiscali che facilitano la pianificazione fiscale aggressiva. Ma i protagonisti rimangono sempre gli stessi.

Un’attività finanziaria molto elevata, rispetto alle dimensioni dell’economia, può indicare che un Paese viene utilizzato a fini di elusione fiscale. Se si tiene conto di una serie di altri indicatori, come quelli legali (ad esempio, l’assenza di ritenute alla fonte), si ottiene un insieme di prove che suggeriscono come un paese può essere un canale per le pratiche di evasione fiscale. A questo proposito, è utile considerare gli investimenti diretti esteri (Ide). Ad esempio, lo stock di investimenti diretti lussemburghesi all’estero rappresenta quasi 58 volte il Pil. In misura minore, anche Cipro, Malta, i Paesi Bassi e l’Irlanda. Altri indicatori possono essere gli investimenti diretti tramite società a destinazione specifica (Spe) la rilocalizzazione di beni immateriali (ad esempio la proprietà intellettuale) ed i prestiti intrasocietari.
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