Dove trovare rendimenti

Paola Valentini
Il risparmio delle famiglie italiane per ora regge e a fine 2021 ha raggiunto 5.200 miliardi di euro. Si tratta, calcola la Banca d’Italia, di 500 miliardi in più sul 2020 non soltanto per l’incremento di valore di azioni e bond nell’anno, ma anche grazie a 108 miliardi di flussi (tabella in pagina accanto). La propensione al risparmio infatti, pur in calo al 12,5% rispetto al 15% del 2020 quando aveva raggiunto i massimi per via dei lockdown, è rimasta superiore di 5 punti percentuali sul 2019. Il tasso di risparmio si è mantenuto su livelli elevati anche nel confronto con gli ultimi due decenni. E in questa prima parte del 2022, strette dalla morsa dell’inflazione alle stelle e con le retribuzioni ferme, le famiglie cercano di difendere i risparmi tagliando le spese.

La fiducia, rileva Banca d’Italia, che era migliorata tra la primavera e l’estate del 2021, è diminuita lo scorso autunno con il nuovo peggioramento dei contagi da Covid, ed è scesa in modo ancora più marcato da marzo dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. «Le risposte delle famiglie indicano un deterioramento delle attese sulla situazione economica, sia personale sia generale, e un forte aumento dell’incertezza.

Le intenzioni di acquisto di beni durevoli si sono drasticamente ridotte e la quota dei consumatori che ritengono opportuno risparmiare è rimasta elevata, segnalando un persistente atteggiamento prudente», si legge nell’ultima relazione di Via Nazionale pubblicata il 31 maggio scorso. Ma come rovescio della medaglia la liquidità accantonata è esposta all’erosione da parte dell’inflazione che continua a correre: la stima per i Paesi Ocse è del +9,2% per aprile. E’ quindi necessario trovare impieghi che proteggano e facciano crescere i risparmi, ma il momento non è facile. Il 2021 ha infatti chiuso quasi due decenni di politiche monetarie espansive delle banche centrali che hanno inondato di denaro i mercati facendo salire in modo indiscriminato azioni e bond, con un effetto inflazionistico che oggi emerge in modo prepotente per via della scarsità di materie prime per la guerra e il boom di domanda dopo la pandemia. E ora il progressivo ritiro della liquidità iniettata dalle banche centrali per frenare l’aumento dei prezzi contribuisce a destabilizzare i mercati. «Dopo 40 anni di costante disinflazione, il nostro scenario centrale è che si andrà verso una maggiore inflazione strutturale nella maggior parte dei mercati, sia sviluppati che emergenti», afferma Pictet Wealth Management (Wm). Da molti anni, la scomparsa di fatto dell’inflazione ha fatto sì che non vi sia stata quasi mai la necessità di fare una distinzione tra rendimenti nominali e rendimenti reali. Questo però sta cambiando ed è il motivo per cui quest’anno, nel suo Secular outlook sui rendimenti attesi nei prossimi dieci anni (2022-2031) in oltre 50 asset class, Pictet Wm ha elaborato i dati sia in termini nominali, sia reali. L’inflazione è una tassa occulta sul capitale, ne deprime il valore. È pertanto essenziale costruire una asset allocation strategica intorno a strumenti che proteggano il più possibile da questa erosione. «Per questo crediamo che gli attivi reali siano sempre più importanti sia pure al prezzo di una certa illiquidità. Anche se dovessero prevalere le forze deflazionistiche, una allocazione negli asset reali potrebbe comunque compensare i rendimenti relativamente bassi che prevediamo per le obbligazioni e le azioni quotate nei prossimi 10 anni», afferma Christophe Donay, responsabile dell’asset allocation e della ricerca macro di Pictet Wealth Management. Che prevede per il decennio 2022-2031 un’inflazione media annua del 2,8% a livello globale, con gli Usa al 3%, la zona euro al 2,2% e la Cina al 2,9%. Il pil globale è atteso crescere al 2,8% all’anno in media nel decennio, negli Usa al 2%, nella zona euro all’1,6%, in Cina al 4,6%. «La possibilità che i governi continuino a intervenire anche dopo la pandemia è uno dei fattori principali che consideriamo nelle previsioni a lungo termine quest’anno», prosegue Donay. Il team di Pictet Wm si è esercitato a elaborare previsioni sui rendimenti reali non soltanto a lungo termine ma anche per il breve (tabella in pagina): nel 2022 si va dal +6,1% di asset reali come venture capital e private equity, al +5,5% del Nasdaq, e al +4,6% delle azioni cinesi, fino, in fondo alla classifica, al -2,4% per il Bund a 10 anni (dati in valuta locale).

In questo contesto il team di Pictet Wealth Management definisce alcune tendenze che dovrebbero plasmare il futuro degli investimenti nelle azioni, nei bond, nella liquidità e negli asset alternativi. In primo luogo il ritorno della spesa dei governi peserà sui rendimenti a lungo termine. Poi c’è la cosiddetta Grande Divergenza, ovvero il disallineamento tra debito e crescita economica: questo significa che serve sempre più debito per generare sempre meno crescita reale. «La sostenibilità del debito è pertanto un problema centrale per le nostre prospettive a lungo termine», avverte Donay. Terzo: la rivoluzione tecnologica iniziata oltre 10 anni fa ha raggiunto la fase di maturità e una nuova ondata di innovazione potrebbe essere in ritardo di un paio d’anni. Negli ultimi 10 anni, il Nasdaq ha fatto meglio dell’S&P 500 di 72 punti percentuali, una media di 6 punti percentuali all’anno. «È probabile che questa dinamica si arresti nei prossimi dieci. Prevediamo che i titoli tecnologici del Nasdaq 100 forniscano rendimenti reali del 4,9% in valuta locale», afferma Donay. Inoltre dopo quattro decenni di inflazione in costante calo, lo scenario centrale della società di gestione è il passaggio a un regime di inflazione più elevata nella maggior parte dei Paesi. Dopo aver raggiunto un picco compreso tra il 12% e il 15% annualizzato all’inizio degli anni ’80, il tasso di inflazione è sceso costantemente a circa l’1% in alcuni mercati sviluppati appena prima della pandemia. «L’improvvisa accelerazione dei prezzi iniziata a metà 2020 a causa di squilibri temporanei tra domanda e offerta nasconde dinamiche strutturali più profonde. Ciò rende un cambiamento nel regime inflazionistico nel prossimo decennio una possibilità concreta, con un’inflazione annua del 3% prevista per gli Stati Uniti», prosegue lo studio.

Nel frattempo il cambiamento climatico e l’inflazione dovrebbero entrambi sostenere la crescita economica reale. «Così come gli investimenti necessari per affrontare il cambiamento climatico dovrebbero dare impulso a lungo termine, così dovrebbero essere gli aumenti salariali resi necessari dal rischio di una crescente instabilità sociale e politica. Questi aumenti salariali compenseranno anche parte o tutto l’aumento del costo della vita che ci attende. Pertanto, continuiamo a prevedere una crescita economica reale nei prossimi 10 anni nonostante il ritorno di un’inflazione più elevata», stima Donay. Quanto alle singole asset class (tabella in pagina) la società di gestione prevede che le asset class con rendimenti reali annui al 2031 (in euro) più elevati sono private equity e venture capital (5,4% per entrambi annuo contro un rendimento nominale previsto dell’8,4%), seguiti dalle azioni cinesi (4,9% reale e 7,9% nominale), dal Nasdaq (4,2% reale e 7,2% nominale), dalle azioni giapponesi (4,1% reale e 5% nominale). Di contro «ci aspettiamo rendimenti reali negativi su liquidità e obbligazioni sovrane. Il ritorno dell’inflazione rafforza la nostra argomentazione di lunga data secondo cui il contante è una macchina per l’erosione del capitale. Lo stesso messaggio vale per le obbligazioni sovrane. Sebbene mantengano il loro status di copertura e diversificatore in caso di shock azionario, i rendimenti reali negativi che ci aspettiamo dalle obbligazioni sovrane riflettono il fatto che il loro valore del capitale diminuirà nel tempo», afferma Donay. Tra i titoli di Stato fanno eccezione i titoli dell’area asiatica: per le emissioni cinesi a dieci anni Pictet Wm indica un rendimento reale annuo del 2,1%. In questo contesto, inoltre anche «il debito privato e le obbligazioni indicizzate all’inflazione dovrebbero migliorare i rendimenti reali di un’asset allocation strategica», conclude Donay. (riproduzione riservata)
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