Ampliata l’area Ue di applicazione

Poco meno di 50 mila imprese europee saranno chiamate a presentare l’informativa sulla sostenibilità del proprio business nel 2024, in riferimento all’attività svolta nel corso dell’esercizio relativo all’anno 2023. Si tratta delle stime diffuse dalla Commissione europea in riferimento ai contenuti della nuova direttiva, che dovrebbe essere approvata entro fine anno, e che consentirà di ampliare il perimetro di applicazione dell’attuale normativa. Il 21 aprile dello scorso anno la Commissione europea ha pubblicato una proposta di direttiva sul reporting di sostenibilità (Corporate sustainability reporting directive – Csrd) che, appunto, andrà a modificare l’attuale Non-financial reporting directive – Nfrd. L’obiettivo della Commissione è che la proposta migliori l’informativa al mercato sui temi ambientali, sociali e di governance (Esg, acronimo che sta per Environmental, social, governance, ossia tutte quelle attività legate all’investimento responsabile), contribuendo alla transizione verso un sistema economico-finanziario sostenibile e inclusivo. In tale contesto normativo, l’European financial reporting advisory group (Efrag) ha presentato la prima bozza degli European sustainability reporting standards (Esrs), posta in consultazione con l’obiettivo di presentare una prima serie di proposte alla Commissione europea entro novembre 2022. La consultazione resterà aperta fino al prossimo 8 agosto. «La crescita del bacino di imprese con obblighi rendicontativi, che si avrà grazie alla nuova normativa, significherà anche maggiore disponibilità di dati per il mondo della finanza che, quindi, riuscirà ad applicare criteri Esg sempre più affidabili», osserva Marisa Parmigiani, presidente del Sustainability makers – The professional network, associazione operativa nella definizione di strategie e progetti di sostenibilità, «il nuovo standard Efrag è articolato e puntuale, richiedendo un sistema di raccolta dati più pervasivo e trasversale rispetto al Gri – Global reporting initiative: sicuramente inciderà sui sistemi di reporting non solo di chi non fa ancora rendicontazione, ma anche di chi già se ne occupa da anni. Solo dopo alcuni anni di applicazione, quando anche i sistemi di verifica saranno stati rodati, capiremo se questo genererà un impatto in termini di trasparenza».

Cos’è il bilancio di sostenibilità. L’attività di un’impresa non si limita agli aspetti economici ma ha anche un impatto, in molti casi rilevante, sull’ambiente e sulla società. La dichiarazione non finanziaria rappresenta il documento che riporta le valutazioni in merito all’impatto economico, ambientale e sociale dell’attività di un’azienda per informare gli stakeholder. In particolare, in tale documento l’impresa presenta i profili riguardanti l’impiego di risorse idriche ed energetiche, identificando quelle che sono prodotte da fonti rinnovabili; emissioni inquinanti; l’impatto sull’ambiente, sulla salute e sulla sicurezza dei consumatori e della collettività; il personale dell’azienda con particolare riferimento alle attività svolte per assicurare la parità di genere e il dialogo interno all’azienda; il rispetto dei diritti umani con le azioni intraprese per impedire che siano violati; la lotta alla corruzione attiva e passiva e gli strumenti utilizzati per fronteggiarla. Tale bilancio si differenzia dal bilancio d’esercizio che costituisce, invece, un documento contabile che fornisce una rappresentazione della situazione patrimoniale e finanziaria.

I soggetti attualmente obbligati. La direttiva 2014/1995 sulla non financial disclosure è stata recepita nell’ordinamento italiano mediante il decreto legislativo 254/2016, che prevede l’obbligo di redigere la dichiarazione di carattere non finanziario, individuale o consolidata, in capo agli enti di interesse pubblico rilevanti, ossia società italiane emittenti valori mobiliari quotati in un mercato regolamentato italiano o dell’Unione europea, banche, imprese di assicurazione e imprese di riassicurazione che abbiano avuto, in media, durante l’esercizio finanziario un numero di dipendenti superiore a 500 e alla data di chiusura del bilancio abbiano superato almeno uno dei due seguenti limiti dimensionali: totale dello stato patrimoniale di 20 milioni di euro; totale dei ricavi netti delle vendite e delle prestazioni di 40 milioni di euro. Il decreto prevede che anche soggetti diversi da quelli obbligati possano, in via volontaria, pubblicare una dichiarazione di carattere non finanziario. Il mancato deposito del bilancio di sostenibilità da parte dei soggetti obbligati comporta sanzioni amministrative e pecuniarie da 20 mila a 100 mila euro. Ma la rendicontazione di sostenibilità è ormai parte integrante della strategia di imprese di ogni settore e grandezza. «Nelle imprese con più di 50 dipendenti è evidente un aumento della propensione a redigere e comunicare la sostenibilità, in queste realtà i driver sono prevalentemente i collaboratori, con focus su benessere, welfare, formazione», evidenzia Diego Zonta, vicepresidente di Animaimpresa, altra associazione che promuove la responsabilità sociale d’impresa, «le aziende di grandi dimensioni, in particolare quelle manifatturiere o le utilities, ai driver sociali uniscono attenzioni ambientali. Interessante notare come alla redazione di un report di sostenibilità coincida un’ampia comunicazione sul sito web e sui social, a dimostrazione di quanto le tematiche trattate siano strategiche in termini reputazionali. Dell’acronimo Esg in Italia, il punto dolente è la governance: è solo una minima parte delle aziende, di tutti i tipi e livelli, anche quotata, a esplicitare in modo trasparente le dinamiche. Gli obblighi di rendicontazione sono in fase di evoluzione e coinvolgeranno aziende di sempre più piccole dimensioni. La sfida maggiore sarà per le microimprese che devono iniziare ad attrezzarsi fin da ora». Ma non mancano i rischi legati alla standardizzazione. «Nell’attuale contesto internazionale, il Gruppo di studio per il bilancio sociale ha avviato una riflessione sul ruolo che ancora può o meno rivestire un’associazione di ricerca basata essenzialmente sulla cultura aziendale italiana, i risultati di tale attività hanno fatto emergere, evidentemente in maniera critica rispetto alla standardizzazione in essere, la necessità per le aziende di adottare un approccio di tipo strategico, e non di compliance, alla rendicontazione sostenibile», rileva Andrea Venturelli, presidente del comitato scientifico del Gbs (Gruppo bilancio sociale), «in tale prospettiva, l’approccio volontaristico continua a rappresentare un approccio funzionale per le imprese italiane che vedono nel processo di rendicontazione il valore aggiunto rispetto al mero rispetto di normative che, pur favorendo la comparabilità, potrebbero avere un effetto di omogeneizzazione dell’informativa».

Nuovi standard a misura di pmi
La Corporate sustainability reporting directive introdurrà standard di reporting dedicati alle esigenze e alle capacità specifiche delle pmi quotate che, comunque, entreranno in vigore tre anni dopo rispetto a quelli delle imprese di grandi dimensioni. Le pmi che restano fuori dal perimetro di applicazione della Csrd potranno decidere di utilizzare questi principi su base volontaria. L’obiettivo è allargare la platea delle società coinvolte, definire meglio il contenuto delle disclosure e allinearle a standard europei. «L’estensione delle aziende coinvolte nei processi di rendicontazione è un elemento positivo, richiede certamente uno sforzo iniziale ma in azienda, solitamente, vedo che dopo l’avvio dei processi di misurazione segue un cambiamento anche nella gestione, consentendo di attuare un cambiamento», commenta Matteo Pedrini, direttore scientifico del Sustainability makers, «l’estensione dell’obbligo di rendicontazione si affianca all’attuale fermento esistente nel mondo del reporting non finanziario, dove sia negli Stati Uniti sia in Europa si assiste a uno sforzo senza precedenti per definire standard e modalità condivise. Questo apre le porte alla possibilità del confronto tra aziende sempre più puntuale attorno alle performance e quindi alla possibilità per gli stakeholder di adottare scelte consapevoli verso le aziende. Sarà interessante osservare anche come reagiranno a questa normativa le pmi che si troveranno coinvolte nei processi di rendicontazione delle aziende di più grandi dimensioni estesi lungo le catene di fornitura di cui fanno parte. Sarà per alcune l’occasione di valorizzare quanto già fanno e spesso non comunicano adeguatamente, mentre per altre sarà l’opportunità di interrogarsi su quali cambiamenti adottare attorno alle tematiche sociali e ambientali». Le principali novità contenute nella nuova proposta di rendicontazione di sostenibilità prevedono l’applicazione della disciplina a tutte le imprese di grandi dimensioni, con la soglia minima verrà abbassata da 500 a 250 dipendenti, e a tutte le pmi quotate sui mercati europei, inoltre i dati dovranno essere riportati sulla base di standard comuni di reporting, le imprese dovranno divulgare informazioni sia sui rischi ambientali e sociali a cui sono esposte sia sugli impatti provocati dalle attività aziendali sui fattori di sostenibilità, le informazioni dovranno essere soggette a audit, cioè a revisione da parte di un ente esterno accreditato dalle autorità nazionali.
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