Una generazione sotto scorta

Tra tassi a zero, calcolo con metodo contributivo e bassa adesione ai fondi di previdenza, per gli under 40 si prospetta una vecchiaia meno coperta rispetto ai genitori La soluzione sono i piani integrativi: aderirvi presto, anche con piccoli importi, dà risultati
di di Paola Valentini

Un Millennials guadagna in media il 20% in meno dei baby boomers degli anni Sessanta, la generazione dei genitori. Questa differenza, che emerge dagli studi (The Emerging millennial wealth gap del centro di ricerca New America), è causata dall’eredità della grande recessione scoppiata nel 2008. Eppure la fascia di età dei nati tra il 1981 e il 1996 ha un livello di istruzione scolastica superiore: il 40% possiede una laurea rispetto al 25% della generazione di chi è venuto al mondo 1946 e il 1964, durante il boom economico del dopo guerra. Un divario, questo, che trova le sue radici nella crisi finanziaria globale di 13 anni fa, quando molti Millennials muovevano i primi passi in un mondo del lavoro che in quel periodo era in forte contrazione. Una partenza poco brillante ha poi condizionato la carriera negli anni successivi, senza dimenticare che la ripresa dell’economia ha purtroppo acuito le differenze di reddito perché si sono diffuse sempre più forme di lavoro autonomo, mentre le possibilità di contratti di lavoro dipendente si sono ridotte per i nuovi occupati.

Risultato: oggi i primi Millennials che proprio nel 2021 compiono 40 anni hanno un rischio superiore rispetto alle generazioni precedenti di avere di fronte una vecchiaia molto meno coperta dal punto di vista economico. Se si aggiunge che le pensioni di primo pilastro sono meno sicure di una volta, per via del metodo di calcolo che oggi è contributivo (lega l’assegno ai contributi versati e quindi alla necessità di lavorare in modo continuativo a differenza del metodo retributivo), e se si considera anche che i tassi ai minimi riducono le opportunità di far fruttare gli investimenti, si comprende il motivo per cui l’urgenza di costruire una adeguata copertura di scorta va affrontata al più presto e con strumenti all’altezza dell’obiettivo. Con i sistemi previdenziali pubblici sempre più sotto pressione e i tassi a zero i fondi pensione assumono un ruolo chiave per costruire una vecchiaia il più serena possibile, anche grazie agli incentivi fiscali di cui godono rispetto ad altri strumenti (tra i quali esenzione dell’imposta di bollo dello 0,2% annuo, rendimenti soggetti a tassazione ridotta del 20%, deduzione fiscale dei contributi versati entro alcuni limiti).
Il problema è che, come emerge dall’ultima relazione della Covip, a fine 2020 in Italia gli iscritti alla previdenza complementare sono 8,4 milioni, un livello che, seppur in crescita (+2,2% sul 2019), è pari soltanto a un terzo del totale delle forze lavoro. Troppo esiguo rispetto alle reali esigenze di integrazione pensionistica. Fino a prima del Covid il ritmo di crescita era superiore, ma nel 2020 la crisi economica ha certamente avuto un ruolo nel frenare le iscrizioni. Si conferma molto basso il tasso di adesioni dei lavoratori più giovani, un gap generazionale che vede il 51,6% degli iscritti con un’età tra i 35 e i 54 anni e il 31% ha almeno 55 anni. La Covip rileva che i 25-34enni hanno una partecipazione alla previdenza complementare inferiore del 21% rispetto a quella della fascia successiva (35-44 anni). La causa è probabilmente da ricercare nel livello dei redditi che non permette di avere risorse sufficienti per aderire e nell’ingresso ritardato nel mondo del lavoro. Peraltro il 2020 ha aumentato anche la quota di coloro che pur iscritti hanno smesso di fare versamenti: sono 2,3 milioni, il 27,4% del totale e sul 2019, sono aumentati di 136 mila unità. Un milione di individui non versa contributi da almeno cinque anni.

Eppure, pur con tutte le difficoltà del caso, partire presto, con somme ridotte, può dare risultati di tutto rispetto nel lungo periodo. Anche grazie ai rendimenti: su un periodo di dieci anni (dal 2011 a fine 2020), che comprende diversi periodi di turbolenza dei mercati finanziari, il risultato medio annuo composto dei fondi pensione negoziali è stato positivo (+3,6%), come quello dei fondi pensione aperti (+3,7%) e dei pip unit linked (+3,3%) e di quelli legati alle gestioni separate (+2,4%). Tutti valori superiori alla rivalutazione del Tfr (1,8%) che resta in azienda, la tradizionale asticella di confronto dei rendimenti dei fondi pensione. Anche su un periodo ventennale (2001-2020), che comprende la fase di avvio dell’operatività delle forme complementari e vari cicli di volatilità dei mercati, il rendimento medio annuo composto dei negoziali è comunque positivo (3%) e superiore a quello del Tfr (2%). Per i fondi pensione aperti, caratterizzati da un’esposizione azionaria maggiore, il risultato è stato in media il 2% all’anno (2,5% per i comparti obbligazionari e 2% per quelli azionari).
Proprio per capire l’importanza di iniziare a costruire il prima possibile una rendita di scorta, la società di consulenza Progetica ha realizzato una simulazione su quattro figure di Millennials e su due fasce over 40 che dà una stima dell’età di pensionamento, dell’assegno pensionistico pubblico e dell’importo ottenibile aderendo al fondo pensione (tabella nella pagina accanto). «Il tempo e i mercati si confermano due preziosi alleati: le rendite che si possono avere versando 100 euro al mese quando si è poco più che ventenni sono comparabili, se non superiori, a quelle che si hanno investendo tre volte tanto a 50 anni», premette Andrea Carbone di Progetica.
I calcoli sono stati effettuati considerando un versamento al fondo pensione di 100 euro al mese per i profili più giovani, di 200 euro per i 40enni e, a salire, di 250 euro per i 45enni e di 300 euro per i 50enni, in funzione anche delle attese di aumento dello stipendio nel corso della carriera. Per ciascun profilo, inoltre, Progetica ha calcolato la rendita attesa dal fondo pensione considerando il versamento a linee differenziate in base alla componente azionaria via via crescente: a rischio basso, medio ed elevato. «La differenza tra un rischio medio e uno alto non è così accentuata come tra rischio basso e medio per via delle commissioni perché l’aumento di rendimento atteso delle linee a rischio alto viene in parte eroso dai maggiori costi che gravano su queste. Ma per tutti vale la regola generale: «Non è mai troppo presto per cominciare a pensare alla propria pensione, a ogni età, e soprattutto quando si cambia lavoro», aggiunge Carbone. Nonostante le difficoltà, i tempi non solo impossibili per la mobilità professionale considerando anche che il nuovo equilibrio vita-lavoro che molte persone cercano dopo la pandemia. E nel valutare le opportunità bisogna riflettere sulle conseguenze di queste scelte sulla propria posizione previdenziale.
Cinque sono i punti di attenzione secondo Intoo (società di Gi Group attiva nei servizi di sviluppo e transizione di carriera) da esaminare in termini di opportunità a seconda del percorso individuale: l’eventuale riscatto di laurea (cercando di capire se si ottiene solo un tempo per andare prima in pensione o se può variare l’importo della prestazione), le eventuali totalizzazioni estere, la scelta di una nuova formula contrattuale che non danneggi la storia previdenziale maturata (in alcuni casi, una formula da autonomo non penalizza il pregresso previdenziale, penalizzazione che una formula sempre da dipendente, ma con retribuzione inferiore potrebbe, portare), la possibilità di utilizzare la Rita (Rendita integrativa temporanea anticipata) nel caso si abbia una posizione aperta in un fondo pensione (richiedibile in alcuni casi di discontinuità professionale e di disoccupazione involontaria oltre i 24 mesi quando non mancano più di 10 anni al raggiungimento del requisito pensionistico di vecchiaia). Infine, soprattutto i più giovani, debbono considerare l’opportunità di adesione alla previdenza complementare tramite il tfr. «È importante riflettere su questi aspetti, ma anche su cosa si desidera davvero per l’ultima parte della carriera», conclude Cetti Galante, ad di Intoo. Anche se il traguardo è lontano, i Millennials sono avvisati. (riproduzione riservata)

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