di Edoardo Lorenzetti
C’era una volta il capofamiglia maschio che amministrava tutte le finanze di casa, anche per conto di moglie e figli. In una società sempre più fluida e in un mondo globalizzato che viaggia a velocità spedita, i private banker e i gestori dei patrimoni devono confrontarsi sempre più di frequente con nuovi segmenti di clientela. Quello più promettente è senza dubbio rappresentato dalle investitrici donne, che in Italia sono ancora una minoranza ma si stanno ritagliando uno spazio significativo nel mercato dei servizi finanziari. A sostenerlo è anche l’Associazione Italiana Private Banking (Aipb) che nei mesi scorsi, assieme alla casa di gestione internazionale Candriam, ha pubblicato un report dal titolo: «Il valore della donna investitrice: il contributo della consulenza finanziaria per superare gli stereotipi di genere», realizzato in collaborazione la società di ricerche Ipsos.

Il rapporto di Aipb-Candriam ha messo in evidenza che oggi le donne italiane detengono il 10% della ricchezza privata totale del Paese, una quota ancora marginale che sale però al 35% se si prende in considerazione soltanto la fascia alta degli investitori, quelli che che si rivolgono ai servizi del private banking. Inoltre, la ricerca ha individuato campione di 60 mila nostre connazionali che rappresentano una sorta d’avanguardia dei futuri cambiamenti in atto nell’industria della gestione patrimoniale. Si tratta di professioniste, imprenditrici, dirigenti d’azienda con disponibilità finanziaria di almeno 250 mila euro a testa che guardano lontano. Sono cioè mediamente disposte, secondo il rapporto Aipb-Candriam, a investire il 60% del proprio patrimonio in progetti di lungo periodo, mentre soltanto il 4% di loro esprime la propensione a tenere la propria liquidità ferma sul conto corrente (contro l’8% degli uomini). Le donne investitrici che fanno parte del campione analizzato sono risultate mediamente anche più competenti dei maschi e interessate a far fruttare il proprio patrimonio seguendo i principi della sostenibilità (Esg) e contribuendo al rilancio dell’economia del Paese. Infine, ben l’82% delle investitrici interpellate si rivolge abitualmente a un consulente finanziario anche se una su tre non è completamente soddisfatta e ritiene che vi siano margini di miglioramento. «Sono convinta che la disparità di genere costituisca uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo sostenibile e alla crescita economica del Paese», ha detto Antonella Massari, segretario generale dell’Aipb, commentando i dati della ricerca e sottolineando che i bisogni e le preferenze della clientela femminile meritano una crescente attenzione da parte degli operatori del private banker. Le donne non sono però l’unico segmento di investitori con cui si dovrà confrontare nei prossimi decenni chi gestisce i patrimoni finanziari, soprattutto quelli di una certa consistenza. La prossima sfida sarà quella di conquistare i cosiddetti millennial, cioè i giovani nati dal 1981 in poi. Nei decenni a venire, questa generazione di nativi digitale, cresciuti a pane e internet, erediterà in tutto il mondo una montagna di soldi dai loro genitori e nonni (la stima di molte società di ricerca è di un trasferimento di ricchezza di ben 30 mila miliardi di dollari entro il 2046 a livello mondiale). Una recente analisi di della nota multinazionale della consulenza e revisione Ernst&Young (l’EY Global Wealth Research Report) ha messo in evidenzia come i millennial, proprio in virtù della loro dimestichezza con i canali digitali, saranno sempre meno fedeli al sistema bancario tradizionale e avranno sempre maggiore attenzione alle offerte delle aziende del Fintech, che hanno il loro punto di forza nell’innovazione tecnologica applicata ai servizi finanziari. (riproduzione riservata)

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