L’Italia non è Paese per Esg

Bankitalia stima che i comparti sostenibili hanno superato i 116 miliardi, il 17% delle masse in fondi detenuti dalle famiglie. Ma solo il 20% resta nei confini nazionali, visto che a Piazza Affari ci sono pochi titoli adatti. Eppure le sgr sono pronte a cavalcare il boom
di Paola Valentini
In meno di dieci righe di una mezza pagina della sua corposa Relazione sul 2020 pubblicata il 31 maggio, la Banca d’Italia offre il suo punto di vista sulla situazione dei fondi Esg in Italia. I ricercatori di Via Nazionale, basandosi su dati Morningstar, stimano che il 17% delle masse dei fondi comuni italiani ed esteri detenute dalle famiglie sia di tipo Esg (Environmental, social e governance, ovvero comparti che rispettano criteri ambientali, sociali e di governance). Tradotto in euro, si tratta di un importo pari a oltre 116 miliardi di euro dato che, sempre in base alla fotografia sulla ricchezza finanziaria della Relazione 2020, i risparmiatori italiani hanno in portafoglio fondi comuni per 685,9 miliardi. Il problema è che, come sottolinea l’istituto centrale, il sistema Italia non è in grado di attirare questa massa di risparmio Esg che vuole coniugare le esigenze di rendimento con quelle di sostenibilità. Secondo le analisi della Banca d’Italia, alla fine del 2020 i fondi Esg investivano quasi l’80% del risparmio raccolto dalle famiglie in azioni e obbligazioni estere. «Il valore molto elevato di questa quota riflette il fatto che l’offerta di strumenti finanziari da parte delle imprese italiane, già limitata, è particolarmente contenuta per i titoli che rispettano i requisiti di sostenibilità», segnala la Relazione la Banca d’Italia. Come emerge dalla tabella in pagina il 59,8% degli asset dei fondi Esg è investito in azioni estere, contro il 2% in azioni italiane, il 19,5% è in obbligazioni estere e soltanto il 3,4% in obbligazioni italiane. I titoli pubblici stranieri attirano il 7,3% del patrimonio degli Esg e quelli tricolore il 4,3%. L’endemico problema di un ridotto coinvolgimento nei mercati finanziari delle pmi italiane, che rappresentano l’ossatura dell’economia del Paese, si traduce quindi in una offerta ancora più marginale delle aziende sul fronte dell’emissione di strumenti green. Eppure il bacino di domanda è ampio dato che il tema Esg è diventato di primo piano per tutta l’industria del risparmio gestito nella convinzione che l’inclusione dei fattori ambientali, sociali e di governance nelle strategie di investimento possa contribuire a migliorare i rendimenti. Senza dimenticare che le società di gestione fanno leva sui criteri Esg per distinguersi e offrire valore aggiunto rispetto agli investimenti indicizzati degli Etf perché nel segmento della sostenibilità l’attività di ricerca, che caratterizza i gestori attivi rispetto ai passivi, è fondamentale. L’attenzione dell’industria dell’asset management a questi temi emerge anche dalle nuove statistiche di Assogestioni (tabella in pagina) che non ha perso tempo per recepire nei suoi dati di settore la nuova classificazione europea dei fondi Esg.

Per fare ordine nel settore infatti l’Ue infatti quest’anno ha fatto un importante passo avanti sul fronte della trasparenza con il regolamento Sfdr (Sustainable Finance Disclosure Regulation) entrato in vigore il 10 marzo. L’intento dell’Europa è fornire strumenti che possano permettere ai risparmiatori di orientarsi nel variegato mondo dei fondi Esg. «Nel corso degli ultimi anni, si è assistito a un forte aumento del numero di strategie e fondi che dichiarano di applicare un’analisi Esg nel proprio processo di investimento. Tuttavia, l’assenza di una tassonomia univoca ha portato, specialmente negli ultimi due anni, a numerosi cambiamenti sulle strategie esistenti, effettuati al fine di far rientrare il fondo all’interno degli screening Esg», spiega Gianluca D’Alessio, gestore di Fia Asset Management. Il rischio di questi casi per chi investe in fondi è di incappare «in strategie non propriamente sostenibili», prosegue D’Alessio. La Sfdr ha invece identificato alcune linee guida per gli asset manager. «Il primo segnale dell’impatto della normativa è stata la corsa da parte delle sgr ad aggiornare la documentazione dei fondi per esplicitare in quale categoria si identificano i singoli comparti, ovvero nell’articolo 6 della Sfdr che comprende i fondi senza una esplicita caratterizzazione di sostenibilità, nell’articolo 8 per i prodotti che integrano criteri ambientali e sociali, fino all’articolo 9 per i fondi con un esplicito obiettivo di investimento sostenibile», conclude D’Alessio. Morningstar stima che in Europa il patrimonio dei comparti classificati come articoli 8 e 9 della Sfdr sia pari a 2,5 mila miliardi, un quarto degli asset totali dei fondi, in linea con l’Italia dove Assogestioni calcola masse di 275,9 miliardi su 1.173 miliardi (nei dati sono compresi gli investimenti sia delle famiglie sia degli istituzionali). «Ci aspettiamo che i numeri crescano», dice Hortense Bioy, direttore della ricerca sulla sostenibilità di Morningstar. «I gestori vedono nella Sfdr l’opportunità di dimostrare il loro impegno nella sostenibilità». Ma per entrare nella partita anche le aziende italiane devono fare la loro parte, altrimenti il risparmio in cerca di asset Esg continuerà ad andare all’estero. (riproduzione riservata)

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