Fondi pensione preesistenti. Le urgenze dei pionieri

di Carlo Giuro
Una realtà previdenziale rilevante in Italia è rappresentata dai fondi pensione preesistenti, quelli cioè che erano già istituiti prima del decreto legislativo 124 del 1993 che ha introdotto una disciplina organica del settore. Secondo l’ultima Relazione annuale della Covip erano a fine 2019 ben 251 rispetto ai 33 fondi negoziali, 43 fondi aperti, 70 piani individuali pensionistici (pip). MF-Milano Finanza ha incontrato Oliva Masini, direttore generale di Previndai, fondo pensione dei dirigenti industriali, case history di successo nel segmento dei preesistenti.

Domanda. Quali sono le peculiarità dei preesistenti?

Risposta. Ci sono grandi differenze: a poche decine di fondi grandi, riconducibili a categoria dirigenziali come Previndai, o al settore bancario e assicurativo, si aggiungono molti piccoli fondi, spesso collegati a realtà aziendali. Dieci anni fa i fondi preesistenti erano più di 400: si assiste da tempo a una fisiologica concentrazione, indice di razionalizzazione del settore. I fondi di grandi dimensione sono caratterizzati spesso da una struttura organizzativa interna che copre tutti i processi, a beneficio dei servizi offerti agli iscritti. Sul piano gestionale, oltre alle classiche gestioni finanziarie che troviamo nei fondi negoziali, possono essere presenti investimenti immobiliari diretti e polizze assicurative. Comunque, dagli anni 90, la normativa ha chiesto ai fondi preesistenti un progressivo allineamento all’assetto complessivo regolamentare, ovviamente consentendo il mantenimento di alcune peculiarità.

D. Qual è il biglietto da visita di Previndai?

R. Previndai si rivolge ai dirigenti industriali e conta 82 mila iscritti e 11 mila imprese contribuenti. A fine 2020 ha ampiamente superato, in quanto a patrimonio, i 13 miliardi di euro e questo ne fa uno dei maggiori fondi pensione italiani. Abbiamo raggiunto un certo grado di maturità, caratteristica che, per un fondo pensione, è un merito: abbiamo infatti ormai circa 5 mila percettori di rendita. Mettiamo a disposizione tre comparti, differenziati nel profilo di rischio e rendimento, di cui uno garantito. Consentiamo anche di posizionarsi su più comparti contemporaneamente.

D. Che approccio avete su Esg ed economia reale?

R. Crediamo che gli investimenti Esg non siano solo un atto di responsabilità nei confronti del pianeta e del futuro di chi lo abita ma possano costituire anche un’opportunità di ritorno positivo per i nostri iscritti. Nei prossimi mesi formalizzeremo la nostra politica di sostenibilità. Per quanto riguarda l’investimento nell’economia reale, vi dedichiamo il 10% dei nostri comparti, con l’obiettivo di destinarne la metà all’investimento in Italia.

D. Qualche suggerimento per rilanciare la previdenza complementare italiana?

R. Si guarda sempre all’Europa ma in materia di fiscalità della previdenza complementare siamo molto lontani. L’esenzione totale dei contributi non è per tutti e, soprattutto, è incoerente che i rendimenti siano tassati durante il periodo di investimento. Comunque, il vero tema è quello della consapevolezza, che manca. So bene che in questo momento per i giovani il problema è il lavoro, semmai, non la pensione. Ma appena lo hanno raggiunto, vogliamo far capire loro quale futuro pensionistico li attende? I fondi pensione possono far poco perché non conoscono i potenziali aderenti e non hanno modo di raggiungerli. Educazione, informazione e conoscenza devono arrivare anche da altri ambiti: la scuola, l’impresa ma soprattutto va promossa un’informazione semplice, diretta e diffusa. Quando vedremo sulle tv nazionali uno spot sull’importanza della previdenza? È accaduto, per pochi mesi, ormai 14 anni fa. (riproduzione riservata)

Fonte: